Rapporto 2009/2010

Rapporto 2009/2010. Per Giancarlo Siani. Forse c’è da pensare anche all’ignavia di molti nostri tg

È ipocrita prendersela soltanto con la legge «bavaglio». Se i cronisti antimafia sfondano in libreria ma non in tv, forse c’è da pensare anche all’ignavia di molti nostri telegiornali

di Roberto Natale

Ringrazio la redazione de «Il Mattino» che ci ospita ed i familiari, per aver abbinato l’anniversario dell’uccisione di Giancarlo Siani alla presentazione del Rapporto Ossigeno per l’informazione. Avete sentito dalla parole competenti di Alberto Spampinato quale lavoro stiamo facendo con l’Osservatorio. Quello sui giornalisti minacciati è ormai un filone di lavoro specifico per il sindacato e per l’Ordine de iGiornalisti. Con la nascita di Ossigeno abbiamo fatto un passo dal quale non vogliamo e non possiamo tornare indietro. Questo filone deve diventare sempre più un elemento caratterizzante della nostra attività. Sappiamo che sarebbe ipocrita la denuncia contro i rischi della «legge bavaglio» se non vedessimo quale bavaglio drammatico rappresenta per l’informazione l’attacco delle mafie ai cronisti.

E, da presidente del sindacato dei giornalisti, devo evitare anche un’altra ipocrisia. Non posso fingere di non vedere un dato essenziale del rapporto Ossigeno: ovvero quanti numerosi siano i giornalisti precari tra i nostri colleghi minacciati. Tutti noi sappiamo, e non dobbiamo dimenticarlo, che anche Giancarlo Siani era un precario. Le minacce sono gravi sempre, anche quando sono rivolte contro giornalisti stabilizzati e con la qualifica di direttore; ma per chi non ha nemmeno la garanzia di uno stipendio sicuro e dignitoso l’effetto è ancor più devastante. L’impegno del sindacato è di difendere i precari, e di farlo tanto più nelle zone più esposte alle minacce.

Mi sento di dire che l’attenzione per questo fenomeno sta crescendo: se guardiamo, in libreria c’è un numero crescente di volumi che raccontano quanto grave e profondo sia questo fenomeno e quanto importante sia la risposta, coraggiosa e documentata, che arrivada un numero crescente di colleghi.

Il problema è che questo tema ancora non «buca» lo schermo, non raggiunge la grande informazione, come ha detto Alberto Spampinato: anche per questo in Italia sentir dire che ci sono oltre 50 giornalisti minacciati desta sorpresa ed incredulità. Non mi imbarazza dire che anch’io ignoravo la gran parte dei nomi dei minacciati contenuti nel Rapporto, per la banale ragione che quei nomi non hanno fatto parte del contenuto dell’informazione nazionale. L’Ordine dei Giornalisti, la FNSI e l’Osservatorio Ossigeno si pongono perciò giustamente l’obiettivo di far crescere ancora l’attenzione per questi fatti, e di assicurare ai cronisti minacciati quella che gli amici di Articolo 21, con una felice espressione, hanno chiamato la «scorta mediatica». L’attenzione mediatica aumenterà se noi giornalisti italiani saremo capaci di cambiare le priorità della nostra informazione. Ma per farlo dobbiamo chiederci cosa intendiamo oggi per cronaca. È accettabile fare cronaca sulle mafie italiane fermandosi a raccontare solo il primo livello, quello delle manifestazioni più efferate? Sui giornali riusciamo a raccontare gli omicidi, mentre solo nei libri – come hanno qui evidenziato Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e Arnaldo Capezzuto – c’è un lavoro di scavo che fa capire il contesto, i ruoli, le complicità. Non si può dire che non sia interessante per i lettori far vedere cosa c’è oltre la scia di sangue rimasta sull’asfalto, o analizzare i bilanci di qualche consiglio comunale, facendo cioè quel lavoro poco «spettacolare», ma molto importante sul quale spesso ha richiamato l’attenzione Rosaria Capacchione. Non è accettabile che queste informazioni non entrino mai nei giornali nazionali perché qualcuno ha deciso che i lettori troverebbero «noioso» un «pezzo» di ricostruzione del percorso che lega i fatti più efferati alle collusioni tra criminalità organizzata e a parte delle istituzioni.

E viene messa in questione anche l’idea che abbiamo della professione giornalistica. Mi ha colpito, e mi ha fatto provare un po’ di vergogna, vedere che oggi, qui, prima di svolgere il suo intervento, Arnaldo Capezzuto abbia dovuto spiegare per filo e per segno chi fosse. Con tutto quello che gli è successo, Arnaldo dovrebbe essere non dico un giornalista che firma autografi per strada, ma certo un giornalista sufficientemente noto, soprattutto nella sua Napoli. E invece… Ho chiesto ad Arnaldo quanti Tg nazionali l’hanno intervistato in quanto protagonista di una vicenda di indubitabile rilievo sociale. Solo un telegiornale lo ha fatto: un’unica positiva eccezione al silenzio. Il conduttore di un telegiornale che decide di presentarsi davanti alle telecamere in mutande ha più visibilità e risonanza, i nostri principali telegiornali gli dedicano un titolo. Non è un esempio campato in aria. È tratto dai dati di uno studio presentato recentemente da un Osservatorio sui tg, messo in piedi da giornalisti e studiosi ed è disponibile sul sito di Articolo 21. Quest’osservatorio ha messo in fila i titoli dei nostri tg nazionali, pubblici e privati, delle ultime due settimane. C’è da vergognarsi a pensare che nei tg si trova il tempo per parlare di queste amenità, che si fa un titolo sul conduttore in mutande alla tv slovena – ma è solo uno dei tanti

esempi, e ne potrei citare altri 15 – mentre per uno come Arnaldo, che ha vissuto questo calvario professionale, che è stato protagonista di una storia di grandissimo significato civile, non si trova lo spazio ed egli, anche per questo, ancora oggi deve presentarsi da solo e spiegare chi è e cosa gli è accaduto.

Dunque, insieme all’intervento sindacale e all’intervento legislativo, insieme alle proposte dell’osservatorio e ad altre che stiamo discutendo anche grazie allo stimolo prezioso di Spampinato, è necessario aprire un terzo fronte all’interno della nostra categoria. Da giornalisti non possiamo chiudere gli occhi sull’auto censura. Dobbiamo parlare del fatto che talvolta, senza che cisiano pressioni evidenti dell’editore, dei politici o – da tutt’altro versante – delle cosche, noi giornalisti facciamo scelte professionali che non aiutano a far maturare la coscienza civica. Al riguardo chiudo citando le parole autorevolissime che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha pronunciato pochi giorni fa in occasione dell’uscita di un cartone animato di grande valore sociale su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: «Non nascondere mai, mettere in luce il mondo contro cui si combatte, riconoscerne il peso grave, è la maniera più corretta per combattere la criminalità. Il cartone animato su Falcone e Borsellino è un esempio concreto di quanto si possa fare per cambiare la mentalità a partire dai più giovani».

I cartoni animati sono tradizionalmente una delle forme di espressione deputate all’intrattenimento: eppure si pongono il problema di dare contenuto civile, forza di mobilitazione, ad un linguaggio che arriva ai giovani. A maggior ragione dovrebbero farlo i telegiornali. Sarebbe il caso che tenessero presente quest’appello e scegliessero meglio a cosa dedicare i loro spazi. Invece qualcuno fa confusione, e ha preso a considerare il telegiornale un cartone animato,un genere di intrattenimento (pensate ai 10-12 minuti finali regalati a «notizie» di nessuna importanza). Credo che questo sia uno dei problemi più rilevanti nell’informazione di oggi. E noi non possiamo prendercela solo con i «cattivi»

che vogliono fare leggi che non ci piacciono, contro le quali comunque combattiamo con determinazione incrollabile. Non possiamo denunciare in modo credibile ed efficace la censura, che pure c’è, se non guardiamo ai pesanti rischi di auto censura nei quali incorriamo noi.

Licenza Creative Commons I contenuti di questo sito, tranne ove espressamente indicato, sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *