In Italia

A proposito della condanna di Giulia Martorana: Il segreto professionale per i giornalisti è una burla

Come ha fatto la Germania, l’Italia deve riformare, il Codice che lo ammette e subito dopo lo nega

Roma. In Italia il carcere per i giornalisti è già previsto dalle normative vigenti, non è solo un’eventualità che potrebbe essere introdotta dalla legge bavaglio sulle intercettazioni. E’ previsto da una normativa arretrata e punitiva, concepita nel 1948 per tenere sotto scacco i giornalisti più scomodi, quelli che pubblicano le notizie senza chiedersi a chi giovano, quelli che disturbano il potere con notizie sacrosante che fanno scandalo e che perciò si cerca di nascondere ai cittadini.

La detenzione da uno a sei anni è prevista dalla Legge sulla Stampa del 1948 per il reato di diffamazione. Il carcere per i giornalisti è previsto per il reato di favoreggiamento e altri connessi per il giornalista che, invocando il segreto professionale, si rifiuta di rivelare a un magistrato attraverso quali fonti confidenziali ha ottenuto determinate informazioni. Queste violazioni in altri codici hanno ben diversa regolamentazione. Per la diffamazione sono previste sanzioni amministrative. La normativa europea e anglosassone riconosce ampiamente il segreto professionale dei giornalisti. La Germania, che aveva ancora norme contraddittorie come quelle italiane sul segreto professionale, recentemente, dopo un clamoroso scandalo nato dalla pubblicazione di documenti riservati provenienti dai servizi segreti, ha aggiornato il Codice Penale e ha sancito espressamente che la magistratura “non” deve perseguire il giornalista che pubblica informazioni segrete o riservate nell’interesse dell’opinione pubblica, perché esercita un ruolo di controllore del potere, un ruolo che gli compete in una società democratica. In questi casi, ha deciso la Germania, deve essere chiamato a rispondere al giudice esclusivamente il pubblico funzionario che non ha osservato l’obbligo di mantenere il segreto sul contenuto di determinati documenti.

In Italia la pena della detenzione viene inflitta raramente ai giornalisti perché, per nostra fortuna, nella magistratura prevale spesso una visione più avanzata di quella a cui si è ispirato anni fa il Parlamento italiano. Ma qualche volta la pena del carcere viene inflitta ai giornalisti, anche a quelli che fanno il proprio lavoro osservando scrupolosamente le norme deontologiche della loro professione. Ce lo ricorda l’amara vicenda di Giulia Martorana e José Trovato e della cronista di Verona, Fabiana Marcolini, di cui parliamo a parte. Il problema sollevato da queste vicende è duplice. Da una parte riguarda la distinzione fra giornalisti professionisti e pubblicisti. Una distinzione che andrebbe meglio definita sia dal punto di vista dei molto discussi criteri di accesso alla professione, sia dal punto di vista delle mansioni. Esiste una distinzione imperfetta che in questo caso si rivela discriminatoria sul piano giuridico. L’altro aspetto rimanda al contenuto disorganico e contraddittorio della normativa italiana sulla stampa. Infatti l’art. 200 del Codice di Procedura Penale, da un lato, sancisce che i giornalisti professionisti sono fra i soggetti che “non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione” ma subito dopo lo stesso articolo aggiunge la seguente clausola: “salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria”. E “i casi” sono chiaramente specificati nel comma successivo, nel quale si precisa che le disposizioni che esimono dal deporre “si applicano ai giornalisti professionisti iscritti nell’albo professionale, relativamente ai nomi delle persone dalle quali i medesimi hanno avuto notizie di carattere fiduciario nell’esercizio della loro professione”. Sembrerebbe chiaro: il giornalista ha diritto di non rivelare le sue fonti. Ma non è così, perché la norma così prosegue: “Tuttavia se le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato per cui si procede e la loro veridicità può essere accertata solo attraverso l’identificazione della fonte della notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni”. Quest’ultima parte in sostanza conferisce al giudice la facoltà di obbligare il giornalista a deporre, contraddicendo e negando il privilegio appena sancito. Molti problemi giudiziari dei giornalisti (anche dei professionisti) nascono proprio da questa deroga al dovere di rispettare il segreto professionale. Una deroga che, secondo numerosi osservatori, è in aperta contraddizione con l’art.21 della Costituzione e con la normativa europea, in particolare con l’art. 10 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo e con la giurisprudenza della Corte Europea di Strasburgo sulla materia. C’è dunque, e non da ora, l’esigenza di una riforma dell’intera legislazione sulla stampa. Il legislatore italiano dovrebbe depenalizzare la diffamazione e sanare la contraddizione sul segreto professionale, e dovrebbe farlo in modo da affermare pienamente la libertà di informazione e il diritto alla segretezza delle fonti. Ma nel frattempo la magistratura dovrebbe applicare la normativa e la giurisprudenza europea, che ha carattere prevalente, come fa osservare Franco Abruzzo, che ha approfondito la materia, cfr http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=7393 I giornalisti e tutti i cittadini che hanno a cuore la libertà di informazione, dovrebbero chiederlo a voce alta, mentre si battono contro il pericolo di introdurre per legge nuovi bavagli, con la scusa di regolamentare la pubblicazione delle intercettazioni giudiziarie. Non sono due battaglie diverse.

Licenza Creative Commons I contenuti di questo sito, tranne ove espressamente indicato, sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *