Rapporto 2009/2010

Rapporto 2009/2010. “Io ce l’ho fatta: ho fatto condannare chi mi minacciava (ma non per questo mi sono sentito meno solo)”

di Arnaldo Capezzuto

Sono un giornalista del quotidiano «Epolis». Sono stato minacciato più volte da esponenti del clan Giuliano mentre seguivo il caso di Annalisa Durante, la ragazza di Forcella uccisa nel 2004.

Io non ho esitato a denunciare le minacce, fornendo ogni dettaglio, alla Questura di Napoli, che ha seguito la questione con grande attenzione. Ringrazio ancora la sezione omicidi e la procura di Napoli che hanno individuato e fatto condannare i miei minacciatori. La sentenza è stata pronunciata il 10 luglio 2009.

Fra i giornalisti italiani minacciati credo di essere il primo che denuncia i suoi minacciatori e riesce ad ottenere la loro condanna, e anche un risarcimento in danaro. È un fatto straordinario!

È anche merito dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, che si è costituito parte civile. A me il giudice ha riconosciuto un risarcimento di diecimila euro, all’Ordine di venticinquemila euro.

Devolveremo queste somme, quando ci saranno corrisposte, a iniziative sociali nel rione Forcella. Posso testimoniare che i cronisti che si espongono nella ricerca delle notizie, come ho fatto io, soffrono una forma di isolamento da parte degli altri giornalisti, proprio come ha detto Alberto Spampinato. E ci si trova a doversi occupare più delle minacce che del proprio lavoro. Queste cose non dovrebbero accadere. Il giornalista deve essere più tutelato, deve essere messo in condizione di raccontare i fatti, perché questo è il suo lavoro e non dovrebbe essere mai necessario correre dei rischi per farlo. Non dobbiamo neppure mitizzare la figura del giornalista parlandone come di un eroe civile e cose del genere. In fondo è solo uno che sta in mezzo ai fatti per raccogliere le notizie, per raccontarle all’opinione pubblica spiegando come stanno le cose e per aiutare così ad affrontare nel senso della giustizia i gravi fatti che si verificano. Io ho avuto la fortuna di non essere accoppato, e di «accoppare» anzi coloro che mi minacciavano. Mi sento in dovere di dedicare a Giancarlo Siani quella straordinaria sentenza.

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