In Italia

Querele per diffamazione, richiamo all’Italia da Londra

Un richiamo arrivato da Londra ci dice quanto la legislazione italiana sulla stampa sia considerata arretrata e lesiva del diritto di espressione rispetto a quella in vigore nel resto dell’Europa: primo, perché la diffamazione a mezzo stampa è considerata un reato penale; secondo, perché questo reato prevede il carcere per i giornalisti; terzo, perché accade nella realtà che i giornalisti italiani siano condannati a pene detentive, sia per diffamazione sia perché il codice penale non riconosce pienamente il diritto alla riservatezza delle fonti. E tutto ciò limita la libertà di espressione.

Siamo molto indietro rispetto agli altri paesi dell’Unione Europea, e anche rispetto a paesi approdati di recente alla democrazia: all’Armenia, alla Bosnia Erzegovina, alla Georgia, alla Moldavia, al Montenegro e all’Ucraina che hanno già abolito il regime penale per la diffamazione.

Quanto siamo indietro ce lo ha bruscamente ricordato la prestigiosa ONG “Article 19” che nei giorni scorsi, con una lettera aperta ai presidenti delle Camere, ha rivolto un caloroso appello al legislatore italiano affinché aggiorni la normativa del 1948 . “È necessaria una profonda riforma della legislazione penale italiana sulla diffamazione. È una questione vitale. Il Parlamento italiano – chiede Article 19 – abolisca le disposizioni del codice penale sulla diffamazione in modo da rendere la sua legislazione conforme alle norme internazionali relative alla libertà di espressione”.

La permanenza nei codici italiani di norme penali per punire la diffamazione, sottolinea l’ONG richiamando storici pronunciamenti delle Nazioni Unite e dell’OSCE, “è incompatibile con gli ideali democratici basilari e con

le norme internazionali per la libertà di informazione, le quali dicono che la reputazione delle persone deve essere difesa da ogni torto, ma i torti non possono essere compensati mettendo i giornalisti in prigione”. Nella lettera al presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, e al presidente del Senato, Renato Schifani, Article 19 ricorda due autorevoli richiami già rivolti all’Italia per cambiare la legge sulla diffamazione: nel 2006, il Comitato dei diritti umani dell’ONU ha rivolto un appello all’Italia per “garantire che la diffamazione non sia più punibile con la reclusione”, e nel 2007 l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, con la Risoluzione 1577 ha rivolto un appello agli Stati membri affinché “siano abolite, senza indugio, le condanne alla reclusione per diffamazione.”

Il Parlamento discute ormai da tre legislature le norme ora sollecitate, che però non hanno mai toccato il traguardo. L’ultimo serio tentativo rimasto inattuato è stato fatto a maggio del 2008, con una proposta di legge firmata da Gaetano Pecorella (Pdl) che non è andata avanti, nonostante indichi un obiettivo parziale: non la depenalizzazione della diffamazione, ma la sostituzione delle pene detentive con sanzioni pecuniarie , e prevede sanzioni dello stesso tipo per chi presenta querele temerarie allo scopo di “ridurre il rischio di querele presentate solamente come forma di pressione psicologica in vista di un risarcimento civile, fenomeno che vede proprio i giornalisti quali principali vittime”. Approvare queste modifiche non risolverebbe del tutto il problema per cui l’Italia è stata richiamata, ma sarebbe un bel passo avanti. C’è da augurarsi che lo scossone dato da Londra contribuisca a rispolverare la proposta Pecorella, ad aggiornarla e a rimetterla sui binari della discussione parlamentare, magari insieme ad altri provvedimenti che sarebbero necessari e che con questi chiari di luna nessuno osa proporre.

A mettere in allarme Article 19 è stato uno dei recenti processi per diffamazione conclusosi con sentenza “estremamente preoccupante” che condanna tre giornalisti a pene detentive di dodici e di otto mesi, per altro senza neppure concedere il beneficio della condizionale.

Il processo a cui fa riferimento Article 19, nato da una querela presentata nel 2007 dall’allora sindaco di Sulmona, è concluso a maggio 2011 a Chieti con la condanna per diffamazione di tre giornalisti del quotidiano “Il Centro” di Pescara: Walter Nerone, Claudio Lattanzio e Luigi Vicinanza. La sentenza ha fatto sensazione anche perché il giudice non ha concesso il beneficio della condizionale, ovvero la sospensione della pena se la detenzione da scontare cumulata con altre eventuali condanne sospese non supera i diciotto mesi di reclusione. Significa che qualora la condanna fosse confermata in appello, i tre giornalisti finirebbero in carcere.

Qualora fosse ancora necessario, la sentenza di Chieti dimostra che in Italia il carcere per i giornalisti non è una pena ipotetica, qualcosa che alcuni vorrebbero introdurre in futuro con la legge bavaglio sulle intercettazioni. È una pena già vigente, prevista nei codici ed anche applicata.

La presa di posizione di Article 19 dovrebbe fare riflettere il mondo politico e i gruppi parlamentari. Infatti ci dice come gli osservatori internazionali considerano la legislazione italiana sulla stampa: arcaica, punitiva, anti-democratica, più simile alle leggi in vigore nei regimi autoritari che alle leggi vigenti in Europa e in tutto il mondo occidentale. Noi italiani siamo troppo orgogliosi, o forse troppo provinciali, per avere consapevolezza di questo profondo gap.

Ma di fronte a problemi così seri dovremmo mettere da parte il falso orgoglio e accettare l’assistenza giuridico legislativa offerta da Article 19 che è una fondazione esperta nel settore, in campo dal 1987, con sede a Londra e succursali in tutti i continenti per “difendere gli ostaggi della censura e le voci del dissenso”.

La permanenza di norme penali nei codici italiani, sottolinea l’ONG, richiamando storici pronunciamenti delle Nazioni Unite e dell’OSCE, “è incompatibile con gli ideali democratici basilari e con le norme internazionali per la libertà di informazione secondo le quali la reputazione delle persone deve essere difesa da ogni torto, ma i torti non possono essere compensati mettendo i giornalisti in prigione”.

Article 19 prende nome dall’articolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che sancisce la libertà di espressione e di opinione. La sua perorazione della depenalizzazione in Italia è calorosa e motivata sul piano politico, giuridico ed ideale. È istruttivo leggerla per intero sul sito della fondazione, che offre anche la versione italiana del documento.

Ma ecco i passaggi principali:

“L’esperienza di molti paesi (come l’Armenia, la Bosnia Erzegovina, Cipro,la Georgia, l’Irlanda, la Moldavia, il Montenegro, l’Ucraina, il Regno Unito), che hanno abolito le leggi penali sulla diffamazione – ricorda Article 19 – dimostra che il diritto civile può riparare i torti alla reputazione individuale, operando insieme agli enti auto-regolatori”.

“Lo scopo originario di tutte le leggi penali sulla diffamazione era trasformare in un reato ogni critica ai monarchi o ai loro governi, per far tacere il dissenso. Oggi, verosimilmente, la diffamazione è una questione privata tra due individui, con meno conseguenze pubbliche. La sua regolazione penale, e specialmente la possibilità della reclusione, è inappropriata”.

“Article 19 è fortemente convinta che l’incarcerazione di giornalisti per diffamazione è un’anomalia in uno Stato democratico come l’Italia. Tali decisioni legittimano i Paesi con regimi repressivi ad usare leggi simili per perseguitare i giornalisti e chi critica i loro regimi. Per di più, la persistenza della reclusione per diffamazione scredita il Consiglio d’Europa e l’UE, delle quali l’Italia è uno Stato membro leader, ai fini del sostegno di queste organizzazioni alla libertà di parola e ai diritti umani nel mondo intero”.

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