Rapporto 2006/2009

Rapporto 2006/2009. L’esperienza di Lirio Abbate

L’intervento di Lirio Abbate – Rapporto Ossigeno 2006/2009

Fino a due anni fa svolgevo tranquillamente il mio lavoro, battevo la strada per cercare le notizie, mi muovevo senza condizionamenti, incontravo le mie fonti, approfondivo il mio lavoro scrivendo un libro assieme al bravissimo collega Peter Gomez, vivevo i momenti liberi in assoluto relax. E non avevo nemmeno il lontano sospetto che qualcuno potesse farmi del male proprio per il lavoro che facevo.

Poi qualcosa è cambiato. Sono diventato, mio malgrado, per qualcuno un elemento di disturbo, per altri un punto di riferimento, e la mia, la nostra categoria, si è stretta attorno a me. Ascoltare la registrazione di quattro mafiosi, fra cui il galoppino di un parlamentare, che parlano di un progetto di morte nei miei confronti, o il ritrovamento di un ordigno sotto la mia automobile e ancora il dito puntato sulla mia attività professionale da uno stragista sanguinario come il boss Bagarella che dal carcere conosce i retroscena delle notizie e la loro genesi, non mi fa stare tranquillo, ma so che accanto a me ho le Istituzioni e mi auguro che continuino a esserci fino a quando il pericolo incombe.

Intanto, nonostante tutto ciò, mi sento impegnato a dare spazio al giornalismo e a suggerire alcune delle tante risposte che noi giornalisti, come categoria dobbiamo dare, proprio mentre la Federazione degli editori tenta di nascondere la propria incapacità di rinnovarsi, dal punto di vista imprenditoriale e del mercato (oggi tanto, troppo diverso da ieri) aggredendo i giornalisti, il loro ruolo, le loro retribuzioni, la loro autonomia, il loro contratto.

Ho l’impressione che gli editori, con riguardo a un lavoro come il nostro, in cui si esercita un’attività intellettuale, sociale, di interesse pubblico collettivo, credano che l’unico rimedio alla crisi del settore possa essere la riduzione dei costi del lavoro. Come se le notizie si vendessero a peso. Ma c’è notizia e notizia e c’è chi certe notizie non riesce proprio a digerirle. Tra coloro che non le digeriscono, e questa è la seconda risposta da dare, c’è una classe politica mai come in questi ultimi anni compatta nell’attentare alle libertà fondamentali di chi fa informazione. Non siamo ai livelli russi, iraniani o venezuelani, ma con la legge sulle intercettazioni, con una singolare identità di vedute, merce davvero rara ai nostri giorni, la politica italiana è uscita finalmente allo scoperto. Vuole metterci il bavaglio. Vuole mettersi al riparo dall’invadenza dei giornali e dei media. E questo, lo ripeto, senza eccezioni o defezioni: chi più, chi meno, sono tutti d’accordo. A destra, a sinistra e al centro. Né si possono dimenticare quei progetti di legge sulla diffamazione che sono di ieri, che a lungo hanno proposto il carcere per i giornalisti, né i milioni di euro che, spesso a scopo intimidatorio, vengono chiesti per le presunte diffamazioni a mezzo stampa e oggi per chi pubblica intercettazioni. Per non dire degli accordi di cartello tra i giganti del duopolio televisivo, che tanto discredito gettano sulla nostra categoria, oltre che su coloro che sono protagonisti di contrattazioni a favore del potente di turno, tanto vergognose quanto deprimenti.

Al tempo stesso, per motivi più o meno simili, si è manifestata una crescente insofferenza nei confronti dei giornalisti da parte della criminalità organizzata e del terrorismo. Solo in Sicilia la mafia ha ucciso 8 giornalisti, e sono molti di più i morti che abbiamo lasciato sul terreno, e non solo all’interno dei nostri confini nazionali, per mano del terrorismo e delle mafie.

Non voglio fare casi personali: forse per fare vedere che sono ancora vivi e forti – anche se così manifestano piuttosto una fibrillazione e una debolezza – i mafiosi di Palermo hanno scelto, o «preferito» me, come bersaglio, ma il bersaglio sarebbe potuto essere chiunque altro. Non sono un eroe né il più bravo di tutti; ho fatto solo il mio lavoro, come tanti altri colleghi: a Palermo, in Sicilia, i cronisti non sono tutti pavidi o incapaci o sparagnini, non si limitano all’essenziale, a un lavoro di routine per non correre rischi o, peggio, per compiacere il Potere. Non sono stato il solo ad essere minacciato: nello stesso periodo in cui sono stato attaccato, ci sono stati ragazzi ed ex ragazzi, corrispondenti locali, giornalisti di tv locali minori, che ci hanno rimesso le automobili, il portone di casa, la serenità familiare, spesso per compensi che non superano i tre euro a pezzo.

Non voglio parlare di una strategia unica e unitaria, studiata a tavolino, perché non ho elementi per dirlo, ma sicuramente la mafia, la criminalità organizzata, di fronte a una risposta dello Stato che solo da pochi anni si è fatta incisiva e aggressiva, non tollera più quella informazione che prima considerava comunque una forma di pubblicità, seppur negativa, e cioè il nostro lavoro di cronisti che descrivono e denunciano la realtà mafiosa e le sue collusioni con la politica.

Ho ricevuto tanta solidarietà, dopo le minacce. Anche da parte di molti politici. Strano, perché di politica e politici ho a lungo parlato nel libro, che non a caso con Peter Gomez abbiamo intitolato «I complici». I colleghi che hanno organizzato la manifestazione di solidarietà per me, portando in piazza a Palermo un migliaio di persone (ed è stata messa su in appena tre giorni, quando a Palermo era ancora piena estate), hanno detto che chiunque poteva partecipare, ma, al momento di concluderla, hanno dato la parola solo ai giornalisti. Non abbiamo voluto fornire passerelle a nessuno.

Io credo che la solidarietà antimafia sia importante ma va testimoniata con comportamenti concreti, non con manifestazioni di facciata come quelle che organizzava il pentito Campanella a Villabate, comune vicino a Palermo, ad altissima densità mafiosa, durante le quali si consegnavano premi all’attore Raul Bova solo perché aveva impersonato la figura del Capitano Ultimo, l’uomo che catturò Totò Riina, il capo dei capi. Oggi l’antimafia mediatica si affida sempre più alle fiction. Ma non mescoliamo realtà e finzione, cronaca e sceneggiati: è soprattutto il lavoro di chi racconta la realtà senza romanzarla, il lavoro del cronista, ciò che fa paura, che crea sconcerto nella criminalità organizzata. Perché l’informazione crea idee, le fa circolare, le porta in giro ed è anche grazie all’informazione che oggi finalmente a Palermo ci sono i volontari di Addiopizzo, i coraggiosi imprenditori e commercianti di Libero Futuro stanchi di avere tra i costi fissi d’impresa il pizzo o le tangenti ai politici. C’è sempre più gente che ci crede, si muove e denuncia. Gli imprenditori si ribellano, i latitanti vengono arrestati e, vuoi o non vuoi, fanno meno paura.

La cosiddetta società civile, scossa dalle stragi, è stata vicina ai magistrati per molti anni e a lungo ha fatto il tifo per i giudici, per le loro indagini e sentenze. Non è bello tifare per i giudici, e non solo perché parliamo di ergastoli e di anni di carcere e non dei goal durante una partita di calcio, ma anche perché fare il tifo significa trasformarsi in spettatori e rimettere alla magistratura una delega, l’ennesima, a raddrizzare le tante storture dei nostri tempi. E se le cose non vanno come si vorrebbe, si finisce pure col fischiare i propri beniamini. Cosa puntualmente avvenuta.

Anche noi giornalisti, purtroppo, abbiamo a lungo scaricato su altri poteri e istituzioni compiti che sarebbero stati pure nostri: un politico assolto, anche se in parte si è visto cancellare il gravissimo reato di associazione per delinquere semplice, per effetto della prescrizione, diventa così un pater patriae e ogni occasione diventa buona per intervistarlo, invitarlo in tv, ricordare quanto è stato ingiusto il processo contro di lui. Un altro politico condannato in primo grado è sempre al centro di trame e di intrecci di alta politica: tanto, si dirà, c’è l’appello, e sono solo i giudici a dare le patenti di onestà, in questo Paese. E invece no. Conta la moralità e l’etica, due qualità che noi giornalisti dobbiamo richiedere soprattutto a chi amministra la cosa pubblica. Perché ci sono elementi o episodi che per i giudici non sono penalmente rilevanti, ma per noi, spesso, sono moralmente ed eticamente rilevanti e quindi vanno scritti sui giornali e riferiti in tv nei notiziari di prima serata.

Abbiamo abdicato al nostro ruolo, a quello che l’articolo 2 della nostra legge professionale definisce come l’insopprimibile diritto della libertà di informazione e di critica. È merce rara il giornalismo investigativo e d’inchiesta; abbiamo preferito trasporre indagini altrui, e spesso col copia e incolla, in lavori che solo in parte sono veramente nostri.

Le verità giudiziarie sono così divenute quasi le uniche verità che si riesce a cavare dai fatti. L’antipolitica galoppante riguarda poi in parte anche noi, sempre più spesso visti come scriba del potere, ed è un fenomeno dilagante, di cui noi dei media ci siamo accorti con colpevole ritardo.

Purtroppo capita anche che talvolta stare in posizioni di sostanziale subalternità costringa a vivere lunghi black-out informativi, quanto mai pericolosi in una democrazia che non voglia essere di tipo e stampo sudamericano.

Quello che mi auguro, è che si possa andare alla ricerca di quella fiducia tra la stampa e i lettori di cui parla l’articolo 2 della nostra legge fondamentale. Per questo motivo noi giornalisti dobbiamo avere il coraggio di cambiare registro.

Licenza Creative Commons I contenuti di questo sito, tranne ove espressamente indicato, sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CHIUDI
CLOSE