Rapporto 2009/2010

Rapporto 2009/2010. Le intimidazioni per via legale. Perquisizioni, risarcimenti e altri abusi

di Roberta Mani e Roberto Salvatore Rossi

Non sono solo le lettere di minacce, le automobili che saltano in aria, gli avvocati dei mafiosi, le pallottole in redazione.

Esiste una forma di condizionamento che passa dalle procure e dalle cancellerie dei tribunali civili. Il tentativo di togliere la serenità e di metterci al suo posto un bel bavaglio assume sempre più spesso la formula subdola della carta bollata, delle perquisizioni, del sequestro dei file, di richieste di danni pretestuose. Avviene grazie a una legislazione italiana lacunosa, a magistrati che non conoscono, o fingono di non conoscere, la giurisprudenza nazionale ed europea in materia, che è molto esplicita sul divieto di sottoporre a perquisizione le redazioni e i giornalisti che proteggono le loro fonti. Ecco solo i casi degli ultimi mesi.

 

Ce l’hanno con «la Repubblica»?

La squadra di polizia giudiziaria dei vigili urbani piomba nella sede de «la Repubblica» a Torino alle tre del pomeriggio. L’avviso di garanzia è per Diego Longhin. L’accusa, fuga di notizie. Gli agenti notificano l’atto, poi gli sequestrano tutto: due cellulari, uno aziendale, l’altro personale, block notes, taccuini, cartelle, la memoria fissa del computer, copiata fino all’ultimo file. La perquisizione prosegue nell’abitazione del giornalista e nell’auto privata. Alla ricerca delle fonti, quelle tutelate dall’articolo 2 della legge istitutiva dell’Ordine che sancisce il segreto professionale. La colpa di Diego Longhin è quella di aver raccontato una truffa.

Di aver scritto un articolo dettagliato su un presunto accordo tra almeno sette vigili urbani e alcuni proprietari di autosoccorso. A far scattare l’inchiesta, lo stesso comandante della Polizia municipale. Troppe ricetrasmittenti sparite. Rubate, imprestate, perse. E invece molte erano finite sui carri attrezzi. Segnalavano in tempo reale gli incidenti. Un affare per i soccorritori che si trovavano al posto giusto nel momento giusto. E un affare per gli agenti che «affittavano» i trasmettitori per 400 euro alla settimana. L’articolo esce il 26 agosto 2009. Poche ore dopo scatta la perquisizione. Ispezione personale e sequestro del computer anche per Francesco Viviano, de «la Repubblica». La Digos è entrata nella redazione di via Cristoforo Colombo a Roma la sera del 18 marzo, alla ricerca del documento pubblicato dal quotidiano il giorno prima. Il pezzo di Viviano illustrava una quarantina di pagine contenenti intercettazioni riguardanti l’inchiesta di Trani sulle presunte pressioni del premier Silvio Berlusconi all’Agcom e ai vertici Rai per far chiudere la trasmissione Annozero. Dalle carte rese pubbliche emerge anche il coinvolgimento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. Viviano è indicato per furto pluriaggravato e pubblicazione arbitraria di atti segreti. Del reato di ricettazione è invece indagato Giuliano Foschini, inviato de «la Repubblica» a Trani. Interrogato da tre magistrati e un dirigente della Digos, prima come testimone e poi come indagato, per quattro ore di fila. Non sarebbero gli unici giornalisti indagati per la vicenda. Anche la redazione di Bari de «la Repubblica» è stata sottoposta a una severissima perquisizione che ricorda quella di fine dicembre 2007, quando il lavoro fu compromesso per alcuni giorni e furono perquisite anche le abitazioni dei redattori Alessandra Ziniti e Francesco Viviano. Sempre la testata ammiraglia del Gruppo L’Espresso, lo scorso agosto, è stata suo malgrado, oggetto di un primato nazionale: primo giornale nella storia dell’informazione italiana a finire davanti a un tribunale civile per degli interrogativi. Al centro della vicenda le dieci domande scritte da Giuseppe D’Avanzo e indirizzate al presidente del Consiglio. Pubblicate quotidianamente per mesi sul giornale. Nella richiesta di danni (un milione di euro) avanzata dai legali di Silvio Berlusconi, si faceva riferimento anche ad un articolo che riprendeva la stampa estera sul caso NoemiD’Addario scritto da Giampiero Martinotti, invitato a comparire davanti al giudice del Tribunale di Roma assieme a Ezio Mauro, direttore de «la Repubblica».

 

Se la prendono anche con Il Tirreno» e«La Nazione»

Carabinieri in redazione anche a «Il Tirreno» e «La Nazione». Computer e taccuini sequestrati rispettivamente a Paolo Nencioni e a Elena Duranti. Scrivono anche loro di un’indagine che coinvolge le forze dell’ordine. Due carabinieri sotto inchiesta, uno accusato di violenza sessuale nei confronti di un diciassettenne. Secondo la versione del ragazzo, il militare lo avrebbe invitato a casa per vedere un film porno, dopo averlo fermato per possesso di hashish. Di quel controllo non esiste verbale. Gli accertamenti scattano d’ufficio. I due cronisti raccontano, fanno il loro mestiere. La perquisizione arriva poco dopo, al giornale e a casa, disposta dalla procura di Prato. Violazione del segreto istruttorio. Silenzio.

 

E poi in Sicilia

Favoreggiamento personale di ignoti per rivelazione di segreto d’ufficio. È il reato del quale, secondo la magistratura di Enna, «con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso», si sarebbero macchiati Giulia Martorana, de «La Sicilia», e Josè Trovato, del «Giornale di Sicilia», già tutelato dalle forze dell’ordine per le minacce di morte subite dal boss di Leonforte. La vicenda riguarda il caso di un cadavere carbonizzato ritrovato nelle campagne di Piazza Armerina il 20 ottobre del 2007. Per undici mesi quel corpo è rimasto senza un nome. A renderlo noto, il 9 settembre 2008, Trovato e Martorana sui rispettivi giornali. Finalmente un funerale, il corpo è restituito ai familiari, i quali, sconcertati, vanno a protestare coi carabinieri. Josè e Giulia sono interrogati telefonicamente: chi vi ha detto il nome del morto? Da parte loro nessuna risposta. La segretezza delle fonti. Il 22 novembre del 2009 per i due scatta il decreto penale. Sono pubblicisti, non professionisti, e per questo tenuti a svelare le fonti al Pm che gliele chiede, secondo l’art. 200 del codice di procedura penale. Di fatto, però, per l’ennesima volta, due giornalisti hanno guai con la giustizia solo per aver fatto il loro lavoro. Per aver restituito pace, dopo undici mesi, alla famiglia dell’ucciso, per aver dato un servizio alla collettività. Professionisti dell’antimafia, gira intorno a questa espressione coniata da Leonardo Sciascia e, suo malgrado, troppo spesso abusata, il caso che vede il giornalista Rino Giacalone citato per danni dal sindaco di Trapani Girolamo Fazio, il quale ha chiesto al cronista 50 mila euro a titolo di rimborso. Giacalone è un prolifico giornalista d’inchiesta trapanese. Scrive per «La Sicilia», ma può pubblicare le cose più scottanti solo su Narcomafie, Libera Informazione e Articolo 21. Proprio con un pezzo pubblicato su questo sito ha criticato la decisione del primo cittadino di revocare la delibera del Consiglio comunale che intendeva concedere la cittadinanza onoraria all’ex prefetto Fulvio Sodano, per meriti antimafia. Probabilmente una risposta alle critiche avanzate dallo stesso Sodano nei confronti di alcune prese di posizione del sindaco Fazio. Questo un passaggio dell’articolo di Giacalone: «Quando vengono scritte cose che al sindaco di Trapani non piacciono, non si è bollati come mafiosi ma come “professionisti dell’antimafia” che (…) hanno tanti interessi, tranne uno: quello che la mafia venga sconfitta perché, spiega, si metterebbero in discussione tante carriere e tanti vantaggi. Fazio ha ripetuto il suo solito esercizio che è quello delle negazione della realtà, ha ribaltato le cose come in queste stesse ore si è scoperto sta facendo il capo mafia latitante Matteo Messina Denaro. Per carità, non vogliamo dire che ci siano collegamenti, il caso vuole che, in un pizzino diventato conosciuto adesso, Matteo Messina Denaro grida anche lui al complotto, parla di una nuova inquisizione di Torquemada da strapazzo a proposito di chi indaga e dirige la sua ricerca. Si rivolge così ad uomini che tra le mani utilizzano un codice penale mentre lui tra le mani continua a tenere stretto un codice d’onore sporco del sangue di tanti morti ammazzati. Anche del sangue di giornalisti, di quelli che Fazio, alla pari di altri, magistrati compresi, bolla come professionisti dell’antimafia. Forse è ora che il sindaco di Trapani faccia i nomi e indichi i vantaggi conquistati da ognuno di questi». Fazio ha scritto di suo pugno una nota in cui dice di essersi «sentito diffamato» per l’accostamento al boss Messina Denaro, nonostante il giornalista abbia esplicitato chiaramente di non voler fare «collegamenti» tra i due. Piuttosto che querelarlo, Fazio, lo cita in giudizio chiedendo 50 mila euro. Un salasso che potrebbe azzoppare chiunque, e che non può che essere letto come una forma legale di condizionamento. Tanto più che i danni sono chiesti solo al giornalista scomodo e a nessun altro, né all’editore del sito, né alla piattaforma che lo ospita.

 

Ma anche al Nord

Da registrare, infine, la storia di due fotografi lombardi, Dardo Rigamonti e Stefano Barbusca. 30 gennaio 2009, Castasegna, Cantone dei Grigioni. Dardo scatta alcune foto sul fermo di un furgone diretto in Svizzera sul quale viaggiavano una ventina di profughi. Il servizio, pubblicato il giorno successivo sull’edizione di Sondrio  de «La provincia», pare irriti i finanzieri. I quali, per tutta risposta, qualche alba dopo, si presentano in sette nel negozio di fotografia  di Rigamonti per eseguire controlli sulla contabilità. Il giornale manda l’altro fotografo, Stefano Barbusca, per documentare il tutto. Appena arrivato, i finanzieri gli sequestrano la macchina fotografica e il tesserino dell’Ordine. Nel rispetto della privacy… Per fortuna, nella magistratura italiana prevale una impostazione liberale, che porta spesso all’archiviazione dei procedimenti a carico dei giornalisti che si rifiutano di rivelare la loro fonte, attenendosi al dettato dell’articolo 2 della legge professionale che recita: «sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse». Questo orientamento dei giudici è attestato da varie sentenze e anche dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che ha emesso in proposito alcune sentenze esemplari. Questi pronunciamenti, ha fatto osservare Franco Abruzzo in un interessante studio in materia disponibile sul web, dovrebbero essere conosciute da tutti, dovrebbero fare giurisprudenza, e dovrebbero frenare l’uso intimidatorio delle perquisizioni.

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