Rapporto 2009/2010

Rapporto 2009/2010. Come proteggere i giornalisti minacciati in Italia. Riflessioni e proposte

di Alberto Spampinato

«Le minacce ai giornalisti costituiscono la più seria e dannosa violazione della libertà di stampa, una violazione resa ancora più grave dalla sostanziale impunità di cui godono gli autori di questi atti criminali», ha affermato il laburista britannico Andrew McIntosh, che è stato ministro per i Media e il Patrimonio culturale nel gabinetto di Tony Blair, ed è l’estensore del rapporto sul  «Rispetto per la libertà dei media» adottato dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa a gennaio del 2010.

Il documento di grande interesse traccia una mappa dettagliata dei casi più gravi di violazione della libertà di stampa nei 47 paesi membri del Consiglio d’Europa e si sofferma in particolare sulla gravissima situazione della Russia (220 giornalisti uccisi dal 1989 ad oggi, 13 dal 2007 al 2009 e ancora nessuna giustizia per l’assassinio di Anna Politkvoskaja), dell’Azerbaijan e di altri paesi dell’Est Europa. E richiama l’attenzione anche sui giornalisti minacciati in Italia. Il rapporto McIntosh è stato concepito per sollecitare una maggiore tutela dell’incolumità dei giornalisti nei paesi che vogliono avere più stretti rapporti con l’Unione Europea o hanno l’ambizione di farne parte. A questi Paesi il Consiglio d’Europa rivolge numerosi richiami di principio per indirizzare il percorso di avvicinamento e per offrire una sponda esterna agli europeisti che nei singoli Paesi si battono per approvare le riforme necessarie. Questa è la prassi. Ma il rapporto McIntosh non si ferma a questo.

Sollecita la coerente applicazione del principio della libertà di stampa e una più adeguata protezione dei giornalisti anche in alcuni Paesi che già fanno parte dell’Unione Europea: Grecia, Ungheria, Spagna e Italia, il paese europeo nel quale, secondo il Rapporto, si manifestano nel modo più grave le minacce ai giornalisti.

L’Italia è uno dei sei storici Paesi Fondatori delle comunità europee, un esempio in vari campi per chi aspira a entrare in Europa, ma in materia di informazione in Europa è da tempo un sorvegliato speciale a causa di quello che sinteticamente viene chiamato «il caso Berlusconi» e che, ricorda il Rapporto, riguarda il conflitto d’interessi del premier e la concentrazione della proprietà dei media televisivi in poche mani.

 

Un documento europeo passato inosservato in Italia

Il documento del Consiglio d’Europa afferma che in Italia c’è un numero elevato di giornalisti minacciati. Il rapporto cita le minacce del 2007 al giornalista Lirio Abbate e allo scrittore-giornalista Roberto Saviano, che da allora vivono sotto scorta, e cita alcuni magistrati italiani secondo i quali «le minacce di morte e le aggressioni vengono usate comunemente da elementi criminali, inclusa la mafia, per forzare i giornalisti italiani a tacere». Il Consiglio d’Europa chiede perciò all’Italia, come agli altri paesi, di impegnarsi maggiormente per garantire l’incolumità dei giornalisti.

È una presa di posizione importante. Ma non ha avuto alcuna risonanza in Italia nonostante, proprio negli stessi giorni, nel nostro paese si registrasse una impressionante recrudescenza del fenomeno: nuove gravi minacce a Lirio Abbate, ritenute attendibili dagli inquirenti; un plateale atto di intimidazione a Rosaria Capacchione; cinque giornalisti (Francesco Mobilio, Michele Albanese, Francesco Cutrupi, Antonino Monteleone, Giuseppe Baldessarro) bersagliati, uno dopo l’altro, in provincia di Reggio Calabria nell’arco di sessanta giorni; intere troupes televisive minacciate a Rosarno dopo i gravi scontri durante i quali, a gennaio del 2010, sono stati feriti 37 immigrati. Ed altri gravi episodi si erano verificati nei mesi e nelle settimane precedenti in varie parti d’Italia, senza che se ne avesse una adeguata rappresentazione sui media: in provincia di Foggia, contro un giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno di San Severo, e a Orta Nuova contro Gianni Lannes, che a dicembre ha ottenuto una protezione di polizia; a Treviso, dove Fabio Fioravanti ha ricevuto minacce telefoniche durante una trasmissione televisiva in diretta; a Udine, dove un giornalista ha ricevuto una busta con un proiettile; a Roma, dove due giornalisti televisivi, Nello Rega e Guido Ruotolo, hanno ricevuto gravi intimidazioni; e ancora altri casi a Napoli, a Palermo, a Genova, a Firenze, a Torino…

Di fronte a questo quadro allarmante, a febbraio del 2010 la Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha lanciato l’allarme, definendo la situazione «ormai non più tollerabile» e sollecitando l’attenzione delle forze politiche e del governo. Non è in gioco solo un problema di protezione dei giornalisti, ha fatto osservare il sindacato dei giornalisti, ma anche di libertà, poiché «colpendo ed intimidendo l’informazione si colpisce e si mortifica la democrazia». Cioè, un clima di intimidazione così diffuso ostacola il compito dei giornalisti, spinge molti di loro a rifugiarsi nell’auto-censura e così viene meno la funzione sociale dell’informazione.

E senza conoscere i fatti, come possono i cittadini orientarsi e fare scelte politiche motivate e consapevoli?

 

Il Presidente, il rapporto,le interrogazioni. E attorno il vuoto pneumatico

Anche se non ha le dimensioni del massacro che si è avuto in Russia, dove dal 1989 sono stati assassinati più di duecento giornalisti, il caso dei giornalisti italiani minacciati non ha eguali, per estensione e gravità, negli altri 26 Paesi membri dell’Unione Europea, come ha dimostrato, un anno fa, con una diagnosi dettagliata e circostanziata, «Ossigeno per l’informazione», l’osservatorio della FNSI e dell’Ordine dei Giornalisti sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate con la violenza, che nel Rapporto 2009 consegnato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricordato gli undici giornalisti uccisi in 50 anni per mafia e terrorismo e ha stimato in duecento almeno i giornalisti minacciati in Italia nel triennio 2006-2008.

Il richiamo del Consiglio d’Europa e l’appello del sindacato dei giornalisti sono dunque pienamente motivati. Ma non bastano a sbloccare la situazione, tant’è vero che sono caduti nel vuoto, al pari della denuncia circostanziata contenuta nel Rapporto Ossigeno, della interrogazione parlamentare presentata a febbraio del 2010 da tre deputati (Paolo Gentiloni, Giuseppe Giulietti, Franco Laratta) e di altri atti parlamentari e di altro genere con i quali il governo è stato sollecitato a fornire un quadro aggiornato della situazione.

La sordità della politica e delle istituzioni e l’indifferenza del sistema dei media per questo drammatico problema vanno al di là dell’immaginazione e rappresentano una parte del problema. L’argomento, infatti, è tabù per gli stessi giornalisti. Sebbene sia coinvolta in prima persona, la categoria dei giornalisti finora ha reagito con un misto di sottovalutazione, di rassegnazione e di vergogna, cioè con un atteggiamento che concorre ad oscurare e nascondere il problema e certamente non aiuta a reagire, a cercare soluzioni, ad adottare i rimedi necessari e possibili di fronte a una situazione che incancrenisce. Le soluzioni sono essenzialmente di due tipi: quelle che richiedono solo un comportamento attivo di giornalisti ed editori; quelle che richiedono interventi delle istituzioni, per la protezione fisica e per alcuni adeguamenti sul piano legislativo, in particolare per la tutela del diritto di cronaca sul piano giudiziario. Vediamo di cosa si tratta.

 

Rompere la consuetudine del silenzio

È innegabile che, se i giornalisti lo pretendessero, alcune cose si potrebbero fare subito per proteggere meglio l’incolumità dei cronisti che maneggiano notizie scomode e pericolose. Perciò la prima cosa da fare è promuovere questa consapevolezza fra gli stessi giornalisti. Dobbiamo rompere il tabù del silenzio che impedisce ai giornalisti di parlare di queste cose. Dobbiamo dare la dovuta visibilità a tutti gli episodi di minacce e intimidazione man mano che si verificano, contestualizzandoli per capire e far capire che non sono fatti isolati. La seconda cosa da fare è offrire, di volta in volta, una solidarietà piena ai giornalisti minacciati, intimiditi, censurati con la violenza. La solidarietà, diversamente da ciò che comunemente avviene, va data a tutti i giornalisti ai quali si vuole chiudere la bocca con la violenza, senza distinzioni di testata, di appartenenza politica e geografica. Non basta essere solidali con il cronista del proprio giornale, della propria parte politica, della propria regione… Ogni onesto giornalista deve riuscire a immedesimarsi nella situazione di ogni altro giornalista minacciato. Deve identificarsi nella sua condizione di vittima. Deve mettersi al suo fianco per sostenerlo e proteggerlo. Deve aiutarlo a ottenere una solidarietà più vasta, dai cittadini e dalle istituzioni. Non deve rifiutare la sua testimonianza se ha assistito alle minacce o conosce episodi che possono aiutare il minacciato a difendersi. Sembra ovvio, dovrebbe essere scontato, ma spesso non è così che vanno le cose. E gli altri giornalisti, le loro organizzazioni, non devono lasciar correre quando qualcuno oltre a negare la solidarietà nega pure la testimonianza. Si deve fare qualcosa se si vuole salvare la credibilità e l’onore della categoria. È importante che l’Ordine dei Giornalisti abbia cominciato a riflettere su questo punto, ha detto il segretario nazionale dell’Ordine, Enzo Iacopino, il 30 ottobre 2008, durante un incontro a Casal di Principe. «Cominciamo a parlare dei nostri doveri, di chi per osservarli corre dei rischi e poi – ha detto – subisce attacchi non solo dalla camorra, ma inspiegabilmente anche da altri giornalisti. Questa è una vergogna che non possiamo tollerare. Non c’è spazio nell’Ordine dei Giornalisti per chi con questi comportamenti, con silenzi e omertà, disonora la categoria. Gli Ordini Regionali si rendano conto che è ora di fare pulizia nelle nostre fila. Di fronte a queste cose dobbiamo agire senza indulgenza. C’è bisogno di aria pulita». «Nessun giornalista minacciato deve sentirsi solo, dietro ognuno di loro c’é il sindacato», ha assicurato nella stessa occasione il segretario generale della FNSI, Franco Siddi, mentre il presidente della FNSI, Roberto Natale, ha sollecitato un ruolo più attivo dei media. «È molto importante – ha detto Natale – che il servizio pubblico radiotelevisivo, in primo luogo, dia uno spazio informativo più ampio alle cronache di mafia: quanto meno lo stesso spazio che viene dato nei palinsesti alla cronaca di alcuni delitti di violenza privata». Personalmente, sono convinto che la solidarietà, quando si somma alla visibilità e all’attenzione pubblica per la libertà di informazione, offre la massima protezione a un giornalista minacciato.

 

Perché è difficile organizzare solidarietà attorno al collega minacciato?

È diventato difficile far scattare la solidarietà nei confronti di un cronista minacciato. Bisogna chiedersi perché. Certamente dipende dalla scarsa credibilità della categoria, a causa degli abusi e delle scorrettezze di alcuni giornalisti e della attività degli organi che dovrebbero ripristinare le regole, giudicata poco efficace dall’opinione pubblica. Ma dipende anche dal fatto che molti giornali, sull’onda della rivoluzione tecnologica e della stratificazione di varie crisi, che hanno reso incerto il loro finanziamento, hanno subito una sorta di mutazione genetica che ha fatto diventare secondaria la missione per cui i giornali moderni sono nati: diffondere notizie nell’interesse dei cittadini; e, parallelamente, nella professione giornalistica si è verificata una profonda trasformazione che ha travolto storiche distinzioni di ruoli e di generi. Nelle redazioni adesso convivono con pari dignità giornalisti profondamente diversi fra loro. Alcuni non condividono il principio fondamentale secondo cui l’attività giornalistica si debba svolgere in piena indipendenza e autonomia di giudizio dalle fonti e nell’esclusivo interesse dell’opinione pubblica, e che le notizie da pubblicare li scelgono i giornalisti e non altri ed esclusivamente in base alla rilevanza generale. Alcuni basano le scelte sul marketing o su altri criteri. E accade che in redazione, accanto al cronista minacciato per aver scritto una notizia scomoda, ma importante, sieda un cronista che ha scansato quella stessa notizia, per quieto vivere o perché gli è stato chiesto da qualcuno, e adesso non solo nega la solidarietà, ma con aria di superiorità dice al suo vicino: «Hai visto che ti succede? Chi te lo faceva fare?». Accade come nel film FortApasc, che racconta la tragica storia del giornalista Giancarlo Siani e mette il dito nella piaga rappresentando schematicamente questa dinamica con la provocatoria distinzione fra giornalisti-giornalisti e giornalisti-impiegati. Come reagire a questa provocazione? Io credo che non bisogna offendersi. Bisogna discuterne nelle scuole di giornalismo, nelle redazioni, nei convegni, e in ogni occasione si deve dire con chiarezza che le regole deontologiche non sono un optional, valgono per tutti i giornalisti. Diversamente dovremmo rassegnarci a distinzioni come quelle del bel film di Marco Risi, e accettare che la parola «giornalista» diventi vaga e generica, e per significare qualcosa non possa fare a meno di quella distinzione e di altre specificazioni; come la parola «guidatore», che da sola non ci dice nulla di preciso, richiede che si aggiunga, di volta in volta: di auto, di camion, di aerei militari e così via. Sarebbe un triste giorno quello in cui per i giornalisti diventasse necessario specificare se si occupano di notizie in senso proprio o di altro: pubbliche relazioni, testi collaterali alla pubblicità, e così via. Analoghe specificazioni sarebbero richieste accanto alle testate di giornali, visto che alcuni, sempre più spesso, fanno una inammissibile raccolta differenziata delle notizie, offrono una informazione parziale che nega e contraddice la funzione di servizio pubblico di informazione ai cittadini per cui nominalmente esistono e contabilmente ricevono cospicui finanziamenti pubblici. È evidente che se alcuni giornali si finanziano ostacolando la diffusione di notizie di indubbio interesse pubblico, e alcuni giornalisti trovano la loro ragione d’essere nell’assecondare questo compito, il lavoro di quei cronisti che si ostinano a rispettare la regola professionale numero uno diventa più rischioso. Se ne hanno innumerevoli esempi nelle storie dei cronisti minacciati: spesso chi finisce nel mirino è un cronista giovane e precario, che magari non ha ancora il tesserino professionale, che scrive su un piccolo giornale o su un blog e pubblica notizie scartate o trascurate dai giornali ben radicati su quel territorio e dai giornalisti di vasta esperienza assistiti da tutte le garanzie contrattuali.

 

Lavoro di squadra

Nelle redazioni il lavoro di cronaca può essere reso più sicuro, solo che si voglia, rispettando la deontologia professionale e applicando regole elementari ben note: lavoro di squadra, firma collettiva ed editoriali di accompagnamento sulle notizie più delicate, incarichi a rotazione per seguire i filoni di cronaca che creano maggiore esposizione. Negli anni di piombo queste regole furono adottate per i cronisti che seguivano il terrorismo. Perché non si è ancora pensato a niente di simile per i cronisti di mafia? Tutela legale: è noto che i giornalisti non ricevono intimidazioni solo con i metodi spicci delle minacce, ma anche con l’abuso dei provvedimenti giudiziari, in particolare con richieste di risarcimento in denaro presso il Tribunale Civile, un metodo più subdolo ed altrettanto efficace. Fino a qualche anno fa, chi riteneva che la propria reputazione fosse stata danneggiata da una notizia, presentava al giudice penale una querela per diffamazione. Se la diffamazione era riconosciuta dal giudice penale, il danneggiato si riservava di chiedere i danni materiali al giudice civile, e spesso non lo faceva. Poi le cose sono cambiate. Si è affermata una cultura giuridica più rispettosa del diritto di cronaca, le condanne per diffamazione sono diventate più rare e, per varie ragioni, meno incisive. Oggi chi si ritiene danneggiato e vuole fermare a tutti i costi un’inchiesta giornalistica, va direttamente dal giudice civile e chiede un risarcimento in denaro, di solito per un importo tale da mettere sul lastrico il giornale e il giornalista. I due casi ultranoti e paradigmatici del 2009, sono quelli delle citazioni miliardarie del premier Silvio Berlusconi contro «la Repubblica» e «l’Unità». Ma ce ne sono decine, e forse centinaia di altri, nei confronti di giornali e giornalisti poco conosciuti e per cifre che superano di molto le disponibilità economiche personali o della testata. C’è un continuo stillicidio di nuovi casi di questo genere.

 

Un diritto da conquistare

Sul modo di fronteggiare questo fronte di attacco è in corso una riflessione a più voci e al momento non emerge una posizione univoca. Un gruppo di lavoro informale, di cui fanno parte rappresentanti della FNSI, di Libera Informazione, di Articolo 21 e di Ossigeno e alcuni giuristi, sta ragionando intorno all’ipotesi di proporre la depenalizzare della diffamazione (come negli Stati Uniti e come, dal 2009, in Gran Bretagna) e di configurare questa violazione come un illecito civile che si configura quando viene accertato che un giornalista ha leso l’altrui reputazione in modo grave e consapevole, con intenzione criminale, sapendo che i fatti che ha riferito erano falsi. La riforma eliminerebbe la sanzione penale, che attualmente prevede la reclusione da uno a sei anni (negli ultimi anni non applicata), una multa di 500 mila lire e il risarcimento del danno in modo solidale fra giornalisti, direttore responsabile ed editore e, con una anomalia che non ha eguali in altri settori della responsabilità civile, una riparazione pecuniaria con una somma «determinata in relazione alla gravità dell’offesa e alla diffusione dello stampato» (art. 12 della Legge 8 febbraio 1948, n. 47 – Disposizioni sulla stampa). La riforma ipotizzata introdurrebbe il principio del «dolus malus» e subordinerebbe la procedibilità, ai fini del risarcimento del danno, alla omessa tempestiva pubblicazione, con criteri grafici prestabiliti, di una rettifica o di una smentita in pagine ad hoc che dovrebbero essere previste quotidianamente nei menabò e nei palinsesti. Alla parte offesa resterebbe la facoltà di chiedere provvedimenti disciplinari all’Ordine professionale. L’importo del risarcimento si comporrebbe di due parti: la riparazione del danno patrimoniale provato, e per il resto una somma calcolata moltiplicando per il numero dei lettori una cifra prestabilita dell’ordine di alcuni centesimi di euro. È una proposta di grande interesse. Personalmente la condivido. Ma penso che non risponda pienamente alla specificità dei casi in cui il risarcimento viene chiesto per intimidire e censurare i giornalisti e limitare il diritto di cronaca. Sommandosi a minacce, violenze, danneggiamenti, queste richieste di risarcimento esose e pretestuose, si sono diffuse in modo incontrastato e hanno trovano terreno fertile di fronte al disinteresse dell’opinione pubblica e ad una legislazione che considera alla leggera le minacce e altri comportamenti messi in atto contro i giornalisti, come si trattasse solo di fair play. Sfugge alla comprensione generale la gravità degli atti che tendono a comprimere il diritto di cronaca e, con esso, quello di critica, che è l’essenza dell’attività giornalistica, intesa come una funzione di controllo e di sorveglianza del potere in ogni sua forma. Molti cittadini ignorano che l’art. 21 della Costituzione, e tutte le carte fondamentali europee e delle Nazioni Unite affermano, allo stesso tempo, insieme con il diritto di cronaca, il diritto dei cittadini di essere informati correttamente e tempestivamente.

 

Il reato che non c’è

È difficile fare valere il diritto di cronaca e anche quello dei cittadini di essere informati come si deve, due diritti che dovrebbero essere fuori discussione. La maggior parte dei cittadini non sa neppure di essere titolare di quel diritto. I giornalisti invece devono fare ogni volta una enorme fatica per dimostrare che il diritto di cronaca e di critica esiste, è conclamato, che ne sono titolari e che, esercitandolo, svolgono la funzione di pubblico interesse di cui abbiamo parlato e che essa, quando è esercitata correttamente, non lede altri legittimi interessi. In altre parole, quando un giornalista pubblica una notizia sgradita e qualcuno che conta reagisce, anche se quel giornalista non ha leso la reputazione del querelante, anche se ha raccontato fedelmente i fatti, si trova in una assurda e scomoda situazione che somiglia a quella in cui si trovavano le vittime di mafia fino al 1985, prima dell’inserimento nel Codice Penale dell’art. 416 bis, quello che ha riconosciuto la fattispecie del reato di associazione mafiosa: ogni volta ognuna di quelle vittime doveva dimostrare l’esistenza della mafia. In questo campo, c’è perciò uno di quei «vuoti, presunti o reali, che l’ordinamento presenta rispetto a problematiche difficilmente componibili sul piano ermeneutico», ovvero della interpretazione di norme più generali, di cui ha parlato il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick a proposito della vicenda di Eluana Englaro (vedi Giovanni Maria Flick, Considerazioni finali, svolte a Palazzo della Consulta nell’udienza straordinaria del 28 gennaio 2009). Di fronte alla «esplosione» dei nuovi diritti, ha fatto osservare Flick, «solo la enunciazione di un preciso dettato normativo è in grado di circoscrivere l’impiego di un “diritto giurisprudenziale” che altrimenti, secondo alcuni, correrebbe il rischio di spingersi oltre il limite dell’interpretazione, ma che al tempo stesso si giustifica in qualche modo con l’esigenza – fortemente avvertita dalla collettività – di non lasciare aree dell’ordinamento (specie se particolarmente “sensibili”) prive di garanzia e tutela giurisdizionale». La mia conclusione è questa: poiché nel nostro Paese vengono compiuti innumerevoli atti indebiti per comprimere, limitare, condizionare, cancellare il libero esercizio del diritto di cronaca, io mi chiedo se non sia necessario ed opportuno provvedere: una tutela legislativa esplicita in questa materia; una sanzione specifica, civile o penale, per chi ostacola consapevolmente il diritto di cronaca; e un’aggravante specifica per i reati contro la persona (intimidazioni, minacce, percosse, danneggiamenti) quando siano compiuti per limitare l’esercizio della libertà di espressione e di cronaca dei giornalisti. Credo che in questo campo ci sia nel nostro ordinamento uno di quei «vuoti» legislativi di cui ha parlato il presidente emerito della Consulta; un varco attraverso il quale negli ultimi anni sono passate molte intimidazioni contro i giornalisti senza peli sulla lingua.

 

L’azione del Governo e del Parlamento

Questa la situazione. In tempi brevi non sono alle viste rimedi, ma un peggioramento. Nei prossimi mesi, a meno di ripensamenti del governo e della sua maggioranza, il Parlamento approverà il disegno di legge sulle intercettazioni. Se sarà confermato il testo approvato dal Senato lo scorso luglio, per giornali e giornalisti saranno previsti espliciti divieti rispetto all’esercizio del diritto di cronaca (in particolare nel settore giudiziario) e per i trasgressori sanzioni pecuniarie molto pesanti, tali da intaccare il reddito personale e il capitale delle aziende. È facile immaginare che il rischio di incorrere in penali così alte produrrà un oscuramento delle notizie più esteso di quello oggi prodotto dalla facilità con cui si possono chiedere e ottenere risarcimenti, che induce alcuni cronisti e alcune testate a rinunciare alle notizie più delicate; dalla decisione di alcuni editori di non fornire tutela legale ai loro giornalisti; dalla decisone di altri editori che, andando oltre, si rivalgono sui giornalisti delle azioni risarcitorie subite. Se un giornale rinuncia in partenza all’eventualità di far valere in giudizio la veridicità di una notizia e la buona fede del cronista a fronte di richieste di rettifica ingiustificate e strumentali, è chiaro che il lavoro giornalistico diventa un percorso ad ostacoli e ciò spinge i giornalisti a pubblicare soltanto notizie soft, innocue o gradite alle persone coinvolte, versioni dei fatti purgate, addomesticate, parziali; informazioni unilaterali classificabili più nel genere della propaganda che del giornalismo. Il problema della tutela legale pone problemi pratici, giuridici e di principio. Non è secondario e non è eludibile. Alle organizzazioni dei giornalisti impone un atteggiamento più attivo, la predisposizione di un efficace servizio collettivo di assistenza legale, e la messa a punto di una strategia in grado di valorizzare le opportunità offerte dall’attuale legislazione. Su questo punto, il 15 dicembre 2009 a Roma, al seminario di Libera Informazione su «Parole e mafie», l’avvocato Domenico D’Amati ha indicato una possibile strategia di «contrattacco». Ha proposto, fra l’altro, che nei confronti di chi promuove una azione di risarcimento e soccomba in giudizio sia chiesta contestualmente, nel corso dello stesso procedimento, la condanna a pagare, oltre alle spese processuali, un risarcimento alla controparte, in base ad una norma poco conosciuta del nuovo Codice. D’Amato inoltre ha proposto ricorsi più sistematici alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che su uno dei casi italiani più clamorosi degli ultimi anni, quello di Claudio Riolo, ha rovesciato la pesante condanna definitiva della giustizia italiana, che aveva imposto un risarcimento di centomilioni di lire. L’esigenza di fornire una valida tutela legale dei giornalisti chiama in causa tutti coloro che hanno a cuore la libertà di informazione e riconduce alla questione, appena esposta, della riforma della legislazione sulla diffamazione e di una legislazione esplicita per affermare e tutelare il diritto di cronaca. La riforma è necessaria, indispensabile per creare le condizioni giuridiche e normative di una assicurazione di responsabilità civile per i giornalisti. Non sarà possibile stipulare nessuna assicurazione del genere con nessuna compagnia di assicurazioni finché saranno incerti gli spazi del diritto di cronaca e sarà possibile ottenere in sede giudiziaria risarcimenti senza limiti di importo, senza riguardo alle capacità economiche e al danno effettivamente causato, da un giornale e da un giornalista.

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