In Italia

Querele per diffamazione. Perché a Chieti il giudice ha condannato tre giornalisti al carcere senza condizionale

Venti mesi di carcere senza condizionali per i giornalisti abruzzesi

Con una sentenza pesante e inusuale, che ha suscitato preoccupazione fra le organizzazioni professionali e sindacali, lo scorso maggio il Tribunale di Chieti ha condannato i giornalisti Walter Nerone e Claudio Lattanzio de Il Centro di Pescara, e Luigi Vicinanza, all’epoca dei fatti direttore della testata, rispettivamente a un anno di carcere e a 8 mesi senza la condizionale, oltre a dodicimila euro di risarcimento danni.

Secondo il giudice, a novembre del 2007 hanno diffamato a mezzo stampa l’ex sindaco di Sulmona Franco La Civita, pubblicando notizie infondate su presunte indagini patrimoniali a suo carico da parte della Guardia di Finanza.

Fnsi, Ordine regionale, Assostampa abruzzese e Unci hanno espresso solidarietà ai giornalisti e preoccupazione per la sentenza che, se confermata negli ulteriori gradi di giudizio, costituirebbe un pericoloso precedente per il mondo dell’informazione. Sulla vicenda è intervenuta anche la Ong Article 19, che chiede al Parlamento italiano di derubricare il reato di diffamazione da doloso a colposo, in linea con la risoluzione 1577 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

La condanna è stata pronunciata dal giudice monocratico Patrizia Medica. Nel novembre del 2007 avrebbero infangato la reputazione dell’ex sindaco di Sulmona Franco La Civita, pubblicando notizie infondate su presunte indagini patrimoniali a suo carico da parte della Guardia di Finanza.

La Civita aveva sporto querela per diffamazione ed era partito l’iter del processo. Il 10 maggio scorso la sentenza, che ha sollevato allarme negli organismi di categoria. I fatti. Il 10 novembre 2007 sul quotidiano Il Centro di Pescara Walter Nerone e Claudio Lattanzio firmano congiuntamente un articolo nella cronaca di Sulmona del quotidiano, “Inchiesta delle Fiamme Gialle- Verifiche patrimoniali.

La Guardia di Finanza indaga su La Civita, anticipato in prima pagina da un titolo analogo. Nell’articolo, partendo dal reale intervento dei militari, i due giornalisti tra le altre cose riferivano di “accurate verifiche sulla consistenza patrimoniale (di La Civita) e controlli sulla compravendita di numerosi immobili, movimentazioni di denaro relative alle fatture rilasciate in qualità di lavoratore autonomo… e perfino una possibile richiesta di rogatoria internazionale per accedere a ipotetici conti bancari all’estero”. Immediata la reazione dell’allora sindaco di Sulmona. Inviava una lettera di protesta al giornale, che la pubblicava ma non smentiva, e procedeva alla querela nei confronti di Nerone, Lattanzio e del direttore Vicinanza.

Dopo quasi quattro anni è arrivata la dura sentenza del Tribunale di Chieti che non solo li ha condannati perché “travisavano completamente i fatti riferendo notizie del tutto destituite di fondamento in merito agli accertamenti effettivamente svolti dalla Guardia di Finanza”, ma ha negato loro la condizionale ritenendoli tutti già “censurati” (art. 133 c.p.) e condannando anche Luigi Vicinanza per omesso controllo (art. 57 c.p.) sul giornale da lui diretto.
Il caso ha suscitato la reazione della Fnsi che, “pur nel rispetto pieno e nella fiducia del lavoro dei giudici che può dirsi veramente completo al termine di tutti i gradi di giudizio”, ricorda “che quello della diffamazione a mezzo stampa è un reato che richiede da tempo importanti correzioni legislative”. Analoghe le posizioni di Assostampa Abruzzo e Ordine regionale: Lodovico Petrarca, segretario del sindacato, ha espresso solidarietà ai tre giornalisti “non entrando nel merito dei meccanismi del processo, ma esprimendo preoccupazione. La vicenda ancora una volta ci riporta alla questione della difesa professionale. Non si può tacere di fronte a questo caso che, al di là delle possibili responsabilità dei singoli allarma e coinvolge l’intera categoria dei giornalisti che operano in Abruzzo”.

Per l’Ordine “lo strumento della querela per diffamazione a mezzo stampa si sta trasformando da misura in difesa della dignità della persona in quello di limitazione del diritto di cronaca e di critica. Per questo, senza entrare nel merito della vicenda, ritiene la mancata concessione della sospensione della pena inflitta ai tre colleghi una esagerata forzatura”. Stesso tono per l’Unci, cui si è di recente unito Article 19. La Ong internazionale per la difesa della libertà di informazione e di espressione, ha scritto una nota in merito ai presidenti di Camera e Senato per chiedere la derubricazione dell’articolo 595 del codice penale da doloso a colposo. È un retaggio del passato (è datato 1930, in piena era fascista) che non ha più ragione di essere, in netto contrasto con la Risoluzione 1577 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa del 2007, che aveva invitato gli Stati membri ad abolire le condanne alla reclusione per diffamazione.

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