Rapporto 2009/2010

Rapporto 2009/2010. La censura violenta e le sue vittime

Relazione di Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno per l’Informazione, al convegno sui cronisti minacciati, promosso dal Premio Siani, durante il quale è stato presentato il RAPPORTO OSSIGENO 2010 e un aggiornamento dei dati in esso contenuti

Il secondo Rapporto annuale di Ossigeno, presentato al Premio Giancarlo Siani (Napoli, 23 settembre 2010) illumina un fenomeno preoccupante, poco conosciuto e sempre più diffuso benché sia già molto esteso, anche nel nostro paese. Si tratta della censura violenta realizzata con minacce, intimidazioni, danneggiamenti, intrusioni, ed anche azioni giudiziarie pretestuose che ostacolano e limitano la libertà di cronaca.

Per attuare questa forma estrema di censura, in Italia, dal 1960 al 1993 sono stati uccisi undici giornalisti che ostinatamente, coraggiosamente non volevano farsi tappare la bocca. Uno di loro era Giancarlo Siani, un brillante giornalista di 26 anni. Fu abbattuto come un animale una sera di 25 anni fa, a Napoli, mentre ritornava a casa, proprio dalla redazione de «Il Mattino», dopo una giornata di lavoro. Per i camorristi suoi assassini, Giancarlo meritava la morte per aver pubblicato notizie a loro sgradite. Tre mesi prima infatti rivelato un patto segreto stipulato fra i camorristi del clan Nuvoletta e i mafiosi corleonesi di Totò Riina. Solo Giancarlo aveva scritto quelle notizia. Solo lui aveva l’ardire di mettere in piazza i segreti dei boss, danneggiandoli. Al giornale era stato lodato per lo scoop. Era stato «promosso» con uno spostamento dalla redazione distaccata di Castellammare di Stabia, dove era il corrispondente da Torre Annunziata, alla redazione centrale di Napoli. Adesso, gli avevano consigliato alcuni colleghi, lascia perdere quelle storie che fanno inferocire i camorristi. «Chi te lo fa fare?», gli dicevano. È la vicenda raccontata nel film di Marco Risi «FortApasc». Giancarlo non ascoltò quel consiglio, continuò a raccogliere informazioni delicate, quelle che altri scansavano o fingevano di non sapere, e continuò a scrivere notizie sgradite. Il suo fiuto e la sua concezione del giornalismo non gli permettevano di agire diversamente. Non riuscì a girare la testa dall’altra parte, a mettersi al riparo neppure quando ormai il pericolo era nell’aria ed egli provava paura. In questo, Giancarlo si comportò esattamente come gli altri dieci giornalisti uccisi in Italia: ognuno di loro fu ammazzato perché, nonostante avvertisse la paura, era risoluto ad andare avanti, e non c’era altro modo di fermarlo. Ho riflettuto molto su queste dinamiche, perché uno di quei testardi era mio fratello. Si chiamava Giovanni.

Gli altri si chiamavano Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Mario Francese, Pippo Fava, Peppino Impastato, Beppe Alfano, Mauro Rostagno, Carlo Casalegno, Walter Tobagi. Mi piace ricordare qui i loro nomi insieme a quello di Giancarlo e di Giovanni e rendere omaggio anche alla loro memoria.

Dal 1993, in Italia non sono stati uccisi altri giornalisti. Ma le violenze non sono cessate. Risulta da molte notizie sparse e lo conferma il Rapporto Ossigeno 2010 che, con l’elencazione dei fatti più recenti, smentisce il luogo comune secondo il quale, per i giornalisti, il nostro sia un paese tranquillo. Non è affatto così. Il nostro Rapporto dimostra che nel 2009 e nel 2010 in Italia centinaia di giornalisti hanno subito gravi minacce, intimidazioni, danneggiamenti, pressioni indebite ed altre violenze esercitate per limitare il loro diritto di raccogliere notizie nell’interesse dell’opinione pubblica e di pubblicarle. Gli episodi da noi accertati, nel periodo gennaio 2009-marzo 2010, sono 53. Di essi, 29 riguardano minacce individuali (nei confronti di un singolo giornalista) e 24 sono minacce collettive. Alcune di queste ultime sono rivolte a intere redazioni, e ciò ci fa stimare in circa 400 i giornalisti coinvolti. Non sono pochi. Sono più dei componenti del Senato della Repubblica. È come se ogni comunità di 150 mila abitanti avesse un giornalista minacciato. Quattrocento non sono pochi, ma in realtà i minacciati sono ancora di più. Il fenomeno è molto esteso. Noi stessi non abbiamo inserito tutti i casi che ci sono stati segnalati, ma solo quelli che siamo stati in grado di verificare. Inoltre, una cosa è ciò che si vede, un’altra la dimensione effettiva del fenomeno, poiché molti casi non vengono denunciati. Lo sottolinea il recente rapporto biennale dell’UNESCO. Ciò che vediamo e possiamo misurare, l’insieme delle minacce denunciate e degli omicidi consumati, ci ricorda l’agenzia dell’ONU che sorveglia la libertà di informazione nel mondo, ma questa è solo la parte emergente di un fenomeno in gran parte nascosto, «la punta dell’iceberg», la cui parte sommersa è molto più grande.

Ma dove accadono cose così terribili? È opinione comune che possano accadere solo nei paesi in cui la democrazia è debole e incerta o, nei paesi come il nostro, solo nelle terre in cui la criminalità mafiosa è più radicata. Non è proprio così. Anche se è vero che – con 23 episodi, di cui 15 nel corrente anno – la Calabria guida la classifica italiana con una situazione estremamente allarmante, a cui tutti dovremmo prestare più attenzione e riservare più solidarietà e più capacità di iniziativa. È vero che Sicilia e Campania occupano in graduatoria posti di tutto rispetto. Ma la
nostra casistica dice che le minacce ai giornalisti sono diffuse un po’ in tutte le regioni, dal Veneto alla Lombardia, al Lazio. Questi sono i dati (il primo numero indica i casi inseriti nel Rapporto 2010, il numero dopo il «+» i casi di cui siamo venuti a conoscenza dopo la chiusura del Rapporto, il numero fra parentesi il dato trattato dal Rapporto Ossigeno 2009): Calabria 8+7 (8), Sicilia 4+2, Campania 6, Lazio 9+1, Lombardia 6, Puglia 3, Basilicata 2, Piemonte 2, Emilia Romagna 1.

Un anno fa, il precedente Rapporto Ossigeno segnalò 61 episodi nell’arco di un triennio (2006-2008), con una media di 20 minacce l’anno. I 43 episodi di questo nuovo Rapporto segnano dunque un aumento del 100 %. L’aumento è ancora più alto per le minacce collettive, cioè indirizzate a gruppi di giornalisti o a intere redazioni: nel 2009 avevamo contato 9 episodi e stimato almeno duecento giornalisti coinvolti, adesso gli episodi sono 24 (+250%) e i giornalisti coinvolti sono il doppio (+100%). Il nuovo Rapporto conferma l’allarme da noi lanciato un anno fa, a proposito di una escalation in atto. Era pienamente giustificato. Anche autorevoli centri internazionali di monitoraggio (Freedom House, Reporters Sans Frontières, ed altri avevano segnalato con preoccupazione il forte condizionamento della libertà
di informazione che si realizza in Italia con la violenza contro i giornalisti. Ma nessuno aveva previsto una progressione così veloce. Speriamo che il nostro lavoro aiuti ad avere consapevolezza di ciò che sta avvenendo. Si può restare stupiti, increduli di fronte ai dati che presentiamo, ma è difficile contestarli, ed è con essi che dobbiamo fare i conti.

Il nostro Rapporto elenca casi verificabili, nomi, cognomi, circostanze di ogni episodio e fa capire quali rischi corrono i giornalisti italiani mentre cercano le notizie più delicate e scomode, quelle sgradite a centri di potere criminale, soprattutto alla criminalità organizzata, e a potentati di altro genere. Il Rapporto formula, inoltre, alcune proposte per ridurre i rischi a cui sono esposti i cronisti e indica alcuni temi che meriterebbero un’attenzione e un approfondimento che finora sono mancati.
Noi pensiamo che un intralcio al diritto di cronaca sistematico, qual è quello che si concretizza in Italia con le molteplici minacce ai giornalisti, determini un esteso oscuramento dell’informazione, con la scomparsa di notizie di grande rilievo sociale, e perciò le minacce compromettono la completezza dell’informazione, indeboliscono il diritto dei cittadini di essere informati e, in definitiva, riducono gli spazi della democrazia. Ciò è chiaro a numerosi osservatori stranieri che da tempo tengono d’occhio il caso italiano.Invece nel nostro paese il fenomeno è del tutto trascurato.

Il mondo politico non se ne occupa, la società civile lo ignora. Il problema è avvolto in una nube di indifferenza che lo nasconde, che non ha giustificazione alcuna in un paese democratico che vanta di essere la culla del diritto ed è uno dei fondatori di quella comunità avanzata dei diritti di cui l’Unione Europea è presidio con le sue alte istituzioni. In questo assordante silenzio, in Italia centinaia di giornalisti, e i loro giornali, si trovano esposti senza speciali protezioni a condizionamenti e minacce gravi e ricorrenti.

Non si dovrebbero tacere queste cose. Non si dovrebbero lasciare soli i singoli cronisti di fronte a un problema così grande. Non è degno di una società civile. Anche perché la disattenzione pubblica incoraggia comportamenti negativi. Ad esempio, incoraggia chi per paura o per opportunismo, invece di mettersi al fianco di

un onesto giornalista minacciato, invece di circondarlo di solidarietà, lo irride con una domanda cinica molto ricorrente: «Ma chi te lo fa fare?». Purtroppo anche molti giornalisti dicono questa frase. Alcuni lo fanno per leggerezza, e bisogna solo aiutarli a capire come stanno le cose. Altri invece «Chi te lo fa fare?» lo dicono con furbizia e malizia, con l’aria saputa di chi conosce il mondo e indicano l’auto censura come il modo migliore di prevenire le minacce. L’auto censura, in realtà, è l’antitesi del giornalismo, ma costoro la vantano apertamente come un «trucco» del mestiere. Ma di quale mestiere?, vorrei chiedere. Nascondere le informazioni, fare la raccolta differenziata delle notizie, farsi guidare dalla paura, guardare i fatti con i paraocchi o con gli occhi del più forte: queste cose non hanno niente a che fare con il giornalismo, non si conciliano coni doveri dei giornalisti.

Ciò era vero ai tempi di Cosimo Cristina, ucciso a Termini Imerese nel 1960 per le sue coraggiose inchieste sugli intrecci fra mafia e politica. Era vero nel 1972 quando fu ucciso Giovanni Spampinato. Era vero nel 1985, quando fu ucciso Giancarlo Siani. Era vero ed era difficile affermarlo. È vero anche oggi e forse è altrettanto difficile, duole dirlo, vedere queste regole elementari pacificamente accettate. Ma noi non potremmo onorare la memoria di Giancarlo e di tutti i valorosi giornalisti uccisi in Italia senza riaffermare questa verità, senza denunciare l’irrisione dei pavidi e il fatalismo di chi, di fronte al triste stato di fatto di gran parte del giornalismo italiano, di fronte a una strage di principi e di diritti che grida vendetta, pensa che l’unica cosa da fare sia omologarsi al livello più basso, mettendo da parte impegno civile, concezioni ideali, etica e deontologia, in definitiva il proprio onore. Il giornalismo italiano soffre molti guai: precariato, mancanza di lavoro, mancanza di risorse, partigianerie… Ma niente di tutto ciò può giustificare l’apologia di comportamenti che con il giornalismo non hanno niente a che fare. Se si lasciano correre queste cose, Giancarlo Siani e tutti gli altri valorosi giornalisti alla cui memoria rendiamo onore anche oggi, non appariranno come giornalisti esemplari che pur di tenere la schiena dritta si sono fatti uccidere, che pur di scrivere notizie senza accettare imposizioni hanno dominato la paura e hanno accettato il rischio di essere uccisi. Appariranno soltanto dei pazzi suicidi che si sono ammazzati dando testate al muro, e non nascondiamoci che tali a volte si cerca di farli apparire. La storia di ognuno di loro dice ben altro, e dovremmo impegnarci di più per farlo sapere a tutti, soprattutto ai più giovani, soprattutto a chi vuole diventare giornalista. Anche perché ognuna di quelle storie ci riporta ai drammi di oggi, e ci aiuta a capirli.

Dal 1993 in Italia non sono stati uccisi altri giornalisti. Ma si è continuato a fare ricorso a mezzi violenti e a pressioni indebite per mettere a tacere cronisti ed opinionisti, per intimidirli, per fermare inchieste, notizie, interpretazioni considerate sgradite. I metodi più praticati sono le lettere e le telefonate minatorie 19 +9 (17) a cui se ne devono aggiungere 2 via web: 2. Risultano anche 10+3 (16) aggressioni fisiche e 9+1 (8) le intrusioni, i danneggiamenti. Si usano anche metodi più subdoli ma altrettanto efficaci: interventi sulla proprietà dei giornali, avvertimenti trasversali e allusivi che possono giungere per vie inaspettate, richieste pretestuose di smentite. Cose che sfuggono a qualsiasi rilevazione. Poi ci sono, sempre più praticate, le citazioni presso il Tribunale civile per ottenere risarcimenti in denaro spropositati, senza alcuna commisurazione al danno subito e alla capacità economica del giornale e del giornalista citato, e senza che sia stata presentata una denuncia per diffamazione e che sia stato accertato il dolo in sede penale. Ne abbiamo censite 13+1 (8). Le più clamorose sono state promosse dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi contro «la Repubblica», che insisteva a porgli dieci domande sul caso Noemi, e contro «l’Unità», per la stessa vicenda. La richiesta era di un milione di euro. Un’altra è stata promossa contro il giornalista Rino Giacalone dal sindaco di Trapani, che ha chiesto 50 mila euro per un articolo molto critico sul suo operato. Ha fatto sensazione anche la condanna in appello de «Il Messaggero» a risarcire con 2 milioni e 400 mila euro, e del critico musicale Alfredo Gasponi a risarcire a sua volta con 500 mila euro, gli orchestrali di Santa Cecilia per una intervista del 1996 in cui il direttore d’orchestra Wolfgang Sawallisch esprimeva giudizi poco lusinghieri.

I cronisti giudiziari sono esposti a un altro genere di pesanti intimidazioni: a volte trovano sulla loro strada magistrati permalosi e risentiti per una fuga di notizia, magistrati che invece di prendersela con le fonti – spesso altri magistrati o funzionari pubblici tenuti a mantenere il segreto – se la prendono con i giornalisti, mettendoli sotto inchiesta, sottoponendoli a pressioni affinché rivelino le loro fonti confidenziali, colpendoli con perquisizioni invasive e con il sequestro dei loro strumenti di lavoro e dei loro archivi. La legislazione italiana consente questi ed altri abusi

dell’azione giudiziaria, che per fortuna sfociano quasi sempre in sentenze assolutorie. Nel Rapporto elenchiamo 13+1 (15) casi del genere e segnaliamo il vuoto legislativo che c’è, a questo proposito nel nostro ordinamento, un vuoto da colmare. Si dovrebbe colmare. Nel paese in cui si è cercato di imporre la legge bavaglio, senza riuscirci a causa della imponente mobilitazione dei giornalisti e dell’opinione pubblica, noi osiamo chiederlo perché è una richiesta giusta e una misura necessaria. Come si potrebbe riempire questo vuoto? Un esempio da seguire ci viene proprio in queste settimane dalla Germania Federale dove, per iniziativa della maggioranza di governo, il parlamento sta modificando il codice penale per affermare esplicitamente il fatto che un giornalista che pubblica una notizia riservata rivelata confidenzialmente da pubblici funzionari, magistrati, servizi segreti, anche se si tratta di atti giudiziari o del testo di intercettazioni, non può essere perseguito legalmente dalla magistratura. In questi casi i giudici dovranno perseguire senza deroghe soltanto la «fonte» che ha violato il segreto. È una riforma di grande civiltà che farebbe bene al nostro paese.

Un’aggravante – Noi pensiamo, e lo scriviamo nel Rapporto, che ci vorrebbe anche un’altra riforma legislativa per rafforzare la sicurezza dei giornalisti: dovrebbe esserci una aggravante specifica per tutti i reati commessi con la finalità di ostacolare il diritto di cronaca e per riflesso il diritto dei cittadini di essere informati. È una norma pienamente giustificata di fronte a un così diffuso e ricorrente ricorso a forme di violenza contro i giornalisti e contro la
loro attività professionale.

Inoltre, a nostro avviso, si dovrebbe introdurre nel codice un nuovo reato, quello di ostacolo alla libera informazione, una norma positiva per rafforzare la difesa di un diritto sancito dalla Costituzione e dalla Carta fondamentale dei diritti europei, così ampiamente e impunemente violato. Sappiamo che è difficile, che la strada maestra va in direzione opposta, verso la depenalizzazione di molti reati. Ma sarebbe utile aprire il dibattito sulla protezione legislativa dei giornalisti partendo proprio da questo punto, per approdare magari, a ragion veduta, a una sanzione di tipo civilistico. Il percorso che indico aiuterebbe a costruire la consapevolezza del problema presso l’opinione pubblica, e quindi ad avviare la soluzione legislativa. Farebbe capire come vanno le cose nel nostro e in altri paesi, e farebbe vedere chiaramente quali sono le falle da riparare. Vale ricordare che nel suo ultimo rapporto biennale, l’Unesco ha indicato fra le priorità quella di adeguare le legislazioni in modo da ridurre «l’impunità» generalizzata di cui godono coloro che uccidono i giornalisti o esercitano altre forme di violenza nei loro confronti. Se Ossigeno riuscirà ad andare avanti, raccoglierà su questi temi autorevoli opinioni e promuoverà un convegno ad hoc.

Alla luce di queste considerazioni, inoltre, è evidente la necessità di offrire un servizio di assistenza legale ai giornalisti minacciati. Ma è altrettanto necessario trovare nuove forme di solidarietà per i giornalisti minacciati e trovare nelle redazioni modalità organizzative che rafforzino la sicurezza dei cronisti più esposti.

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