Rapporto 2006/2009

Rapporto 2006/2009. Scrivere di mafia in terre di mafia

L’intervento di Roberto Morrione – Rapporto Ossigeno 2006/2009

Quando all’inizio del 2007 Fazi Editore pubblica «I complici, tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento», Lirio Abbate, autore del libro insieme con Peter Gomez, non immagina che di lì a pochi mesi sarà minacciato, costretto a uscire sotto scorta, a cambiare regole e abitudini della propria vita. Redattore dell’Ansa a Palermo, Abbate è da anni un attento osservatore delle vicende giudiziarie, che in Sicilia significano soprattutto «mafia». È stato il primo giornalista a entrare nel covo di Bernardo Provenzano, l’11 Aprile del 2006 e a dare la notizia sull’arresto del «capo dei capi» di Cosa Nostra, latitante da quarantatre anni. È un cronista attento, scrupoloso, profondo conoscitore delle cose siciliane, ma per la natura del suo lavoro all’agenzia di stampa non è un giornalista d’inchiesta, come è invece il coautore del libro, inviato de «l’Espresso».

Il loro lavoro, peraltro, non è impostato su uno specifico impegno investigativo, volto a fare luce su vicende criminose avvolte dall’oscurità, ma è teso invece a ricostruire e a denunciare il sistema di complicità e di contiguità di cui si è avvalso Provenzano e che allo stesso tempo di lui si è avvalso nei cambiamenti che hanno trasformato la mafia siciliana. La luce è diretta dai due giornalisti su un intreccio reciproco di interessi e di legami trasversali che legano a Cosa Nostra rappresentanti e amministratori dei partiti, a livello regionale e nazionale, imprenditori, professionisti, avvocati, commercialisti, medici, funzionari pubblici. Sono i figli e gli esponenti di quella «borghesia mafiosa» che ha consentito alla mafia di rigenerarsi, di mantenere la sua occupazione del territorio, di riemergere nell’economia legale dopo le sanguinose stragi degli anni ’90 e la decapitazione del gruppo corleonese di Totò Riina. Decapitazione che non ha toccato i cosiddetti mandanti esterni delle stragi, né Bernardo Provenzano, che è stato anzi, oltreché il depositario di molti segreti del rapporto dei «corleonesi» con il potere, il traghettatore da quel dominio «militare» alla nuova e più sofisticata fase, che coinvolge più di prima il sistema dei partiti e le centrali più influenti della vita della Repubblica, da quella economico-finanziaria a quella occulta delle logge segrete e a una parte degli apparati dello Stato.

Per questo impegno, Abbate e Gomez si sono avvalsi di uno straordinario e lucido lavoro di «collage», analizzando, collegando e incrociando materiali già esistenti e almeno in parte pubblici, atti giudiziari, sentenze, deposizioni, intercettazioni telefoniche, testimonianze, dichiarazioni e articoli di stampa, facendo però sempre

i nomi, senza alcuna omissione o riguardo per posizioni di potenti ritenuti generalmente «al di sopra di ogni sospetto», ma all’evidenza delle verifiche investigative e giudiziarie implicati o collegati in precise circostanze con esponenti ed interessi mafiosi.

È stato semplicemente questo e non altro il motivo che ha portato Lirio Abbate ad entrare nel mirino del sistema mafioso, fino a minacce reiterate in tribunale da boss già condannati all’ergastolo. L’avere fatto i nomi, riferito di frequentazioni, protezioni, comunanza di affari fra mafiosi, esponenti politici, imprenditori, insospettabili professionisti, in un sistema che, anche per la passiva e a volte connivente partecipazione dei «media», avvolge questo intreccio in una cortina di silenzio, nell’indifferenza, ritenendolo fisiologico a normali rapporti fra chi amministra e detiene poteri decisionali in nome degli elettori e il mondo degli affari, dello sviluppo urbanistico ed economico, di un rampantismo senza regole che esprimerebbe in fondo una normale evoluzione «moderna» del mercato… Che su questo crinale non vi sia più spazio per il rispetto delle regole e per i controlli di legalità, né tanto meno per valori di natura morale, fino a infrangere le leggi e a lasciare varchi all’inserimento di azioni criminali, è ormai il vero cuore della condizione in cui versa il nostro Paese. Chi denuncia questo stato di cose, in modo circostanziato e incontrovertibile, può diventare un fastidioso, anacronistico disturbatore o a volte un pericoloso ostacolo, che occorre superare in casi estremi fino a minacciare estreme soluzioni…

In Sicilia sono stati uccisi dalla mafia otto giornalisti, ai quali, nella drammatica classifica che richiama tanti operatori dell’informazione caduti in paesi in guerra o dove sistemi dittatoriali impongono con la violenza il regime del silenzio, vanno aggiunti il giovane cronista de «Il Mattino» Giancarlo Siani, ucciso a Napoli e Ilaria Alpi, l’inviata del Tg3 assassinata a Mogadiscio con l’operatore Miran Hrovatin. Ciascuno di essi stava lavorando a un’inchiesta specifica, cercava di fare luce su inconfessabili trame criminali in corso in un determinato territorio, su affari sporchi e intrecci di potere avvolti dall’oscurità. La mafia li uccise perché avevano messo il dito su vicende che non dovevano venire alla luce, su affari troppo pericolosi per finire dai riflettori della cronaca all’attenzione dei giudici o anche solo perché le loro inchieste mettevano a nudo, in determinate zone, il dominio di un boss, le complicità di cui disponeva, fino a cercare di infrangerne il mito o di incrinare il rispettoso consenso di massa di cui godeva sul proprio territorio. In quasi tutte le inchieste giudiziarie che seguirono ai delitti, si è arrivati al massimo (e non sempre) a incriminare esecutori e organizzatori, quasi mai i mandanti, come è accaduto peraltro per gli omicidi «eccellenti» che costellarono le guerre di Cosa Nostra e l’ascesa dei corleonesi, fino alle stragi degli anni ’90. Se guardiamo agli omicidi di Mauro De Mauro, Pippo Fava, Mauro Rostagno, Peppino Impastato, Ilaria Alpi, ma anche alle morti di Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mario Francese, Giancarlo Siani, Giuseppe Alfano, vediamo che non si esce da queste motivazioni.

Chiudere la bocca a chi mette il naso dove non dovrebbe, impedire il diffondersi nel territorio di notizie e denunce tali da fare scattare inchieste giudiziarie e da mettere in pericolo la posizione di alleati insospettabili, preservare la propria immagine di onnipotenza senza perdere consensi fra concittadini legati dalla subcultura della convenienza e dell’omertà.

A tutte queste motivazioni sembra sfuggire la minaccia rivolta a Lirio Abbate, come del resto la «fatwa» con le reiterate minacce di morte che ha ripetutamente colpito Roberto Saviano, autore di un libro sulla camorra di straordinario successo italiano e internazionale. «Gomorra», con i due milioni di copie diffuse, ha rivelato all’opinione pubblica la consistenza, la forza di penetrazione, le profonde radici sociali e culturali, i meccanismi operativi, le complicità pubbliche di interessi criminali che fino a quel momento erano sostanzialmente considerati alla stregua di un fenomeno localizzato, sanguinoso e brutale, ma in fondo regionale e collaterale. Un colossale errore di valutazione, di cui lo Stato, ma anche il sistema dell’informazione, portano pesanti responsabilità, che ha consentito l’espansione di una criminalità organizzata che ha potuto lavorare sott’acqua, costruire nel silenzio e nella non conoscenza le sue alleanze, fatte di corruzione, di voto di scambio, di collusione con parti consistenti dell’amministrazione pubblica, fino all’insediamento in tutte le regioni italiane e in Europa, drenando risorse vitali per lo sviluppo del Meridione e dell’intero Paese, riciclandole nell’economia e nella finanza legale con molteplici forme di investimento.

Ecco dunque perché alle usuali intimidazioni vissute da tanti cronisti che continuano a fare il proprio mestiere con dignità e in solitudine nei territori occupati dalla sub-cultura e dal dominio militare dei clan, nonostante quanto ci ha detto in un seminario di Libera Informazione a Casal di Principe un coraggioso cronista, Enzo Palmesano e cioè che «qui da noi, chi tiene la schiena dritta costituisce un bersaglio migliore», si aggiungono le pesanti minacce a chi ha trasferito in libri di successo, cioè in denunce di massa destinate a rimanere, le testimonianze e le accuse che mettono a nudo il nuovo livello raggiunto dall’intero sistema criminale, delle sue ramificazioni, delle sue coperture.

Paradossalmente, se un tempo si colpivano i giornalisti più coraggiosi perché non potessero mettere in piazza il malaffare, oggi si mira a intimidire chi cerca di raccogliere e collegare con il ragionamento e la riflessione quanto in piazza è già arrivato, ma è stato sminuzzato in tanti frammenti privi di un filo comune, polverizzato in una miriade di notizie a sé stanti al di fuori del contesto logico e della memoria, metabolizzato da un sistema dell’informazione deficitario di qualsiasi approfondita conoscenza, che senza lasciarne traccia divora ogni giorno, anzi ogni ora, la realtà dell’attimo precedente.

I debiti che l’informazione ha verso il Paese sono certamente pesanti, ma in prima fila c’è il vergognoso  condizionamento e l’isolamento con i quali tanti falsi editori, soprattutto nel Meridione, in realtà membri influenti di comitati d’affari più o meno legali, dominano le proprie redazioni, inibiscono le inchieste e qualsiasi approfondimento su tutto ciò che rappresenta il reale scopo della loro iniziativa editoriale di stampa o radiotelevisiva, sfruttano il lavoro volontario di giovani precari, non contrattualizzato e retribuito con pochi spiccioli, inducono all’autocensura e alla perdita d’identità professionale esperti redattori confinati alla brutale cronaca nera che alimenta paura ed emozioni, al gossip, al passare miriadi di comunicati stampa istituzionali e aziendali.

«Se in uno scandalo o in una vicenda con odore di tangenti c’è un politico di mezzo o un amico dell’editore» – ci ha detto in un seminario a Trapani il rappresentante dell’Assostampa siciliana – «state certi che la notizia muore lì e non ci sarà alcuna inchiesta o approfondimento. Questa subalternità è usata, ma allo stesso tempo disprezzata dai politici e il disprezzo, oltreché nella caduta dell’auto-stima del redattore, si trasferisce all’opinione pubblica…».

È anche per sfuggire a questa condizione, per esprimere con compiutezza quanto non è di fatto consentito nel proprio lavoro quotidiano, per ritrovare il senso di una vocazione perduta o mortificata, che tanti giornalisti scrivono libri sulle mafie? Forse è così, vogliamo che sia così e non come alcuni sostengono solo ansia di protagonismo, di afferrare un barlume di notorietà uscendo dal grigio tran tran della redazione. Certo è che si riacquista anche così il vero significato della memoria, intesa come patrimonio attivo per comprendere la realtà del presente, contribuendo a creare un allarme sociale che è insieme un più diffuso senso di responsabilità e la crescente richiesta civile alla politica di rispettare e far rispettare le leggi. E infine un richiamo ai responsabili dell’informazione, affinché svolgano ogni giorno senza limiti e condizionamenti, attraverso gli strumenti multimediali della comunicazione, con continuità e volontà di approfondimento, la missione di conoscenza e di interpretazione della realtà, non vendendosi a interessi oscuri e illegali, non chiudendosi nel consumismo opportunista di un mercato neo-liberista privo di valori etici

come di rigore professionale, non mortificando le energie, le capacità, la passione, la dignità dei giornalisti, né tanto meno lasciandoli soli di fronte alle pressioni e alle intimidazioni di coloro che vogliono avere mano libera per agire illecitamente nell’oscurità.

Non casualmente, a dimostrazione di come ormai siano ristretti quanto profondamente intrecciati i margini d’azione quotidiana sui terreni costituzionali del rispetto della legge e dei diritti alla conoscenza dei cittadini, che sono poi la giustizia e l’informazione, si susseguono anche libri di ricostruzione storica e di testimonianza da parte di magistrati, Pubblici Ministeri e giudici di procure in prima linea nella lotta agli interessi mafiosi e alle complicità di cui si avvalgono. Da Scarpinato a Gratteri, da Tescaroli a Cantone, è come se dalle aule di giustizia della Sicilia, della Calabria e della Campania si snodasse verso l’opinione pubblica e i «palazzi» del potere un fiume carsico di dati, descrizioni, analisi, riflessioni, denunce di ciò che in quelle aule è avvenuto e di ciò che non è potuto accadere o non è stato detto, ma che l’Italia deve sapere. Un elemento significativamente nuovo, che fa pensare, ma anche temere per la sorte dei principi di eguaglianza di fronte alla legge e della libertà di stampa, che sono alla base della Costituzione repubblicana. È su questi terreni che si snoda l’offensiva del governo e del suo premier per una riforma unilaterale della Giustizia e di suoi decisivi strumenti d’indagine, quali le intercettazioni, che sono insieme centrali per la libertà di stampa e per i diritti dei cittadini di conoscere per tempo i comportamenti e gli eventuali reati commessi dai personaggi che, dalle stanze dei bottoni della politica o dell’economia, dominano nel bene e nel male la vita di tutti e determinano le scelte del Paese.

In questo quadro complesso e per molti versi preoccupante, numerosi sono i campi in cui dovrebbero intervenire coloro che rappresentano i giornalisti professionalmente e sindacalmente, ma anche dal punto di vista morale e deontologico, portatori quindi del dovere di difendere e sviluppare il corretto rapporto con i cittadini al di fuori di ogni chiusura corporativa o, peggio, di un precario e a volte sospetto equilibrismo nei confronti dei poteri politici ed economico-imprenditoriali che condizionano il mercato editoriale. A partire dall’esigenza di non lasciare soli i giornalisti più esposti e di regolamentare, impedendone l’abuso, quegli innumerevoli conflitti d’interesse che condizionano la qualità e la missione dell’informazione, soprattutto nei territori dove è più forte la presenza di organizzazioni criminali e più debole l’autonomia delle redazioni.

Non basta dunque solo organizzare e lanciare finalmente su scala nazionale e continuativa quella «scorta mediatica» ai cronisti in prima linea di cui sono stati positivi segnali le manifestazioni di solidarietà della FNSI a giornalisti esposti come Lirio Abbate, Rosaria Capacchione, Pino Maniaci, se non si interviene allo stesso tempo per fare pulizia dei tanti casi di collateralismo, di complicità, se non a volte di identità, di singoli giornalisti e, in alcuni casi estremi come nel casertano, di testate con clan ed esponenti mafiosi, o di clamorosi silenzi ed omissioni di fronte agli affari sporchi di amministratori pubblici di ogni partito.

È più che maturo il tempo, superando il ritardo di anni, di aprire un grande dibattito su ciò che è diventata oggi l’informazione. E sulle riforme, non solo possibili, ma necessarie, per cambiarne la fisionomia, il ruolo, i contenuti, i linguaggi, l’etica, il rapporto con il potere e con i giganteschi problemi della società. Come peraltro sta avvenendo in Paesi di tradizione democratica, come gli Stati Uniti, dove ci si sta interrogando da anni e senza infingimenti sui profondi limiti dimostrati da un sistema informativo che ha peraltro tradizioni, fondamenta, risorse, garanzie di indipendenza ben più solide delle nostre.

Un anziano cronista, in un seminario di Libera Informazione a Lamezia, un anno fa concludeva la sua desolata analisi sulla situazione dei giornalisti in Calabria affermando: «ci vorrebbe una rivoluzione culturale!». Non sappiamo bene chi e in che modo dovrebbe farsene portatore, anche se sono identificabili i principali obiettivi, ma cominciamo seriamente a parlarne.

Licenza Creative Commons I contenuti di questo sito, tranne ove espressamente indicato, sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CHIUDI
CLOSE