In Italia

Catania Calcio: dirigente condannato, ostracismo a cronista

Alessio D’Urso della Gazzetta dello Sport era tenuto lontano dallo stadio perché aveva scritto articoli sgraditi. Otto mesi per violenza privata al direttore generale Pietro Lo Monaco

Condannato in primo grado a 8 mesi di reclusione, pena sospesa, il direttore generale della società sportiva Catania Calcio, Pietro Lo Monaco, per avere impedito al giornalista Alessio D’Urso della “Gazzetta dello Sport” di svolgere il suo lavoro. Lo Monaco è stato riconosciuto colpevole di violenza privata continuata per una serie di episodi risalenti al 2007 quando, a seguito di alcuni articoli “sgraditi” alla dirigenza del Catania, Lo Monaco impedì reiteratamente al cronista l’accesso allo stadio Cibali, alla sala stampa e alla mix zone. Fu un abuso, ha stabilito la sentenza.

La vicenda D’Urso è interessante per varie ragioni. Innanzi tutto perché è la prima volta che un dirigente sportivo poco rispettoso del diritto di cronaca viene condannato per violenza privata. La sentenza ci dice che si può tentare di mettere il bavaglio ai giornalisti in molti modi, ma è possibile reagire e ottenere giustizia.

Il giudice monocratico del tribunale penale di Catania Antonino Fallone, nella seduta del 18 ottobre scorso, ha riconosciuto Pietro Lo Monaco colpevole dei reati ascrittigli nonostante la richiesta di assoluzione del pm, prevedendo una provvisionale risarcitoria di 8.000 euro, oltre a 4.500 euro di spese legali ed alla pubblicazione della sentenza sulla “Gazzetta dello Sport” e su “La Sicilia”.

Si è chiuso così il “primo tempo” di questa vicenda che, circa un anno, vide invece l’assoluzione, con rito abbreviato, del presidente del Catania, Antonino Pulvirenti, e del capo della sicurezza del “Cibali”, Arturo Magni, “perché il fatto non sussiste”.

La sentenza premia la tenacia di D’Urso, che saluta questo epilogo con soddisfazione insieme al suo giornale. All’epoca dei fatti, D’Urso e la “Gazzetta dello Sport” sporsero querela congiuntamente contro Lo Monaco. La vicenda fa riflettere su un modo di trattare i giornalisti che si sta diffondendo nel mondo del calcio, e cioè sull’ostruzionismo, anche fisico, nei confronti di giornalisti “rei” di esercitare il diritto di critica verso le società o di riportare fatti non graditi che le riguardano.

La vicenda ha inizio nell’estate del 2007, quando Alessio D’Urso è redattore distaccato alla sede di Catania della “Gazzetta dello Sport”. Il 2007 è un anno particolare per i rosazzurro, condannati a giocare lontano dal “Cibali” dopo gli incidenti postpartita in cui perse la vita l’ispettore di polizia Filippo Raciti, e con una posizione in classifica critica, e in più problemi all’interno dello spogliatoio che sfociano in un’azione di mobbing nei confronti di tre calciatori. Il collegio arbitrale della Lega, a cui i tre si rivolgono, riconosce le loro ragioni e condanna il Catania Calcio a provvedere al loro immediato reintegro in squadra e al risarcimento dei danni. D’Urso segue i fatti e, soprattutto, li riporta sul giornale.

Scrive, e il 29 luglio si verifica il primo episodio della serie per i quali qualche giorno fa è stato condannato il dg Pietro Lo Monaco. Il giorno che si disputa Catania-Gela, viene impedito a D’Urso di entrare allo Stadio “Paternò”, nonostante avesse fatto regolare richiesta di accredito ed esibisse la tessera del CONI che permette ai cronisti accreditati l’accesso in ogni campo. In quella occasione, con l’intervento dei Carabinieri, il cronista sportivo riesce a raggiungere la tribuna, passando da un’entrata secondaria. Ma in tribuna Lo Monaco lo affronta e gli intima di andare via. D’Urso è costretto ad andarsene per evitare conseguenze peggiori.

Gli stessi episodi si ripetono per quasi un anno. Il 2 settembre, quando si gioca Catania-Genoa, la situazione si fa più difficile, perché stavolta interviene anche il personale della sicurezza, che allontana D’Urso con modi piuttosto bruschi.

Il 1° aprile del 2008, a Massa Annunziata, sede di allenamento della squadra, durante la presentazione alla stampa del nuovo allenatore Walter Zenga, Lo Monaco affronta il giornalista sgradito con toni ingiuriosi e minacce.

Il 20 aprile, al “Cibali”, a D’Urso è negato l’ingresso alla mix zone (dove altri entravano con lo stesso pass).

Il 22 aprile l’USSI stigmatizza in un documento “i comportamenti della Società Catania Calcio e in particolare del dirigente Pietro Lo Monaco, che continuano a ledere in modo intollerabile il diritto al lavoro dei giornalisti…atteggiamenti che non possono trovare cittadinanza in un consesso civile dove anche la critica è un diritto sancito dalla Costituzione, così come il diritto di informare correttamente i cittadini…”, ma il Catania tace.

Il 4 maggio si gioca Catania-Reggina al “Cibali” e ancora una volta D’Urso viene tenuto fuori dalla zona mista.

Di fronte all’ostracismo perdurante e alla persecuzione che gli impedisce di svolgere serenamente e correttamente il proprio lavoro, sino ad arrivare all’ostruzione fisica, alle ingiurie e alle minacce verbali, D’Urso e il suo giornale presentano una denuncia alla magistratura.

D’Urso è stato assistito dagli avvocati Caterina Malavenda, Paolo Grasso e Sergio Raciti, e affiancato dal suo giornale, che non lo ha lasciato solo. In questi quattro anni il direttore Pietro Lo Monaco non si è mai presentato alle udienze.

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