Rapporto 2009/2010

Rapporto 2009/2010. Per Giancarlo Siani. Quanta diffidenza, quando non è malanimo, verso i giornalisti

di Rosaria Capacchione

Io sono restia a parlare in pubblico delle mie vicende personali. Ma poiché mi è stato chiesto e visto che questo convegno si svolge nel nome di Giancarlo Siani e proprio nella sede de «Il Mattino», che è la mia casa, non posso farne a meno. Perciò vincerò la riluttanza e dirò la mia. Ma, credetemi, per una cronista abituata a raccontare i fatti degli altri è difficile accettare di essere considerata un personaggio da intervistare. È strano stare dall’altra parte. E questa mia strana condizione provoca alcune reazioni bizzarre. C’è perfino chi prova invidia per la parte che mi tocca fare per essere stata minacciata. Prima incontravo gente che mi diceva: «scema, ma chi te lo fa fare, lascia perdere» e così via.

Adesso, ed è la cosa più fastidiosa, incontro persone che mi dicono con invidia: «meno male che ti hanno minacciata, così hai fatto i soldi». Purtroppo non è vero che ho fatto i soldi. Con le minacce non ho guadagnato proprio niente. Neppure un aumento di stipendio. Quando mi dicono queste cose, ho l’impressione che cercano d’infangarmi, di «maschiararmi», come si dice in gergo mafioso. Si cerca di far credere che non sono stata minacciata perché ho fatto seriamente il mio lavoro che, vorrei ricordarlo, consiste nel raccontare i fatti per quello che sono. Ci sono persone che parlano di me e delle mie inchieste insinuando che avessi un secondo fine, che volessi sfruttare un filone di inchiesta per guadagnarci dei soldi.

Recentemente su Facebook sono apparsi messaggi di questo tipo firmati da una tale signorina, che mi risulta essere di San Cipriano d’Aversa. Nei miei post privati e in quelli di una mia amica avvocato questa persona ha scritto che noi abbiamo sfruttato la notorietà di Roberto Saviano per arricchirci, e perciò siamo persone cattive che non meritano niente. Siamo andati a guardare chi sostiene questa tesi e abbiamo visto che la suddetta signorina è fan di gruppi che sostengono i camorristi Setola e Schiavone, o che hanno per motto «viva la camorra» o «meno male che la camorra c’è». E comunque c’è sempre qualcuno che sottoscrive quei commenti malevoli nei miei confronti. Altri dicono: «Sì, ti hanno minacciato, però tu ci hai guadagnato…».

Sono accuse ridicole, ma danno l’idea di qual è il sentire comune. C’è diffidenza e credo che la diffidenza dipenda dall’immagine negativa che si ha dei giornalisti. Se ne parla come di persone che fanno la vita comoda. Gli uffici stampa lamentano che i giornalisti non sono quasi mai disposti a raccontare la verità prefabbricata proposta nei loro comunicati. Altri dicono che i giornalisti pubblicano certe notizie per un loro fine. Altri ancora che raccontano sciocchezze, che sono dei venduti, dei ricconi che guadagnano cifre favolose, dei soldatini inquadrati in logiche editoriali, eccetera.

L’immagine negativa si afferma sempre di più ed è difficile far credere che i giornalisti, con poche eccezioni che forse si possono contare sulle dita di una mano, non guadagnano milioni di euro, ed anzi molti giornalisti lavorano 12-14 ore al giorno ma guadagnano meno di un operaio. La verità è questa e non viene creduta.

La verità è che chi sceglie di fare il giornalista non guadagna grandi cifre. Io ho scelto questo lavoro tanti anni fa perché mi piaceva. Il mestiere è molto cambiato ma mi piace ancora dopo trent’anni e sei mesi che lo faccio e non sono diventata inviato speciale, non sono andata nei teatri di guerra, non ho fatto nulla di quel che sognavo di fare all’inizio. Mi piace e questa è la cosa più importante. Penso che quando a un giornalista non piace più il mestiere che fa, deve cambiare lavoro. Altrimenti finirà prima o poi nel calderone di quelli che ti incontrano e ti dicono: «Rosaria, ma chi te lo fa fare?».

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