Rapporto 2006/2009

Rapporto 2006/2009. Giornalisti, minacce e notizie oscurate

Facciamo il quadro. Le mafie, i giornalisti, le minacce e le notizie oscurate Una ricognizione preliminare – Rapporto Ossigeno 2006/2009

Nonostante i solenni impegni e i richiami autorevoli e ripetuti, ancora oggi, in Italia, c’è una grave, ingiustificata carenza di informazione sulla mafia. I mezzi di comunicazione di massa – con poche eccezioni, vedremo quali – dicono sulla mafia meno di quel che potrebbero e dovrebbero. Il deficit di informazione è qualitativo e quantitativo.

Sulla grande stampa, sui giornali locali, alla radio, in televisione si trova la cronaca nera e giudiziaria della mafia, quella che racconta i fatti di sangue man mano che si verificano e i relativi processi, quella che fa il resoconto delle spettacolari operazioni di polizia, quella che descrive alcuni particolari della vita dei boss.

C’è questo, ma manca tutto il resto, che è tanto e che un cronista può vedere se dà uno sguardo dietro la facciata, se si avvicina ai fatti e li osserva nella loro eloquente crudezza. Manca cioè quella che si può definire la cronaca politica, economica, sociale dell’attività e delle contaminazioni della mafia. Manca la riflessione, l’analisi, l’interpretazione dei fatti criminali e la descrizione di quella particolarissima condizione civile, umana, sociale in cui vive un quinto della popolazione italiana per effetto diretto e indiretto della violenza mafiosa.

Molte cose restano fuori dal campo di osservazione dei mass-media:

– i volti e i nomi dei mafiosi in doppiopetto;

– i macroscopici e mostruosi guasti prodotti nel corpo sociale dal prevalere di comportamenti estremamente violenti e sanguinari in vaste aree del Mezzogiorno;

– la condizione di soggezione, di paura, se non di terrore, in cui vivono milioni di cittadini;

– lo stato di emergenza in cui versano quartieri e intere città sottoposti a uno stato di guerra o di assedio ora dalle bande criminali, ora dalle forze dell’ordine;

– la sostanziale privazione di garanzie legittime, di diritti e libertà costituzionali;

– gli abusi e gli arbitrii compiuti dai poteri legali forzando le misure antimafia;

– lo svuotamento delle istituzioni elettive e, in definitiva dell’essenza stessa della vita democratica in intere regioni;

– l’ipoteca soffocante che la violenza mafiosa impone sulla vita politica, sugli affari (non solo sugli appalti pubblici), sulle professioni;

– l’effetto perverso, la distorsione che questo clima di violenza e di predominio della legge del più forte determina su tutti i rapporti interpersonali, sulla coscienza e sul carattere di intere generazioni, perfino nel manifestarsi dei sentimenti umani;

– il dramma umano e civile di almeno il 21 per cento della popolazione italiana, tenuto conto che secondo gli ultimi dati la popolazione della Sicilia, Campania e Calabria ammonta a 12.848.780 e quella italiana a 59.872.932.

In una parola, è come se la mafia recitasse la sua tragica commedia in una quarta dimensione irreale, estranea alle normali percezioni sensorie di gran parte degli intellettuali, giornalisti, scrittori, cineasti impegnati a raccontare l’Italia.

Non sappiamo quanti siano i giornalisti minacciati, ma i termini del problema sono chiari: in tutti i luoghi in cui la criminalità organizzata ha una presenza radicata e ramificata e un forte influsso sui centri di potere politico economico e finanziario, si usa la violenza per rendere più redditizi i propri affari e proteggerli innanzi tutto impedendo che le notizie che la possono danneggiare arrivino all’opinione pubblica. Il problema si presenta dunque come una limitazione della libertà di stampa e quindi come l’assoggettamento di una estesa parte del paese – gran parte della Sicilia, della Calabria, della Sardegna, della Puglia e della Basilicata – a una Costituzione materiale più debole che tollera l’attività giornalistica finché non mette a rischio gli affari mafiosi. È significativa ancora la testimonianza di Lirio Abbate: «Se fai il tuo lavoro di cronista con prudenza, senza eccessi, con mediocrità, nessuno salterà su contro di te. Però un cronista che lavora così, non è accurato, non è onesto, perché non racconta quel che vede e sa». In altre parole, finché un cronista riferisce passivamente, una alla volta, le informazioni di polizia o di fonte giudiziaria, non gli succede niente. Se invece ci ragiona su, collega i fatti, descrive il quadro d’insieme e lo arricchisce con informazioni raccolte sul campo, raccontando quel che vede con i suoi occhi, quel cronista è considerato un ficcanaso, uno che dà fastidio, qualcuno da fermare. Si cerca di dissuaderlo e se non accetta i «consigli» si comincia a minacciarlo.

Accade spesso, ma non se ne parla. Si archivia la questione dicendo che ci sono alcuni cronisti imprudenti e per questo sono minacciati. Ma è così? Per rispondere bisogna tenere presente quali sono i doveri di chi ha scelto di esercitare la professione giornalistica: innanzi tutto coerenza, impegno civile, spirito di verità e anche una dose di coraggio maggiore di quella richiesta a chi svolge altri mestieri. I giornalisti hanno bisogno di tutte queste cose per raccontare i fatti in modo completo, veritiero, tempestivo, facendosi testimoni di essi nel loro divenire. Come i cacciatori di belve feroci per piazzare il colpo giusto devono avvicinarsi molto alle loro prede e prima di premere il grilletto devono guardarle dritto negli occhi, così i cacciatori di notizie di mafia devono spingersi oltre la linea della normale prudenza e guardare in faccia i criminali di cui scrivono. È evidente che alcuni cronisti sono disposti a superare questo confine, mentre altri restano più indietro. Ecco perché il mestiere del cronista per alcuni è rischioso e per altri no. Non è solo un problema di coraggio è anche questione di impegno civile. E un problema che nasce dal fatto che il confine della prudenza e quello della deontologia professionale molte volte non coincidono. La deontologiachiede di spingersi più avanti e il cronista che si attiene alla normale prudenza non assolve fino in fondo i suoi doveri di giornalista. Il giornalista gode di rispetto, prestigio e considerazione proprio perché è tenuto ad assolvere una funzione sociale delicata e non sempre tranquilla. Chi assolve questa funzione badando a tenere sempre «la schiena dritta», per usare una felice espressione del presidente Ciampi, fa continuamente i conti con i rischi, le scomodità, i consigli di chi gli dice «ma chi te lo fa fare?».

Sugli altri giornalisti, su quelli che non si avventurano oltre la linea di sicurezza, non si deve fare di tutta l’erba un fascio. È doveroso comprendere e distinguere le varie situazioni, anche le motivazioni che portano alcuni a guardare da un’altra parte, a praticare l’auto-censura. Le distinzioni sono necessarie sempre, in ogni settore dell’attività giornalistica. Ma per chi fa informazione sulla mafia certe distinzioni sono particolarmente delicate, perché questi cronisti devono fare i conti con la criminalità organizzata, con criminali pronti a sparare e non solo con qualche prepotente pronto a danneggiargli la carriera o a fargliela pagare con qualche strattone, come avviene anche altrove.

La minore partecipazione dei cittadini alla vita pubblica rende nel Sud più gravoso il peso di questi condizionamenti. Dove i poteri pubblici e il sistema dell’informazione sono più deboli, per i giornalisti il problema di contemperare doveri e prudenza si fa più drammatico.

L’oscuramento dell’informazione nel Sud è un problema enorme. Eppure non è all’ordine del giorno nell’agenda politica. Le istituzioni se ne occupano poco, i giornali non ne parlano affatto e l’opinione pubblica, che pure è sensibile a questi temi, non conosce i termini esatti, drammatici della realtà italiana. Tanto è vero che si indigna e si commuove, giustamente, per l’assassinio della giornalista Anna Politikvoskaja, uccisa a Mosca per impedirle di pubblicare articoli-rivelazione sulla guerra in Cecenia, ne celebra l’anniversario, ma non conosce neppure i nomi dei giornalisti uccisi in Italia.

Il silenzio sulle vittime italiane rappresenta la cattiva coscienzadei giornalisti e di tutti coloro che si battono contro le mafie e contro i soprusi. Certamente questo silenzio non esprime solo disattenzione, disinteresse, esprime anche un senso di impotenza. Bisogna superarlo perché la rassegnazione e la rimozione collettiva non aiutano ad affrontare i problemi, che sono drammatici e di grande attualità.

Tocca a tutte le istituzioni civili, in particolare a quelle più rappresentative e a quelle con specifiche competenze, operare per superare questa rimozione, creare uno spirito costruttivo e di concordia per convogliare tutte le energie positive ed evitare di colpevolizzare le vittime.

La Commissione Parlamentare Antimafia può contribuire a colmare il vuoto di attenzione e di conoscenza mettendo sotto la lente di ingrandimento il nodo mafia-informazione, documentando fatti e circostanze, a cominciare dalla storia delle vittime, ancora in gran parte da scrivere. Nel 2007 la Commissione aveva avviato questa operazione. Aveva istituito un «Comitato Informazione Vittime» presieduto dall’on. Giuseppe Astore, che aveva appena cominciato a lavorare quando lo scioglimento anticipato delle Camere impose una battuta d’arresto. È auspicabile che quel lavoro riprenda e si sviluppi in seno alla nuova Commissione presieduta dall’on. Giuseppe Pisanu.

Si tratta di superare l’episodicità e lo spirito emergenziale con cui finora si è parlato dei giornalisti italiani minacciati o uccisi. Non si può parlare di loro soltanto quando non se ne può fare a meno, cioè di fronte a gravi emergenze, a minacce specifiche rivolte a un giornalista, o ai funerali di un cronista, o durante le commemorazioni. Circostanze in cui necessariamente prevalgono i toni dell’emozione, dell’indignazione e della retorica. La questione meridionale esprime la condizione di arretratezza e di sottosviluppo di alcune aree del Sud rispetto al resto del Paese. Ai capitoli storici bisogna aggiungere il deficit di informazione, che non è meno importante, che pone una questione di libertà e di democrazia, frena lo sviluppo economico. Come ha affermato don Luigi Ciotti, che si è occupato seriamente del problema«l’informazione o è libera o semplicemente non è informazione: è propaganda, marketing, falsificazione, e bisogna ammettere che senza informazione non vi è né libertà né democrazia».

Come l’arretratezza economica del Mezzogiorno è un problema che riguarda tutta l’Italia, così il deficit di informazione delle regioni del Sud non riguarda solo il Mezzogiorno, ma tutto il Paese. Non si può fingere che non sia così. Bisogna ammetterlo chiaramente, dire in cosa consiste, da cosa dipende e chiedersi cosa si può fare, cosa possono fare i pubblici poteri, cosa deve fare la società civile per superare il gap.

L’Osservatorio ha il compito di descrivere questo divario, di aprire una discussione ed elaborare risposte e rimedi, e in particolare di verificare:

– come sostenere quella parte del giornalismo meridionale che lotta contro l’oscuramento delle notizie;

– come sanzionare in modo efficace gli abusi commessi a danno di giornalisti e alcune specifiche trasgressioni di principi generali e regole che compromettono la libertà di informazione;

– come sollecitare la solidarietà attiva del resto del Paese.

I giornalisti che si occupano di mafia non sono giustizieri votati alla morte, ma uomini in carne ed ossa che vivono una condizione umana e professionale difficile. Devono affrontare un compito particolarmente delicato, un lavoro che a volte non è esagerato definire «di trincea», con gli stessi mezzi e le stesse garanzie previste per i giornalisti incaricati di seguire vicende pacifiche come le sedute del consiglio comunale. Fanno un lavoro delicato che richiede innanzi tutto una specializzazione, perché ciò che scrivono è sempre soppesato con il bilancino, perché è impossibile essere neutrali fra le parti in causa, che di solito sono molto agguerrite e si contendono il favore della stampa. Questi cronisti corrono sempre il rischio di essere incriminati, perché non esiste una chiara definizione del segreto istruttorio (è riconosciuto dalla legge sulla stampa ma negato dal codice penale). Questi cronisti corrono anche il rischio di scrivere sotto dettatura del legale di un boss, di un magistrato, di un avvocato di parte civile. È facile finire sotto inchiesta giudiziaria, subire una perquisizione, essere arrestati per ciò che si scrive; succede quando si sceglie una linea e una tempistica che non sono condivise dagli inquirenti. È successo ad esempio a dicembre del 2007, quando i cronisti della redazione di Palermo de «la Repubblica» hanno rivelato il cosiddetto «libro paga» del racket delle estorsioni; è successo tante altre volte. Inoltre è facile essere minacciati se ciò che si scrive non piace a imputati di rango.

Quando finisce nei guai nell’uno o nell’altro modo, il cronista di mafia riceve una solidarietà avara, misurata, burocratica, espressa con freddi telegrammi d’ufficio e qualche volta con un appello che ottiene poche firme.

I giornalisti che negli anni di piombo raccontavano le trame eversive correvano gli stessi rischi, ma nel complesso hanno avuto più ampie garanzie: più sostegno pubblico per il loro impegno civile, più solidarietà e simpatia, più scorte di polizia, più assicurazioni sulla vita, più incentivi salariali, più frequenti rotazioni nelle mansioni.

Per i cronisti di mafia non si è pensato a niente di tutto questo. Il problema non è mai stato affrontato in sede istituzionale, né in sede editoriale, né in sede sindacale. Ognuno perciò scrive di mafia a suo rischio e pericolo.

Negli ultimi anni, in alternativa alle querele per diffamazione, è invalso da parte dei soggetti che si ritengono danneggiati dalle notizie, il ricorso sempre più frequente a richieste di risarcimento molto onerose a carico dei giornali. Anche questa materia richiede una regolamentazione per evitare abusi che in alcuni casi possono produrre evidenti effetti di intimidazione e di rappresaglia.

L’ultima evoluzione ha visto un giornale siciliano impegnato in una azione di rivalsa nei confronti del suo cronista. A gennaio 2009, la «Gazzetta del Sud» ha citato in giudizio civile il suo redattore Filippo Pinizzotto per rispondere in solido di un risarcimento danni in qualità di presunto autore di un articolo pubblicato nel 2000.

Infine bisogna dire che nei piccoli giornali le difficoltà del cronista di mafia sono maggiori. Quando le strutture redazionali e gli organici sono di dimensioni ridotte viene meno la possibilità di contenere i rischi mobilitando più giornalisti, mettendo in camposul fronte dei fatti di mafia una squadra di cronisti contemporaneamente, viene meno cioè la precauzione più elementare, la principale adottata dalle forze di polizia, dai magistrati.

Il giornalista minacciato dalla mafia spesso viene colpevolizzato dagli altri giornalisti. C’è sempre qualcuno pronto a dimostrare che ha sbagliato almeno una mossa; c’è sempre qualcun altro impegnato a minimizzare le possibili conseguenze delle minacce e a vantare il vantaggio derivante dalla notorietà conquistata. Il giornalista minacciato è profondamente solo. La sua solitudine comincia quando sceglie di affrontare il rischio eroico invece di fuggire o di imboccare la ragionevole terza via della cosiddetta «prudenza professionale», quella che scelgono quasi tutti e consiste nel buttare nel cestino quel tipo di notizie. Chi imbocca questa «terza via» entra in un percorso senza vie di uscita e comincia a vedere le cose in un altro modo. Alcuni centri di percezione sensoriale si atrofizzano: sfuggono alla sua attenzione perfino fatti che dovrebbero balzare agli occhi, si convince che è meglio aspettare che sia qualcun altro a scrivere per primo una notizia delicata, e scrivendola altererà alcuni elementi dell’informazione per attenuarne la pericolosità. Si giunge talvolta perfino a storpiare i nomi dei protagonisti. È una sindrome strana, che meriterebbe di essere meglio analizzata.

Il cronista di mafia è esposto a un’altra sindrome ricorrente, di segno opposto: la sindrome della sfida, quella che lo spinge a ignorare la prudenza, la cautela, le precauzioni adottate fino a un attimo prima. La sindrome che spinge a sfidare il pericolo può colpire anche il giornalista più cauto, perché chi si occupa da vicino e con continuità di questioni così pesanti e dà importanza alla sua funzione sociale di informatore dell’opinione pubblica, alla lunga non riesce a trincerarsi dietro il cinismo professionale che lo protegge come una corazza. Finisce per identificarsi nelle vittime e, pur essendo consapevole dei rischi che ne derivano, decide di non lasciare nella penna una notizia di particolare rilevanza di cui è entrato in possesso.

Secondo il giudizio comune, quando un giornalista si avventura oltre questo limite di guardia, lo fa perché è impazzito. Non è vero. La storia di ognuno dei cronisti assassinati da mafie e camorre dimostra che ognuno di loro ha fatto consapevolmente e nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali il passo che lo ha fatto entrare nella zona a rischio.

Per proteggere il cronista bisognerebbe studiare queste e altre sindromi, per prevenirle e curarle. Certamente si dovrebbe evitare il coinvolgimento eccessivo. Il cronista di mafia non dovrebbe essere incaricato di occuparsi soltanto di notizie sulla mafia, e non dovrebbe essere l’unico titolare di questo tipo di informazioni. Dovrebbe fare parte di una squadra professionale, affiatata, incaricata di gestire in comune le notizie più delicate.

Ci sono vari modi per attenuare il rischio a cui è esposto un cronista di mafia. Alcuni sono da definire, altri sono già evidenti. Ad esempio, si dovrebbero spersonalizzare al massimo certe notizie, pubblicandole senza firma, affiancando più di una firma, usando pseudonimi, aggiungendo alle cronache commenti ed editoriali delle firme più autorevoli. Questi ed altri espedienti sono solo in parte già utilizzati, con iniziative affidate alla sensibilità personale e alla perspicacia dei responsabili delle redazioni, che per fortuna in molti casi è alta. Ma per queste cose dovrebbero esserci linee guida, procedure standardizzate, protocolli.

Il cronista colpito da una seria minaccia corre pericoli per la sua incolumità personale, ma i suoi guai non finiscono lì. Rischia di dover cambiare mansioni e città, con conseguenze penalizzanti per la sua carriera. I suoi rapporti con gli altri giornalisti spesso entrano in crisi. Quest’ultimo aspetto non è secondario e segue una dinamica ricorrente.

Di solito i colleghi «prudenti» lo accusano più o meno apertamente di aver fatto una fuga in avanti, di aver violato il patto implicito di tacere certe notizie e di averlo violato per vanità. Ne derivano incomprensioni, gelosie, rivalse, scambi di accuse, tensioni che molte volte impediscono l’espressione di solidarietà piena e incondizionata al cronista in pericolo. Il cronista minacciato deve fare i conti con queste complicazioni, a volte insormontabili.

L’Ordine dei Giornalisti o l’Associazione della Stampa saranno chiamati a esaminare il suo caso ed esiteranno a schierarsi dalla sua parte. Spesso accade che il pendolo oscilli fra il giudizio salomonico e la colpevolizzazione dell’«imprudente».

Questo è un aspetto particolarmente delicato che richiede una riflessione molto attenta. Bisogna trovare il modo di definire in modo più preciso lo status del giornalista minacciato e stabilire criteri più idonei per valutare il suo comportamento sul piano deontologico, criteri che tengano conto delle tensioni connaturate alla situazione di rischio che si è creata e facciano tesoro delle esperienze precedenti. Torto e ragione non possono essere affidate a una semplice contabilità fra maggioranza e minoranza dei componenti degli organi di garanzia, costituiti in base ad equilibri che inevitabilmente rispecchiano dosaggi di correnti o di testate.

Gli organismi di tutela deontologica devono valutare se per giudicare questi casi sia opportuno impiegare organi speciali, o quantomeno rafforzare quelli già preposti integrandoli con la partecipazione di competenze specifiche.

Se molte notizie restano inedite poiché i cronisti, comprensibilmente, non osano sfidare i violenti e subiscono la censura senza neppure protestare, una parte della realtà viene oscurata. È necessario soffermarsi su questo aspetto, per chiedersi se sia sempre giustificato mantenere il silenzio su queste vicende. Bisogna chiedersi se il giornalista che non può sviluppare una notizia o un’inchiesta perché è stato intimidito, minacciato, censurato, può limitarsi a subire in silenzio senza passare dalla parte del torto. In via di principio, tranne casi particolari, è evidente che non può tacere il torto subito, deve denunciare il sopruso che lo costringe a violare la deontologia professionale. Ma è altrettanto evidente che quando si passa dalle questioni di principio ai comportamenti concreti le cose appaiono più complesse, poiché nel considerare le situazioni specifiche bisogna mettere nel conto anche la paura di fare una aperta denuncia, il rischio che ciò comporta. Tenuto conto di tutto ciò, resta il punto che i giornalisti devono fare tutto il possibile per rendere noto questo tipo di abusi, per non subire in silenzio e con rassegnazione costrizioni così gravi. Non può essere un problema individuale di chi di volta involta, senza alcuna colpa, si trova in questa difficile situazione, ma di tutta la categoria che non può fingere che il problema non esista. I giornalisti devono cominciare a parlare di queste cose e cercare il modo di risolverle, di limitare i danni personali e sociali, e per questo devono invocare il sostegno delle forze sociali e delle istituzioni. Il primo passo è quello di sviluppare una consapevolezza del problema attraverso una riflessione pubblica.

Gli organi rappresentativi della categoria dei giornalisti possono dare un grande contributo per diffondere questa coscienza. I tempi sono maturi, come si è visto nel dibattito al recente XXV Congresso nazionale della FNSI, dove il tema è entrato nel dibattito e l’impegno è stato espresso nei documenti finali. I tempi sono maturi, come hanno detto in più occasioni pubbliche i vertici della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti.

«Nessun giornalista minacciato deve sentirsi solo, dietro ognuno di loro c’é il sindacato», ha detto il segretario generale Franco Siddi, attorniato dai dirigenti nazionali del sindacato, il 30 ottobre 2008, durante una manifestazione pubblica a Caserta. L’Ordine nazionale dei Giornalisti, ha aggiunto il segretario generale Enzo Iacopino, sottoscrive questo impegno solenne e richiama tutti i giornalisti e gli organismi della categoria a un rispetto più rigoroso e puntuale delle regole deontologiche.

Siddi ha affrontato di petto il problema dell’auto-censura, a volte dettata dalla paura, e della censura imposta ai cronisti con minacce, avvertimenti, pressioni. «In galera» – ha detto – «devono andarci i camorristi e non i giornalisti che cercano le notizie. I giornalisti devono stare sempre dove stanno le notizie, e le notizie vanno sempre pubblicate. Noi siamo qui per dire ai camorristi che non ci faremo intimidire. Noi innalziamo questa bella bandiera». La FNSI, ha aggiunto, seguirà con continuità quello che avviene nel Casertano e nella altre aree di forte criminalità organizzata con varie iniziative e in particolare con l’Osservatorio sui giornalisti minacciati e sotto scorta che avrà innanzi tutto il compito di rappresentare le dimensioni di una realtà drammatica spesso ignorata o conosciuta solo a livello locale, ma dovrà anche elaborare proposte e promuovere iniziative per tutelare e difendere i giornalisti minacciati o sotto scorta. Il presidente della FNSI, Roberto Natale, ha detto che la FNSI fa molto affidamento sull’Osservatorio, considera di grande rilievo il fatto che nasca con una iniziativa congiunta con l’Ordine dei Giornalisti e con il progetto di coinvolgere oltre ai giornalisti, tutti i cittadini che hanno a cuore la libertà e la democrazia. Il problema però richiede anche un ruolo più attivo dei media. «È molto importante» – ha detto Natale – «che il servizio pubblico radiotelevisivo, in primo luogo, dia uno spazio informativo più ampio alle cronache di mafia: quanto meno lo stesso spazio che viene dato nei palinsesti alla cronaca di alcuni delitti di violenza privata».

In questi termini, durante la manifestazione, che è proseguita a Casal di Principe, i giornalisti hanno pronunciato pubblicamente un Giuramento d’Ippocrate della categoria che non era mai stato enunciato con tanta chiarezza e che si può riassumere in questa formula: nessuna notizia può restare inedita, il cronista che corre rischi per osservare questa regola deve avere il sostegno aperto, corale, convinto, senza distinguo degli altri giornalisti.

Siamo ad una affermazione di principio importante che riecheggia la presa di posizione della Confindustria siciliana che ha detto agli imprenditori: chi paga il pizzo non può essere nostro socio. Oggi la FNSI e l’Ordine dei Giornalisti dicono: chi paga il pizzo in termini di censura o di auto-censura non può stare con noi. Il primo passo da fare è proprio quello di parlare apertamente dello stato di costrizione in cui si svolge l’attività giornalistica in certe aree e in particolare su certe tematiche. Bisogna trovare il modo di rompere il tabù che finora ha fatto tacere, per paura, per vergogna, per rassegnazione. Bisogna denunciare il problema generale nei termini in cui si presenta: come il problema deontologico e di coscienza di chi ha scelto la professione di informare l’opinione pubblica e non può farlo perché si trova a lavorare in un clima di violenza.

Bisogna parlarne e cominciare a fare delle distinzioni. Bisogna dire che fa differenza se un giornalista omette una notizia a causa di un effettivo stato di costrizione o se invece tace per acquiescenza, per quieto vivere, o peggio ancora per convenienza personale.Queste distinzioni sono fondamentali. Se è ammissibile tacere una notizia quando ci si trova in uno stato di costrizione e di accertato pericolo, non lo è quasi mai quando si tace per evitare ipotetiche e improbabili complicazioni.

E comunque il cronista che non può ottemperare ai suoi doveri per motivi di forza maggiore, a causa minacce, è tenuto a denunciare la situazione in cui si trova. È tenuto a dire ai suoi lettori che qualcuno gli lega le mani. Egualmente un cronista che pubblica una notizia o una ricostruzione parziale o incompleta è tenuto a dirlo.

In questo campo i giornalisti devono definire regole di comportamento codificate e avanzare proposte per prevenire i rischi ed evitare di pagare il prezzo che adesso, in molti casi, si è costretti a pagare: la censura. La questione di cui ci occupiamo riguarda in primis i giornalisti, ma anche la politica e la categoria degli editori ai quali spettano responsabilità e doveri non meno rilevanti. Bisogna partire da una analisi del sistema dell’informazione. Dagli Anni Sessanta ad oggi, innegabilmente, si è evoluto. I più importanti media hanno notevolmente potenziato i loro mezzi tecnici e le loro strutture; sono nate centinaia di emittenti radio-televisive a diffusione locale. Ma parallelamente al progressivo emergere dei potentati mafiosi a livello imprenditoriale e finanziario, per certi versi il pluralismo dell’informazione nel Mezzogiorno si è ridotto.

Nel mondo della carta stampata sono scomparse decine di testate, alcune storiche e di riconosciuto prestigio per l’informazione sulla criminalità organizzata, come il citato giornale «L’Ora»; altre di vita breve, ma di analoga incisività nello stesso settore, come «I Siciliani»; allo stesso tempo sono avvenute rilevanti concentrazioni editoriali in Sicilia, in Campania e in Calabria. Nello stesso arco di tempo sono stati stretti patti editoriali che delimitano le zone di influenza dei vari quotidiani e prevedono rigide limitazioni territoriali della loro diffusione. Il più noto di questi patti esclude la vendita dell’edizione siciliana de «la Repubblica» nelle edicole della Sicilia Orientale dove viene stampata in teletrasmissione. In base a questo patto i lettori di questa area non possono leggere le pagine di cronaca realizzate dalla redazione di Palermo. È da verificare se questo patto e altri patti non siano in contrasto con le leggi che tutelano la concorrenza, con il diritto dei lettori di avere accesso a un’informazione pluralistica, con le definizioni di posizione dominante a livello locale, con i requisiti per l’accesso ai contributi della legge dell’editoria.

Quel che appare chiaro è che in seguito alla recente evoluzione del panorama editoriale, in varie province del Sud, dove prima i lettori potevano scegliere più di una testata con pagine di cronaca locale, il giornalismo locale è ora rappresentato da una sola testata, da una sola voce che parla ai lettori senza contraddittorio, a volte da una posizione dominante. Non solo i lettori ma anche i boss mafiosi leggono i notiziari giornalistici. Ci sono mille prove, storiche e attuali, della loro attenzione e della loro ipersensibilità per le notizie che possono danneggiarli, ma anche del loro interesse a usare l’informazione ai loro fini, per depistare, per screditare i loro nemici, per coltivare il consenso e difenderlo.

Le cosche scoprono l’importanza di far circolare certi messaggi sui giornali, negli Anni Cinquanta, quando dal feudo sbarcano in città e le loro attività più redditizie diventano il controllo dei mercati annonari e dei cantieri edili. In questo periodo, «chiusa l’epoca del banditismo, le redazioni sono in larga parte poco attente ai temi della criminalità organizzata e ai primi segnali di insediamento e controllo del territorio da parte delle famiglie mafioso». Quelle redazioni tardano a capire che «sono proprio uomini d’onore e camorristi a gestire le informazioni che giungono ai giornali e che riguardano i propri affiliati e le loro attività: attraverso un sapiente gioco di “fonti confidenziali” pilotate ad arte, notizie e “soffiate” vengono offerte con una certa frequenza indifferentemente all’attenzione di cronisti ed inquirenti, instaurando rapporti ambigui, volutamente parziali e depistanti. A Palermo, i capimafia stringono rapporti di cordiale amicizia con qualche giornalista; ci si incontra in occasione di convivi matrimoniali, delle “mangiate” in campagna, per una giocata alle carte».

«In quegli anni la sottovalutazione – più o meno volontaria –del fenomeno mafioso da parte di giornali e mezzi di informazione contribuisce molto alla mimetizzazione del consorzio criminale, agevolandone, di fatto, l’infiltrazione nel tessuto economico e sociale…». Sono gli Anni Sessanta e Settanta in cui la magistratura non indaga, i giornali non capiscono e la mafia compie la mutazione genetica e di scala, dal taglieggiamento nelle campagne, alla proiezione come multinazionale del contrabbando di sigarette e poi del traffico di droga.

Negli Anni Settanta i mafiosi hanno loro infiltrati nei giornali di Palermo. «Il collaboratore di giustizia Salvatore Contorno ha rivelato che nel capoluogo siciliano Stefano Bontade, capo della famiglia mafiosa di Santa Maria del Gesù, assassinato nell’aprile del 1981, era in grado di conoscere in anticipo le notizie che sarebbero state pubblicate il giorno successivo su uno dei quotidiani cittadini, grazie ad un giornalista che gliele riferiva preventivamente» (Corte d’Assise di Palermo, IV sezione penale, Sentenza n. 11/2001 Reg. Sent., Proc. pen. n. 40/1999 R.G.C.A.). (tutte queste citazioni in Dino, 2009). Alla vigilia delle stragi di mafia del 1992, «Totò Riina era libero e potente e attraverso i suoi “consulenti” dai colletti bianchi era riuscito a concordare un’intervista dalla latitanza con il direttore di un quotidiano che i corleonesi conoscevano bene. Il capo dei capi voleva rilasciare dichiarazioni che sarebbero state certamente messaggi diretti a qualcuno. Quello era il periodo in cui la mafia si muoveva in modo sotterraneo, come un magma. Alla fine quando gli accordi fra corleonesi e direttore erano già definiti tutto saltò improvvisamente» (Abbate, 2008, 122).

I boss non si limitano a chiedere favori ai giornali, impongono censure e fanno «proposte che non si possono rifiutare», che quando vengono rifiutate determinano reazioni di estrema violenza. Dal tritolo fatto esplodere nel 1958 nella tipografia del quotidiano «L’Ora» di Palermo, al tritolo minacciato nel 2007 contro Lirio Abbate e nel 2008 contro Roberto Saviano il problema è sempre lo stesso, anzi col tempo si è fatto più grave. In alcune aree dove si sentono più forti, i mafiosi conquistano del tutto i giornali locali, che cominciano a raccontare le cose dal loro punto di vista: descrivono i pentiti come degli «infami», i killer in carcere come vittime dell’ingiustizia, i loro familiari come perseguitati, lo Stato come il nemico. È stato segnalato in Calabria il caso di radio e tv locali e nel Casertano quello più clamoroso di un quotidiano che racconta tutto dalla parte dei boss casalesi e che dopo varie censure ha chiuso per riaprire subito dopo con un’altra testata. A settembre del 2008, al Festival delle Letterature di Mantova, Roberto Saviano ha raccontato queste vicende e il ruolo che svolgono alcuni giornali facendo una impressionante rassegna stampa che ha fatto sensazione ma non ha smosso una virgola.

Fra i capimafia arrestati in Sicilia negli ultimi dieci anni ci sono molti laureati, medici, avvocati, ingegneri. Segno che i mafiosi si sono acculturati, hanno studiato. Altre segnalazioni dicono che usano il computer, badano più dei loro padri alla comunicazione e alla loro immagine, amano essere celebrati per la loro potenza, leggono libri e sfoggiano la loro cultura.

Basta leggere questo brano di una lettera del super latitante Matteo Messina Denaro, considerato il successore di Riina e Provenzano, nel ruolo di capo dei capi che per definirsi un capro espiatorio si paragona a Benjamin Malaussène, il protagonista dei romanzi di Daniel Pennac, divenuto il personaggio simbolo di questo ruolo:

«Credo mio malgrado di essere diventato il Malaussène di tutti e di tutto. Jorge Amado diceva che non c’è cosa più infima della giustizia quando va a braccetto con la politica e io sono d’accordo con lui. Da circa quindici anni c’è stato un golpe bianco tinto di rosa attuato da alcuni magistrati con pezzi della politica. Ormai non c’è più il politico di razza…» (Giacalone, 2008, 23).

Ed è significativo che nel 2008 la fiction televisiva in sei puntate «Il capo dei capi», che romanza la vita di Toto Riina, abbia avuto successo nelle borgate di Palermo e sia andata a ruba, in copia pirata, sui banchetti della Vucciria. Non è nuovo il fenomeno per cui la letteratura e il cinema ispirandosi alla mafia finiscano per celebrare la mafia e influenzino i mafiosi dettando ai boss mode esteriori, linguaggio e modelli di comportamento, come è avvenuto, ad esempio, con il «Padrino» di Mario Puzo grazie anche alla spettacolare versione cinematografica di Francis Ford Coppola del 1972. Lo stesso fenomeno si è visto con «Gomorra». Prima di essere messo al bando dai camorristi insieme al suo autore, il libro di Saviano è stato diffuso in fotocopia proprio nel territorio dei casalesi, dagli stessi boss, felici di trovarci il loro nome, e qualcuno si è perfino lamentato di non avere avuto lo spazio che riteneva di meritare.

C’è poi un libro che rappresenta un caso a sé. Lo ha pubblicato un giornalista de «Il Sole 24 Ore» di Palermo, Nino Amadore, che quando è andato in giro per la Sicilia a presentarlo, al momento di riprendere l’auto dal parcheggio l’ha trovata danneggiata e ha capito che si trattava di un avvertimento espresso nel linguaggio simbolico della mafia. Nel libro «La zona grigia» Amadore spiega che negli ultimi anni sono stati imputati in processi di mafia circa 400 professionisti: medici che hanno curato boss latitanti; ingegneri e architetti che hanno preparato progetti per costruzioni illegali; notai che hanno stipulato atti immobiliari per capimafia ricercati e hanno intestato le loro proprietà a prestanome; operatori finanziari che hanno messo a punto e gestito il riciclaggio del denaro sporco… Senza la competenza e il comportamento irregolare di questi professionisti la mafia sarebbe priva di braccia operative e dunque meno potente. Amadore si chiede: cosa hanno fatto gli Ordini professionali per fare pulizia al loro interno, per fare la loro parte, che è distinta e diversa da quella della magistratura? Poco e niente, risulta dalla sua inchiesta, che offre un quadro desolante di inadempienze, omissioni e assenza di validi strumenti normativi. Ce n’è anche per i giornalisti, anche se Amadore dice che sono meno inadempienti di altre categorie pubblicate, senza la loro connivenza sarebbe pressoché impossibile per la mafia strumentalizzare l’informazione, tema che merita molta attenzione e di cui si parlerà più avanti.

I grandi giornali hanno accantonato l’argomento mafia con una scelta discutibile che non trova chiare spiegazioni. Dalla fine degli Anni Novanta hanno deciso di dedicare meno spazio e meno attenzione alle notizie di mafia. I direttori dicono che «la mafia non tira», «annoia i lettori», non fa vendere i giornali. C’è di vero che da quando Bernardo Provenzano ha accantonato la strategiastragista di Totò Riina e ha varato una linea di inabissamento di Cosa Nostra, le cronache sono meno spettacolari. Ma ci sarebbero lo stesso molte cose da scrivere e non vengono scritte. Probabilmente perché i boss non vogliono e perché le inchieste sulla mafia disturbano i ramificati interessi politici ed economici delle proprietà editoriali.

«L’informazione, adagiandosi acriticamente sui cliché della “sommersione” e del “calo di tensione”» – ha commentato Giuseppe Di Lello – «ha notevolmente affievolito il suo ruolo propositivo, di analisi critica della realtà e di denuncia della stessa, relegando il fenomeno mafioso a una comoda e innocua fiction poliziesca.

Non c’è dubbio che la “grande” informazione ha avuto e sta avendo un ruolo riduttivo del fenomeno, sempre più “regionalizzato” e staccato dal contesto nazionale. (…) Ormai le cronache di mafia si danno solo quando non se ne può fare a meno e a volte eliminando anche quel minimo di commento utile ad orientare il lettore nel labirinto delle notizie» (Di Lello, 2005).

In questo clima si fa passare per buono lo strampalato teorema enunciato da Vittorio Sgarbi: «Ci sono i mafiosi ma non c’è più la mafia, perché la mafia non fa più sistema nel senso che non c’è più un collegamento dei singoli mafiosi, con i loro poteri ancora attivi, ai poteri forti dell’economia». La Direzione distrettuale antimafia di Palermo fa una valutazione del tutto opposta, ma il sindaco di Salemi non ama essere contraddetto e ha paradossalmente accusato di essere «mafioso» il giornalista Rino Giacalone che ha elencato in un articolo tutte le cose che fanno pensare che a Salemi e a Trapani la mafia esista ancora, eccome. In terra di mafia accusare di essere mafioso un giornalista che cita a ragion veduta atti giudiziari e atti parlamentari della Commissione Antimafia, non è solo un atto di stizza, è un gesto intimidatorio che merita di essere rintuzzato dagli altri giornalisti, come è avvenuto a Trapani, sia pure tardivamente.

In questa situazione, in cui alle argomentazioni si sostituisce l’invettiva dannunziana, i giornali trovano un comodo modus vivendi alzando la soglia della notizia. Questo permette di tacere molte cose, ad esempio, questo diverbio su chi sia mafioso tra il divo televisivo neosindaco di Salemi e il giornalista di Trapani,che non ha avuto l’onore delle pagine dei giornali a più larga diffusione. Avesse riguardato un altro argomento probabilmente sarebbe finito in prima pagina.

In base ai nuovi criteri si dice che non sono notizie quelle che fino a qualche anno fa erano degne di essere pubblicate ed erano pubblicate. È un dato di fatto che ai giorni nostri, tranne rari casi, i giornali non pubblicano informazioni su comportamenti discutibili degli uomini politici o dei rappresentanti delle istituzioni, né sulle indagini in cui risultano coinvolti. Per scrivere queste cose devono avere come minimo la pezza d’appoggio di un atto giudiziario. Ma tante volte neppure le carte giudiziarie sono sufficienti per superare la soglia e molte notizie restano inedite. Molti giornali non spulciano le carte processuali come si faceva una volta; non scavano intorno ai fatti, non danno corso e spazio sui giornali alle denunce dei cittadini. Molti problemi sociali che affliggono i cittadini-lettori non raggiungono le pagine di cronaca.

Il fenomeno è palese e spesso dà adito a generiche lamentazioni e a un altrettanto generico rimpianto del giornalismo d’altri tempi, un atteggiamento che non porta ad alcun risultato. Sarebbe invece utile descrivere la questione in termini oggettivi, analizzarla e parlarne senza confondere le cause con gli effetti, come spesso avviene. Non si può spiegare l’innalzamento della soglia con il garantismo o col rispetto della privacy, a meno che non si voglia proporre un malinteso senso del garantismo e una discutibile interpretazione del diritto alla privacy. Certe scelte dei giornali rispecchiano un processo di involuzione della nostra società e un decadimento della professione giornalistica. Nel villaggio globale spiato dai satelliti e osservato ossessivamente da potenti sistemi informativi interconnessi operanti 24 ore al giorno, nel mondo dei quotidiani full color da 60 pagine più supplemento illustrato, l’eliminazione o la marginalizzazione di contenuti informativi di indubbio rilievo sociale si devono ricollegare al cambiamento politico-culturale che ha reso invisibili intere categorie di cittadini e di informazioni che li riguardano, a cominciare da quelle che riguardano il mondo del lavoro. Fra i contenuti più penalizzati ci sono le notizie sulla lotta alla criminalità organizzata, la denuncia di torti e ingiustizie sociali, le disfunzioni dei servizi pubblici.

Il paradigma di tutto ciò è l’oscuramento delle notizie sugli incidenti mortali sul lavoro, che perdura nonostante si ripetano alla cadenza di due-tre morti al giorno e nonostante i ripetuti richiami delle più alte cariche dello Stato e dei familiari delle vittime.

L’«escalation» della violenza mafiosa contro i giornalisti e i rappresentanti delle istituzioni ha una tappa storica che risale al 1977, anno in cui fu assassinato nella piazza del borgo di Ficuzza, frazione di Corleone, il colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo. Con quell’omicidio la mafia ruppe la non belligeranza nei confronti di chi era impegnato a contrastarla per mestiere. Il delitto Russo chiuse un’epoca, aprì la stagione dei «delitti eccellenti» che avrebbe portato nel 1978 all’assassinio del giornalista Giuseppe Impastato e nel 1979 all’eliminazione del cronista giudiziario del «Giornale di Sicilia» Mario Francese e di lì a poco agli obbiettivi politici (Michele Reina, Piersanti Mattarella), all’uccisione di magistrati (Cesare Terranova nel 1979 e Gaetano Costa nel 1980), all’eliminazione di altri uomini di spicco delle forze dell’Ordine, come il capitano dei carabinieri Emanuele Basile e il capo delle squadra mobile Boris Giuliano, per proseguire poi con un crescendo rossiniano culminato nel 1992 nell’eliminazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Prima di Mario Francese erano già stati eliminati Cosimo Cristina, Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato e Peppino Impastato, ma si può dire che l’informazione sia entrata pienamente nel mirino di Cosa Nostra proprio con l’eliminazione del cronista del «Giornale di Sicilia» e sia rimasta nel mirino negli anni in cui giornali e giornalisti hanno partecipato agli sforzi della magistratura per superare l’impotenza storica nei confronti della mafia. Quella lunga e sanguinosa offensiva mafiosa fu infatti sferrata proprio per fermare la forte ripresa dell’iniziativa giudiziaria sostenuta da una mobilitazione senza precedenti del mondo dell’informazione.

In un primo tempo la mafia decapitò i vertici della polizia, della regione, della magistratura, dei carabinieri. I giornalisti di Palermo sopportarono per intero, da soli, il lavoro di prima linea in quella fase di gravissima emergenza. Erano i soli a consultardirettamente le fonti di informazione di Palermo. I grandi giornali seguivano «in seconda battuta» attraverso i corrispondenti che rilanciavano con un giorno di ritardo le notizie pubblicate dai quotidiani locali. Di tanto in tanto arrivavano grandi inviati speciali, spesso digiuni delle cose di mafia, molto frettolosi, chiamati a scrivere il «pezzo di colore» sui delitti eccellenti o a descrivere i funerali di stato o a rimasticare alla buona vecchie notizie. In questa fase la stampa nazionale, bisogna dirlo, era disimpegnata.

L’inversione di tendenza si ebbe dopo l’assassinio di Pio La Torre (30 aprile 1982) quando il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vice comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, con grande enfasi, fu nominato super-prefetto di Palermo. Dalla Chiesa aveva 62 anni ed era un mito. Piemontese di Saluzzo, ex partigiano, ex capo della struttura antiterrorismo che nel settembre del 1974 aveva catturato a Pinerolo Renato Curcio e Alberto Franceschini, esponenti di spicco delle Brigate Rosse, aveva svolto tutta la sua carriera in Sicilia, dal 1949 al 1979, con un breve intermezzo al Nord. Alla fine della guerra il suo primo incarico in Sicilia era stato quello di seguire le indagini per l’uccisione del segretario della Camera del Lavoro di Corleone Placido Rizzotto.

In quella occasione aveva conosciuto Pio La Torre, allora giovane dirigente comunista. Nel 1982, all’atto della nomina, il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini aveva promesso a Dalla Chiesa poteri speciali, ma arrivato a Palermo, Dalla Chiesa aveva scoperto che in realtà, come disse lui stesso, lo avevano mandato a lottare contro una mafia agguerritissima con «gli stessi poteri del Prefetto di Forlì».

Dopo qualche mese aveva cominciato a telefonare alle redazioni centrali dei giornali del Nord per convocare giornalisti di grido e denunciare l’«impasse» e alcuni tentativi di isolarlo. Per seguire quello scontro fra il generale-prefetto e il potere centrale si trasferirono in Sicilia numerosi inviati, che cominciarono a dare una mano nella raccolta di notizie sui retroscena delle connivenze mafiose. L’ormai celebre intervista di Giorgio Bocca al generale Dalla Chiesa, che fece sensazione con la rivelazione di una frontiera mafiosa a Catania, rappresenta una pietra miliare di quella stagione. Poi, alla fine dell’estate di quel 1982, cominciarono ad arrivare ai giornali una serie di sinistre telefonate anonime che annunciavano un attentato imminente contro il generale-prefetto. Perciò tutti gli occhi erano puntati su Palermo, il 3 settembre 1982, quando Dalla Chiesa fu assassinato in un brutale attentato mafioso insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro, esponente della buona borghesia meneghina, e all’agente di scorta Domenico Russo. La «strage di via Carini» suscitò un’ondata di commozione in tutta Italia, e soprattutto a Milano, per l’uccisione della moglie del generale, e mobilitò in modo corale tutti i giornali, che mandarono giornalisti a Palermo e mantennero quel presidio per alcuni anni. Furono mobilitate alte professionalità, ma la scelta di «presidiare» Palermo si rivelò in gran parte dettata dall’emozione del momento e dall’aspettativa di grandi risultati investigativi. Quella mobilitazione cessò quando furono deluse le grandi speranze nate dalla celebrazione dei maxi-processi e dalla «primavera di Palermo», il periodo 1985-1990 in cui fu sindaco Leoluca Orlando.

Prima i mafiosi tenevano sotto tiro solo i giornali, poi entrarono nel mirino anche le agenzie di stampa, le radio e le tv. Adesso il controllo comincia ad estendersi anche ai libri. I libri hanno cominciato a dare fastidio da quando hanno cominciato a ospitare inchieste giornalistiche e ricostruzioni d’insieme che ormai non trovavano spazio sui quotidiani né in tv. È un fenomeno recente che ha fatto nascere un nuovo genere editoriale che ha ormai un vasto pubblico: il libro-inchiesta giornalistica.

Fra quelli che i mafiosi hanno accolto come il fumo negli occhi, come abbiamo visto, c’è il libro di Lirio Abbate e Peter Gomez sui complici della latitanza di Provenzano. In questi libri, si offre al lettore una ricomposizione unitaria dei brandelli di notizie estemporanee che appaiono sui giornali con l’aggiunta di quei brani di atti giudiziari che gli altri media non pubblicano.

«Gomorra» di Roberto Saviano, che marcia verso il milione di copie vendute, è un caso a sé. Molte vicende che narra sono già state raccontate sui giornali locali. Saviano ne ha fatto una lettura complessiva, una ricomposizione in un quadro unitario e ha dato un’enorme forza emotiva al racconto con la potenza diun linguaggio letterario che parla alle coscienze individuali e fa capire che la camorra compie atrocità, azzera le libertà e accumula fortune inimmaginabili proprio accanto ai luoghi che i pacifici cittadini considerano immuni da questi orrori. È cioè un esempio della grande letteratura civile che ha avuto per maestri Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia e non ha avuto eredi diretti.

Le agenzie di stampa sono un bersaglio meno recente di quanto si possa credere. Oggi sono più bersagliate di prima probabilmente perché è cresciuta la loro influenza nella scelta dei contenuti dei giornali e dei notiziari radiotelevisivi. Evidentemente lo hanno capito anche i mafiosi. Bisogna ricordare che le agenzie diffondono dispacci destinati ad altri giornalisti e non al grande pubblico. Un recente episodio ha fatto scoprire che i capimafia riescono a seguire le agenzie anche dal carcere e anche quando sono sottoposti al regime di isolamento speciale. Il 4 ottobre 2007, il capomafia Leoluca Bagarella, mentre veniva processato per omicidio dai giudici della corte d’assise di Palermo, ha preso la parola per smentire una notizia data dal giornalista Lirio Abbate nel notiziario dell’agenzia Ansa a proposito di un presunto scambio di fedi, in cella, fra lui e il boss catanese Nitto Santapaola; un gesto che gli investigatori avevano considerato il suggello di un nuovo patto stipulato tra le cosche di Palermo e quelle di Catania. È in corso un’inchiesta giudiziaria per accertare come il padrino corleonese, detenuto e sottoposto da anni alle restrizioni del regime carcerario del 41 bis, abbia appreso che a diffondere la notizia sia stato il cronista dell’Ansa.

I giornali restano comunque tuttora gli strumenti di informazione a cui i mafiosi prestano più attenzione, i media che la criminalità organizzata cerca più attivamente di condizionare, manipolare, piegare ai propri interessi con le buone o con le cattive. Proprio per questo sono un genere da trattare con particolari accortezze le interviste a esponenti mafiosi o a loro familiari, le lettere che imputati di mafia o boss pluri-condannati mandano ai giornali e che talvolta i giornali pubblicano senza neppure prendere le distanze da contenuti palesemente falsi e senza depurarli da espressioni ambigue o minacciose. I mafiosi detenuti eanche quelli condannati conservano certamente dei diritti che non vanno calpestati, ma non possono avere pagine di giornali e microfoni aperti come se fossero dei benefattori dell’umanità.

Certamente i giornali non possono riconoscere a loro più diritti di parola di quello riconosciuto alle vittime dei loro delitti e ai comuni cittadini. È evidente ed è sacrosanto che il diritto di cronaca può presentare delle esigenze particolari e che questa materia non può essere rigidamente regolamentata. Ma è anche vero che su queste questioni sarebbe necessario mettere alcuni «paletti» di massima. Servirebbero a tutelare, oltre ai lettori, i giornalisti che di volta in volta si trovano esposti a prepotenze e imposizioni.

Ciro Pellegrino, un cronista di Napoli, a questo proposito, ha suggerito alcune regole che dovrebbero dettare il comportamento dei redattori:

1. Particolare attenzione e rigore nell’indicare i precedenti penali di boss, di parenti di boss, o affiliati che per particolari motivi finiscono sulle pagine dei giornali.

2. Impegno rigoroso nel fornire una tempestiva replica alle accuse verso servitori dello Stato.

3. Impegno a non enfatizzare nei titoli gli alias, i soprannomi spesso in uso fra i malavitosi.

4. Impegno dei giornali a dare risalto alle manifestazioni contro la malavita organizzata e alle commemorazioni delle vittime. Come dicevamo prima, ci sono notizie sulla mafia che non danno fastidio alla mafia. Sono quelle che offrono un bollettino dell’attività degli investigatori e degli inquirenti, che riferiscono il punto di vista di giudici e poliziotti, che anticipano le loro mosse, o raccontano le atrocità di un delitto mafioso descrivendone i particolari, anche i più atroci. Questo tipo di notizie non dà fastidio alla mafia. Anzi è gradito. Torna utile anche ai mafiosi apprendere dal giornale quali successi hanno conseguito gli inquirenti e quali mosse intendono fare. Torna utile soprattutto a chi vive in clandestinità.

Fornire particolari atroci sulle imprese delittuose della mafia alimenta la pietà per le vittime, ma al tempo stesso propaga, diffonde e amplifica l’effetto terroristico, di paura e di intimidazione del delitto; propaga la potenza di fuoco della cosca. Lo stesso problema, su più vasta scala, si pone per le rivendicazioni di attentati del terrorismo politico o di matrice internazionale, per i deliranti messaggi di Bin Laden o i videoclip dei tagliatori di teste iracheni. È impossibile impedire del tutto la strumentalizzazione dei media da parte dei terroristi. L’esperienza però insegna che si può contenerla e limitarla. Lo abbiamo imparato sul campo e ormai da tempo le redazioni adottano precise regole per evitare l’amplificazione mediatica degli attentati. Per la mafia si finge che questo problema non esista. È un altro punto su cui riflettere. Lo ha chiesto anche il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso sottolineando il vuoto di analisi e di attenzione su questo tema e indicando in questa disattenzione un limite del giornalismo odierno.

La mafia, dice Grasso, è capace di «strumentalizzare l’informazione e di condizionare la stampa», sa usare a proprio vantaggio i mezzi di informazione, ad esempio «per avvisare chi si deve difendere da un’indagine o deve fare sparire delle prove». Non sfugge a nessuno che il Sud sia oggi meno osservato, indagato, descritto di quanto fosse negli anni del Dopoguerra. Da tempo, la cultura nazionale presta sempre meno interesse alle vicende del Mezzogiorno. Giornali, giornalisti, editori, scrittori, cineasti sono oggi più conformisti, più retorici, più rispettosi del potere e dell’informazione ufficiale. Credo che nessuna «fiction» sugli eroi sconfitti della lotta alla mafia abbia raggiunto il potenziale di denuncia sociale di film di Francesco Rosi come «Le mani sulla città» o «Salvatore Giuliano». O dei libri di Leonardo Sciascia che scaricava i suoi dubbi volterriani sulla cattiva coscienza politica nazionale.

I giornali meno conformisti del Mezzogiorno si sono indeboliti e hanno cessato le pubblicazioni giornali che alimentavano i notiziari nazionali e influivano sulla formazione della coscienza civile di tutto il Paese. Limitiamoci a dire che sui giornali a diffusione nazionale – tutti localizzati nel centro-nord – si è ridotto il flusso di notizie originato dal Mezzogiorno.In Italia i bacini di informazione sono chiusi come compartimenti stagno, non sono vasi comunicanti e ciò rende più facile l’oscuramento di intere categorie di notizie. Il bacino meridionale, rigidamente segmentato al suo interno, appare più chiuso che mai. La sua struttura riflette una concezione arcaica del mercato che vede le zone di diffusione dei giornali come feudi, come riserve di caccia di un singolo editore. Questa concezione tutela le rispettabili ragioni di bilancio dell’impresa editoriale a scapito di due principi generali: la libera concorrenza e il pluralismo dell’informazione, che si realizza solo quando si possono ascoltare più voci all’interno di uno stesso media e quando sul territorio ci sono più prodotti editoriali in grado di competere alla pari. Questa situazione riflette innanzi tutto la carenza di progettualità e di modernità dell’imprenditoria del Sud e, più in generale, una crisi della cultura meridionale che si manifesta con la debolezza, l’afonia degli intellettuali meridionali, la loro ridotta incidenza sulla scena nazionale, la loro incapacità – o rinuncia – a rappresentare a tutto tondo i caratteri nuovi e drammatici della questione storica del sottosviluppo, del predominio della criminalità organizzata e della marginalità. Da tempo i grandi drammi del Mezzogiorno non trovano attori, interpreti capaci di imporli sulla scena nazionale. Perciò questi drammi vivono e muoiono a livello locale: dove mancano i mezzi e la forza per risolverli. Il dramma del terrorismo mafioso di Palermo è solo il dramma dei cittadini di Palermo. Il dramma della camorra napoletana è solo dei Napoletani. Il dramma della Calabria, schiacciata fra sottosviluppo e aggressività criminale, è solo dei calabresi. Si sente la mancanza di un giornale di tutto il Mezzogiorno, di un crogiuolo nel quale mescolare, giorno per giorno, gli avvenimenti, i sogni, le intelligenze, le speranze e i dolori di Napoli, di Palermo, di Cagliari con quelli del più sperduto comune del Sud. Finché il Sud non disporrà di un simile strumento di comunicazione non potrà esprimere pienamente la sua identità culturale e sociale, quella vera, di sfumature, diversa dalla piatta, diffamante oleografia caricaturale imperante. L’unica immagine d’insieme del Sud è quella approssimativa mediata dalla stampa nazionale, quella che giunge nel Sud proiettata dalle redazioni e dalle case editrici di Roma, Milano, Torino.

In questi anni, invece, i media più conformisti si sono rafforzati. Sarebbe utile ricostruire come ciò sia avvenuto; è legittimo chiedersi quanto abbiano pesato e pesino fattori e ragioni estranee alla libera concorrenza delle imprese nel mercato. Una delle difficoltà maggiori dell’editoria minore nel Mezzogiorno è rappresentata dai costi di stampa. Alcune testate hanno cessato le pubblicazioni a causa dell’elevato costo di gestione di una tipografia in proprio o dei costi di stampa presso terzi. Lo stesso problema tuttora mette a rischio l’attività di numerose testate e ostacola la nascita di nuove iniziative editoriali. Sarebbe perciò da valutare l’ipotesi di realizzare nel Sud, nel quadro delle iniziative a carattere sociale e a sostegno della imprenditoria, come infrastrutture editoriali di base, uno dei più grandi centri stampa consortile, del quale potrebbero servirsi varie testate e più editori, consentendo la ripartizione dei costi.

Un’altra questione riguarda i finanziamenti pubblici all’editoria. È noto che i media si finanziano sempre meno attraverso vendite e abbonamenti, e sempre più attraverso erogazioni pubbliche, entrate pubblicitarie, convenzioni con enti pubblici e sovvenzioni di privati. Vendite e abbonamenti in alcuni casi coprono appena un quinto del fatturato. Sarebbe utile un quadro dettagliato dell’apporto che giunge ai giornali e alle emittenti locali del Mezzogiorno dalle contribuzioni pubbliche e private e dalle convenzioni pattuite fra i singoli editori e le amministrazioni pubbliche. È inoltre da valutare se nel Mezzogiorno l’erogazione del finanziamento pubblico all’editoria, una parte di esso, o una parte aggiuntiva possa essere legato al rispetto di standard di concorrenza, alla completezza dell’informazione, alla presenza di adeguati spazi di informazione sulle vicende collegate alla lotta alla criminalità organizzata e alle campagne per la legalità.

L’informazione può incidere molto sulla lotta alla mafia, ha affermato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, richiamando il dovere civile dei giornalisti di non essere dei semplici passacarte. «Voglio insistere in modo particolare» – ha detto il 18 settembre 2007 al Quirinale – «sul ruolo che stampa e televisione possono portare avanti nella lotta contro la criminalità organizzata, un ruolo di primo piano, un impegno netto, assolto con coraggio e continuità, che fa onore alla professione giornalistica svolta come missione».

C’è anche un altro punto su cui è utile soffermare l’attenzione.

La mafia e l’informazione libera sono due entità antitetiche, poiché la criminalità organizzata può prosperare solo nel buio informativo, in una penombra che lascia scorgere solo notizie ininfluenti, funzionali o addomesticate. Ecco perché quando si parla dei giornali e dei giornalisti che si occupano di criminalità organizzata si parla di uno dei fronti sui quali si svolge la lotta alla mafia. Uno dei fronti decisivi, e forse il meno noto, il meno esplorato, il meno coltivato, il meno protetto.

Bisogna tenere presente che le mafie patiscono l’informazione indipendente, attenta, critica, analitica, continuativa; che i boss, portati alla ribalta sotto i riflettori, perdono il sinistro carisma che li circonda, perdono forza e consenso, appaiono per quel che sono: criminali cinici ed efferati, persone modeste in grado di prevalere e di imporsi solo con la violenza. Si è visto, dopo la loro cattura, che modesti personaggi erano Al Capone, Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano e altri grandi capimafia.

Dobbiamo sforzarci di immaginare cosa sarebbe la mafia, cosa sarebbero la camorra, la ’ndrangheta e le consimili consorterie, se fossero spogliate dell’alone di mistero e di segretezza che impedisce di far conoscere le loro meschinità, gli orrori di cui sono responsabili, se fossero pubblicate in tutta evidenza le notizie poco edificanti sul loro conto che pur sono disponibili; cosa sarebbero gli inafferrabili boss (che comunque, prima o poi, vengono catturati) senza il silenzio stampa e il cordone di protezione terroristica che circonda le loro tristi imprese; quale seguito avrebbe Cosa Nostra se il mito dell’invincibilità di cui si fa forte fosse sottoposto allo «screening» di un’informazione accurata. Insomma, cosa sarebbero le mafie se fossero raccontate sui giornali, in televisione per quel che sono veramente. La «Invencibile Armada» mostrerebbe numerose falle, la piovra apparirebbe in tutta la sua mostruosità, la criminalità organizzata privata di forza e fascino non potrebbe realizzare molti loschi affari e vacillerebbe il suo dominio violento su intere parti del territorio nazionale.

Se per l’informazione sulla mafia si mettesse in campo la stessa attenzione, la stessa curiosità, la stessa profusione di energie e di risorse che si usa, ad esempio, per raccontare il campionato di calcio, in poco tempo la criminalità organizzata cesserebbe di essere quello che è.

«Lo Stato ha le sue corazzate e quando vuole le fa navigare bene», ha sottolineato Roberto Morrione, dicendo che basterebbe mobilitare le rilevanti risorse, le professionalità paralizzate, sotto utilizzate, schierate su una linea di basso profilo per il timore di disturbare equilibri politici, dei venti centri di produzione Rai presenti in tutto in territorio nazionale. Invece sulle reti televisive l’unico spazio di inchiesta giornalistica che sopravvive, e spazia anche sui temi della mafia, è il settimanale «Reporter» di Raitre diretto da Milena Gabanelli, che ha illuminato alcune vicende che diversamente sarebbero rimaste inedite.

Per assicurare una più ampia informazione sulla mafia ci vuole soprattutto volontà politica. È questa che è mancata, visto come sono andate le cose negli ultimi lustri. L’apparato giornalistico che negli anni Ottanta-Novanta assicurò a Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e a tutti gli altri coraggiosi magistrati il sostegno dell’opinione pubblica e consentì di creare il consenso necessario per sferrare i più formidabili colpi contro Cosa Nostra, è stato disperso. Quell’«armata» è stata progressivamente indebolita, sguarnita, privata di mezzi e alla fine messa in disarmo. Del Palazzo di Giustizia di Palermo si parla ormai solo per raccontarne i veleni e per dire che Falcone era un’altra cosa, ma senza trarne le conseguenze. La stagione d’oro della lotta alla mafia si avvia a diventare un ricordo leggendario.

Riferimenti bibliografici

Abbate, L. (2008), L’effetto del dito puntato, in «Giornalismi & Mafie», a cura di Roberto Morrione, Edizioni Gruppo Abele Amadore, N. (2007), La zona grigia. Professionisti al servizio della mafia, Editore La Zisa

Di Lello, G. (2005), Il «calo di tensione» e la mafia regionalizzata. Nel silenzio dei media nazionali, nella cronaca spicciola di quelli locali, la borghesia mafiosa è ritornata tessera indispensabile per la tenuta del potere nazionale, in «Problemi dell’informazione», n. 2/2005, Bologna, Il Mulino

Dino, A. Giornalismo e mafia, in Mareso, M. e Pepino, L. (a cura di), «Nuovo dizionario di mafia e antimafia», Edizioni Gruppo Abele, 2009

Giacalone, R. su «Narcomafie» n. 11/2008

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