Rapporto 2009/2010

Rapporto 2009/2010. Riflettori puntati sui furti di verità

Riflettori puntati sui furti di verità

di Enzo Iacopino

C’è un modo per sentirsi in pace con la coscienza anche quando alle aggressioni di varia natura contro l’informazione in genere e i colleghi in particolare si aggiunge il tentativo di intimidazione della criminalità comune. È un modo semplice: rilasciare pubbliche dichiarazioni di solidarietà e continuare a gustare un bignè alla crema.

Così si fa bella figura a costo quasi zero, con la possibilità perfino di riciclare un consumato mucchietto di parole che, in automatico, valgono per prendere le distanze ora dalla camorra, ora dalla mafia, ora dalla ’ndrangheta. Si risponde a quello che si ritiene sia il dovere tra colleghi, si appaga un pizzico di personale vanità e… si contribuisce all’inquinamento atmosferico con la produzione di anidride carbonica.

C’è un altro modo che è fatto di gesti concreti. Il primo dei due non mi piace (mi infastidisce perfino), non è nelle mie corde anche se mi rendo conto che il dovere del ruolo a volte imporrebbe di ricorrervi. Preferisco il secondo. Essere, senza consumare parole, affianco a Lirio Abbate a Palermo, a Rosaria Capacchione a Caserta (circondando a mo’ di protezione assieme a monsignor Nogaro – e pochi altri, nessuna autorità pubblica tra questi – la locale redazione de «Il Mattino»), a Pino Maniaci a Partinico, a Peppe Soluri, presidente dell’Ordine regionale della Calabria, per citare solo alcuni dei tanti. O facendo la spola tra Prefetture e Ministeri – senza farne oggetto di comunicati – per ricordare che anche noi, noi giornalisti, abbiamo qualche diritto legato al dovere, previsto dalla Costituzione, di fornire ai cittadini una informazione libera e completa, rispettosa delle verità e delle persone. Sempre. Il problema non è accendere un cerino, con la sua tenue luce che

si consuma in un fiato, ma tenere i riflettori puntati su chi ha il coraggio di esporsi, di denunciare le vergogne che si consumano nella società, la capacità di informare i cittadini sui furti di verità, di diritti, di speranze, di futuro che vengono ogni giorno perpetrati dalla criminalità d’ogni genere.

Ecco perché «Ossigeno» – nato da un’idea illuminante di Alberto Spampanato – è importante. Ecco perché il lavoro di «Ossigeno» deve continuare e deve essere sostenuto. Angelo Agostini, con un’espressione felice, chiama Ordine e Fnsi a garantire «scorte mediatiche» a chi vive la mortificazione dei tentativi di intimidazione. Penso che sia un dovere che ci compete, ma ritengo che riguardi tutti noi, tutti noi giornalisti, come singoli. Il nostro non è un mestiere come un altro.Pippo Fava diceva: «Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici il buongoverno. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta nella coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni e le violenze che non è stato mai capace di combattere».

Roberto Saviano scrive che in terra di Campania «o sei da questa o sei da quella parte della barricata». È così, deve essere così, non può che essere così ovunque: «O da una parte o dall’altra», senza zone grigie, senza cercare coni d’ombra. Chi non fa questa scelta forse non lo sa, ma è fuori dall’Ordine dei giornalisti, non merita di essere iscritto all’Odg. Senza se e senza ma. Sì, in questa battaglia non abbiamo il diritto di sentirci terzi (ricorrendo a comodi alibi), ma abbiamo il dovere di stare, tutti, da una parte sola: quella che aveva scelto Giancarlo Siani.

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