In Italia

Due cronisti umiliati e offesi da un processo kafkiano

Walter Nerone e Claudio Lattanzio parlano della sentenza del Tribunale di Chieti che li ha condannati a un anno di detenzione senza condizionale

“È una situazione kafkiana. È umiliante essere condannati sapendo di aver fatto correttamente il proprio lavoro’’, dice Walter Nerone, condannato a dodici mesi di carcere senza il beneficio della sospensione della pena. “Io stavo proprio per essere rinchiuso in cella”, racconta Claudio Lattanzio, anch’egli condannato ad un anno di carcere. Non è stata indolore per nessuno dei due la condanna in primo grado per diffamazione a mezzo stampa emessa dal Tribunale di Chieti e che entrambi sperano sia rettificata in appello con una assoluzione piena.

Walter, come hai preso la condanna?
“Molto male a livello personale, e questo stato d’animo si riflette sul mio lavoro. Trovo assurda questa sentenza che sembra un copia-incolla della citazione a giudizio. Penso che al processo il nostro diritto alla difesa sia stato limitato, perché avvalersi del segreto professionale sulle fonti nella prima fase istruttoria, come abbiamo fatto noi, è diventato preclusivo in sede dibattimentale sui contenuti della vicenda. Insomma avvalersi di quello che era un nostro diritto, è stato interpretato dal giudice come un atto ostile verso la magistratura. Non era ovviamente così, ma si è creato lo spunto perché fosse considerato quasi un’ammissione di colpa”.

Perché l’ex sindaco di Sulmona vi ha querelato?
“A novembre del 2007 abbiamo scritto sul quotidiano Il Centro di Pescara un articolo pubblicato nella cronaca di Sulmona, nel quale riferivamo, in sostanza, di un accertamento patrimoniale svolto dalla Guardia di Finanza a carico dell’ex sindaco La Civita, che era stato ordinato dalla procura in seguito a pregresse polemiche locali. Noi non abbiamo fatto altro che esercitare un doveroso diritto di cronaca rimanendo alle notizie di cui eravamo venuti a conoscenza, e cioè le indagini patrimoniali della Guardia di Finanza sull’ex sindaco, che poi ci ha querelato. Abbiamo descritto un quadro, senza avanzare ipotesi certe di reato a suo carico. Non abbiamo travisato i fatti riferendo notizie completamente destituite di fondamento, come afferma la sentenza. Riteniamo invece di esserci attenuti solamente ai fatti e di non esserci spinti oltre gli scenari resi possibili dagli elementi che avevamo in mano. Crediamo di avere agito con correttezza, ma a quanto pare il giudice ha valutato diversamente”.

Nerone spiega che a rendergli più amara la pillola, è stato l’essere considerato dal giudice “censurato per precedenti specifici”, cioè un cittadino che essendo stato condannato in precedenti processi ed avendo delle pene in sospeso, non poteva godere del beneficio della sospensione condizionale della pena.

“Come è possibile? A meno di non essere stato condannato a mia insaputa – commenta Nerone – non è possibile. Io non ho mai riportato condanne e ignoro tuttora, dopo sei mesi, quali sarebbero i precedenti specifici che mi vengono addebitati”. Nerone ricorda di aver collezionato nella sua vita professionale cinque querele, di cui solo una giunta davanti al Gup e chiusa con una assoluzione piena, e le altre archiviate in istruttoria per manifesta infondatezza. Il giornalista è comunque convinto di poter ribaltare la sentenza in appello dove, con il collega Lattanzio, conta di documentare la fondatezza e la legittimità del loro operato. Intanto però è costretto a convivere con questo pesante fardello.

Walter non si sente isolato. Il giornale non lo ha abbandonato, i colleghi li hanno sorretti. Dagli organismi di categoria locali si sarebbe invece atteso, e lo dice con una punta d’amarezza, qualcosa di più di un generico comunicato stampa di solidarietà. “Ordine e sindacato non hanno saputo cogliere al volo la gravità di quanto è accaduto; sul piano operativo non sarebbe passato tutto questo tempo, e non ci sarebbe voluta Article 19 se avessero intuito subito le potenzialità che la vicenda portava in seno. Bisognava cogliere lo spunto della sentenza per rilanciare con convinzione il grave problema della difesa professionale, delle querele usate come arma di intimidazione contro i giornalisti per bloccare le loro inchieste e il loro lavoro. In più, conoscevano bene la situazione locale, ed anche questa vicenda particolare; mi sarei aspettato da loro un messaggio più forte e dettagliato”.

A Ossigeno, Nerone dice grazie per aver raccontato la storia inquadrandola proprio in questo contesto. “Condivido al 100% quanto ha scritto Alberto Spampinato, lo sottoscrivo, quella di Ossigeno mi sembra la prima iniziativa seria che si prende in Italia per riaprire il dibattito sulla necessità di aggiornare la nostra legislazione retrograda e punitiva”.

Claudio Lattanzio, giornalista professionista e un collaboratore storico de Il Centro, per il quale da oltre venti anni copre la nera e la giudiziaria in un raggio di cento chilometri. Si occupa anche delle fotografie di cronaca. Sulla condanna condivide il giudizio del suo collega Nerone. Quanto alla sua situazione personale, dice che dopo l’infortunio giudiziario si è sentito un po’ messo ai margini. Una delle cose che lo ha amareggiato dopo la sentenza di condanna in primo grado è stato il comportamento del suo avvocato difensore, nominato dall’editore: ha rinunciato repentinamente e inspiegabilmente alla sua difesa. Per fare ricorso in appello, ed i tempi erano per lui molto stretti, perché era presente all’udienza in cui è stata pronunciata la sentenza, Lattanzio ha dovuto nominare in extremis un legale a sue spese. Proprio all’ultimo minuto, prima di essere letteralmente tradotto in carcere. Anche questo si rischia, nel nostro bel paese: di finire in galera. Il carcere per i giornalisti non è una pena ipotetica, improbabile; è un rischio concreto, tant’è vero che a Chieti un giudice ha deciso di comminare proprio questa pena. Senza se, senza ma, e senza condizionale.

Trova perciò piena giustificazione l’allarme di Article 19 e il suo appello al Parlamento affinché abolisca finalmente la sanzione del carcere per il reato di diffamazione e depenalizzi queste violazioni come nel resto del mondo civile. Per questo appello, rilanciato in Italia da Articolo 21 e da Ossigeno per l’informazione, Article 19 ha preso spunto proprio dalla vicenda dei due giornalisti abruzzesi condannati in solido con il loro direttore dell’epoca, Luigi Vicinanza. La Ong che ha sede a Londra ha infatti scritto una lettera aperta ai Presidenti di Camera e Senato prendendo spunto da questa vicenda in quanto la considera paradigmatica di una legislazione italiana sulla stampa rimasta parecchio indietro rispetto agli altri Paesi europei, perfino a quelli di più recente, e incerta, democrazia.

Il processo di Chieti, come ha sottolineato Alberto Spampinato nel suo commento, ricorda proprio la necessità di una revisione generale della legge sulla stampa del ’48, arretrata e lesiva del diritto di espressione, e sollecita in particolare la derubricazione dell’art. 595 da doloso a colposo. Senza un intervento del genere, atteso da tre legislature, in Italia è ancora possibile finire dietro le sbarre per diffamazione. Come rischiano concretamente Walter Nerone, Claudio Lattanzio e Luigi Vicinanza qualora l’appello non riuscisse a ribaltare la dura sentenza che li ha condannati alla galera, oltre naturalmente al risarcimento delle spese legali e dei danni.

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