Rapporto 2009/2010

Rapporto 2009/2010. Le minacce fisiche. 35 cronisti nel mirino in pochi mesi

di Roberta Mani e Roberto Salvatore Rossi

«Caro Sandro, nonostante i tuoi baffoni neri, l’età avanza. Mentre tuo fratello si è nutrito alla mammella dell‟avvocato, tu non ti fai mancare niente. Ti sei chiesto quanta gente hai rovinato, quanta ne hai suicidata, quanta ne hai fatta ammalare? […] Tra un po’ o tra qualche anno te ne andrai, ma aspettare che ti penta nella sofferenza non si può, per cui ti informiamo che sei il secondo della lista. Il primo già lo abbiamo schedato e catalogato, di lui sappiamo tutti i suoi movimenti e soprattutto dei suoi familiari. [….] Per quanto ti riguarda, fai attenzione, guardati le spalle quando la mattina esci con i cani (bianco e nero) o quando vai all’edicola anche se non vai sempre alla stessa. A te e all’altro rimane solo una possibilità, cambiare città, ma non ve lo consiglierei, ci fareste perdere tempo e voi ne guadagnereste ma a quel punto potremmo decidere di far pagare il vostro debito a qualcuno che vi è vicino nostro malgrado. […] Noi siamo seri abbiamo atteso troppo tempo, chiama e avverti chi vuoi, nessuno vi potrà proteggere per sempre».

 

Una lettera a Sandro Ruotolo

«La lettera mi è arrivata a casa il 3 ottobre scorso preceduta da una telefonata, sempre a casa. Le indagini sono in corso. Le fa la Digos di Roma. L‟ufficio al quale abbiamo consegnato anche tutte le altre lettere arrivate alla redazione di Annozero. Tutte più o meno con lo stesso messaggio: Morirete tutti, Travaglio, Santoro, Vauro, Ruotolo. Indubbiamente, però la missiva arrivata a casa mia ha elementi che destano maggiore preoccupazione. È evidente

che mi hanno seguito, che conoscono le mie abitudini. È la classica tattica dell’intimidazione. Quando esco di casa ancora oggi mi guardo intorno. Sono meno sereno, questa credo che sia la cosa peggiore, l’elemento che condiziona l‟esistenza: la perdita della serenità. Anche perché non ho scorta. Massima fiducia, naturalmente, per chi sta indagando e ha ritenuto che non debba averla. E però, la minaccia ti fa riflettere, ti fa preoccupare. Ma non hai alternative. Ho 54 anni. Non posso pensare di cambiare. Lo so fare così il giornalista, ho imparato a farlo così, nel modo in cui l‟ho sempre fatto». Al telefono, Sandro Ruotolo, storico giornalista Rai, collaboratore e amico di vecchia data di Michele Santoro, attuale conduttore di Annozero. La lettera minatoria di cui si è molto parlato lo scorso ottobre, e che «Problemi dell‟informazione» pubblica in esclusiva, è arrivata in un momento molto particolare. Ruotolo stava lavorando a una puntata sulla trattativa tra mafia e Stato nel periodo a cavallo tra prima e seconda repubblica. Un patto, che, secondo le ipotesi più accreditate, avrebbe dovuto ristabilire lo status quo precedente alle devastanti condanne del maxiprocesso istruito dal pool antimafia di Palermo negli anni Ottanta. I mafiosi, dopo la conferma delle condanne in cassazione, cercavano nuovi referenti politici. E li cercavano a modo loro, manu militari. Applicando una strategia di attacco diretto allo Stato. Quella stragista dei primi anni Novanta. Una puntata importante, non solo per le aspettative dell’opinione pubblica, ma soprattutto perché rivelatrice di un dato nuovo e stravolgente rispetto al movente dell‟omicidio Borsellino. Claudio Martelli, guardasigilli in carica nel ‟93, afferma infatti che sapeva già, qualche settimana dopo la morte di Falcone e prima della morte di Borsellino, che alcuni alti graduati del Ros erano in contatto con Vito Ciancimino, vecchio ex sindaco mafioso di Palermo, referente del capo dei capi Totò Riina, e con lui stessero trattando per far cessare la carneficina. Una circostanza che dà respiro all’ipotesi investigativa per cui Borsellino sapeva del patto e che sia stato ucciso perché vi si opponeva, o comunque perché la trattativa si stava arenando date le inaccettabili richieste di Totò Riina. Nella lettera pervenuta a Ruotolo prima della trasmissione c’è un riferimento a quel periodo: «Il maresciallo Lombardo – dice Sandro – il carabiniere che si è suicidato in caserma il 4 marzo del ’95. Nelle lettera ci sono accostamenti precisi alla quella storia. E sempre a Lombardo faceva riferimento almeno un’altra lettera indirizzata a Michele arrivata in redazione in quel periodo. Si sapeva che avremmo fatto una puntata sulla mafia. Nella lunga missiva scritta al computer si parla anche di Dino Boffo, il “bolscevico” Dino Boffo, al tempo vittima della bagarre politico-mediatica». Lombardo si uccise dieci giorni dopo una puntata di Tempo Reale, trasmissione di Raitre condotta da Santoro, durante la quale Leoluca Orlando, allora sindaco di Palermo, dichiarò che «pezzi dello Stato a Terrasini stanno dalla parte della mafia» e chiese alla magistratura «di indagare sul comportamento del precedente responsabile della stazione dei carabinieri di Terrasini», il maresciallo Lombardo. Il carabiniere, tre giorni dopo il programma, sarebbe dovuto partire per gli Usa per prendere in consegna Tano Badalamenti, vecchio boss di Terrasini a capo della cupola prima dei Corleonesi. Avrebbe dovuto testimoniare al processo Andreotti, smontando, si disse allora, il «teorema» Buscetta. Sandro: «Chi ha scritto la lettera è uno che conosce bene la nostra storia, non è un ragazzino, un Tartaglia qualsiasi. Anche se credo che, per la nostra posizione, la mia come quella di Michele o di Marco, paradossalmente è molto più pericoloso un individuo che un’organizzazione. Siamo personaggi pubblici, inevitabilmente sovraesposti, in un periodo molto caldo della storia politica di questo Paese».

 

Trentacinque nuove minacce

Non c’è dubbio, certo, che il tessuto sociale dello Stivale da un po’ di tempo sia attraversato da profondi squarci, da una perdurante crisi politica, economica e culturale che fa male soprattutto alle sue dinamiche democratiche. I segni sono tanti, quelli più gravi riguardano i difficili rapporti fra i poteri istituzionali. Ma indice importante ne è inevitabilmente anche il mondo dell’informazione, il tentativo di imbavagliarla, di assoggettarne il ruolo, la funzione e i destini al volere di pochi, spesso non sempre puliti, poteri economici e politici. In merito, il dato dei cronisti minacciati non può essere esaustivo, di certo però è un indicatore funzionale perlomeno a tracciare lo scenario di scarsa serenità che vive per forza di cose l’intero Paese. Tanto più che da quando, meno di un anno fa, «Ossigeno per l‟informazione» ha pubblicato il suo primo rapporto su queste pagine, l’Osservatorio ha potuto contare 35 nuovi gravi casi di minacce ai giornalisti. Il problema naturalmente non riguarda solo i colleghi colpiti direttamente. È chiaro, evidente, che la portata intimidatoria di un’auto bruciata o di una lettera con sentenza di morte, coinvolge l‟intera categoria. Significa che di alcuni temi in particolare, il più delle volte storie che riguardano le commistioni tra le consorterie criminali e la politica o l‟impresa, non bisogna parlare. Col risultato, spesso ottenuto, di opacizzare il dibattito pubblico su quelli che, come la mafia, rimangono i fondamentali nodi da sciogliere del nostro Paese.

Fra i 35 casi, oltre a quello di Sandro Ruotolo, altri nomi noti. Già oggetto di attenzione più e più volte. La minacce nei loro confronti si fanno sempre più pericolose ed eclatanti. Stiamo parlando di Rosaria Capacchione e Lirio Abbate. La giornalista de «Il Mattino» che già vive sotto scorta per le numerose minacce subite dai Casalesi, lo scorso 11 febbraio, durante la presentazione di un libro alla libreria Feltrinelli di Napoli, è stata avvicinata dal cugino del superlatitante Antonio Iovene che le ha contestato alcuni articoli scritti un anno prima su un altro congiunto «eccellente», Riccardo Iovene, arrestato assieme all‟autore della strage di Castelvolturno, il boss Giuseppe Setola, nel gennaio del 2009. Oltre alla scorta, in libreria erano presenti decine di persone, carabinieri graduati e il magistrato Raffaele Cantone.

 

L’attentato a Lirio Abbate

È passata quasi in sordina, invece, la notizia del progetto di un attentato alla vita di Lirio Abbate, il giornalista che nel 2007 ha firmato insieme a Peter Gomez una delle più straordinarie ricostruzioni dei legami mafia-politica che hanno reso possibile la lunghissima latitanza di Bernardo Provenzano. Per aver scritto I Complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento (Fazi Editore), Abbate è stato minacciato più volte.

Una bomba è stata scoperta sotto la sua auto a Palermo, il 4 settembre 2007. Eppure non ha mai smesso di occuparsi di questi temi. Anzi, da quando, lo scorso anno, è passato dall’Ansa a «l’Espresso» ha intensificato il suo lavoro di inchiesta, specializzandosi proprio nel racconto della criminalità organizzata. Si è occupato a fondo della «trattativa», ha scritto di ‘ndrangheta e della commistione tra mafia e impresa. Ha spiegato, con l’intervista a un anonimo imprenditore del Nord, uno dei meccanismi coi quali la mafia è riuscita a trasformare lo scudo fiscale in un’immensa operazione di riciclaggio, chiedendo alle imprese assoggettate di prestare nome e mezzi per far rientrare i capitali sporchi.

Lo scorso 20 gennaio, prima il quotidiano «il Fatto» e poi l’Ansa hanno dato notizia del contenuto di una lettera anonima che svela il progetto di un attentato che aveva per bersaglio lui e il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Strettissimo riserbo della magistratura che sta indagando. Le uniche informazioni trapelate riguardano Caltanissetta – l‟esplosivo per la bomba sarebbe stato nascosto lì – e Matteo Messina Denaro, il superlatitante numero uno di Cosa Nostra: il disegno stragista sarebbe stato ideato nel suo territorio, fra Palermo e Trapani.

 

Josè Trovato,siciliano e con lui tanti altri

In Sicilia, dove la strage dei giornalisti si è già consumata, il clima rimane caldo. C’è un cronista di provincia, in particolare, la cui storia è per molti versi simile a quella di molti dei giovani colleghi uccisi nell’isola. Una vicenda lunga cinque anni, di paura e minacce, svelata solo qualche mese fa da Josè Trovato, trentunenne corrispondente da Leonforte (En) del «Giornale di Sicilia».

Per il quotidiano palermitano aveva sempre seguito il processo al boss del suo paese imputato per l’omicidio di un giovane delinquente, che avrebbe operato senza il suo beneplacito, e della sua fidanzata, «consumato nel bel mezzo della provincia “babba” – ci dice – considerata tale dal senso comune e invece nei decenni vera cerniera tra i clan più pericolosi della Sicilia». Mafia agricola, attaccata sempre e comunque alla mammella dei finanziamenti pubblici, con una spiccata ossessione al controllo del territorio, al suo parco sviluppo economico condizionato da intimidazioni

e imposizioni commerciali. «Nonostante fosse finito dentro più volte – racconta – il capo riusciva sempre a uscire di galera, spesso per i vizi di forma contenuti nelle ordinanze di custodia cautelare. E così più di una volta me lo sono trovato di fronte a impormi il silenzio». Il boss è dentro finalmente. Condannato per quell’omicidio. Josè può stare tranquillo, almeno fino a quando non lo raggiunge una telefonata dei carabinieri. La rabbia del boss non si è ancora placata, un informatore appena uscito dal carcere rivela un piano congegnato dietro le sbarre per fargliela pagare. Da allora, Josè, vive sotto la tutela delle forze dell’ordine, anche se non è sotto scorta.

Da Palermo, a Enna, a Catania. Dove vive e lavora il freelance Antonio Condorelli, anche lui poco più di trent’anni. Catania, solo Catania. La sua città è l‟inesauribile fonte del suo lavoro. Di fatto uno dei giornalisti più informati in città. I guai sono cominciati dopo «I Vicerè», la video inchiesta di Sigfredo Ranucci, andata in onda su Report, alla quale ha collaborato. La trasmissione ha raccontato senza reticenze alcune delle contraddizioni più vergognose della città. Dalla bancarotta del Comune, al disagio da terzo mondo dei quartieri popolari, dalle opere inutili alle speculazioni milionarie ottenute grazie al regime di emergenza di cui ha goduto per anni Catania. Dalla festa di Sant’Agata contaminata dalle influenze dei clan, all’incredibile potere politico-affaristico concentrato nelle mani dell‟editore Mario Ciancio, che da anni detiene il monopolio dell‟informazione catanese e che ha chiesto 10 milioni di danni a Report. Proprio il suo giornale, «La Sicilia», si è fatto sponda mediatica della compagine trasversale di politici e intellettuali cittadini che, dopo la messa in onda dell‟inchiesta, hanno gridato per mesi allo scandalo, per la denigrazione della «nostra bella Catania». Antonio additato come l’infame. Si è occupato anche di rifiuti per un giornale di cronaca provinciale. «Ogni volta che si toccano i rifiuti – ci dice – qualcuno in provincia di Catania si incazza». Per lui, si sono scomodati persino a scolpire il suo nome su una lapide, a fotografarla e a inviare la foto alla redazione del giornale, mentre viene spesso raggiunto da telefonate anonime dal tono minaccioso, cui nessuno degli inquirenti ai quali si è rivolto per sporgere denuncia sembra volere dare peso.

E nemmeno Siracusa è immune. È successo a Giorgio Italia, giovane pubblicista in forza a «La Sicilia». Scrive da Buscemi, poco più di mille abitanti adagiati su un promontorio, circondato da campagne, a 50 km da Ortigia. In paese, l‟unica economia possibile, oltre al pubblico impiego, è rappresentata dall’agricoltura e dall’allevamento. La notte tra il 12 e il 13 marzo, ignoti hanno danneggiato la macchina di Giorgio parcheggiata sotto casa, dopo che un paio di lettere di minacce, alcuni giorni prima, erano arrivate al suo indirizzo. Non è difficile risalire al possibile movente. Perché Giorgio non si è mai occupato di notizie scomode.

Cronaca bianca, spettacoli, piccole recensioni, niente di più. Solo, ultimamente, ha scritto una serie di articoli sul pascolo abusivo e su una serie di casi di abigeato. Riflettori flebili su interessi minimi, ma sufficienti a dare fastidio e a scatenare la rappresaglia della piccola mafia agraria presente nel territorio. E a togliere il sonno a un coraggioso cronista da 5 euro al pezzo.

 

In Campania l’uomo che morde il cane

Continuano a girar male le cose anche in Campania, come abbiamo visto, anche se nel 2009 va registrata almeno una buona nuova. Il 10 luglio, il Tribunale di Napoli ha condannato il boss Salvatore Giuliano a due anni e a un risarcimento di alcune migliaia di euro per aver minacciato ripetutamente Arnaldo Capezzuto, che al tempo dei fatti scriveva per «Napolipiù», chiuso ormai da anni, una delle più vivaci esperienze editoriali campane di sempre, caratterizzata da una forte autonomia della compagine giornalistica. Il giornalista si era occupato della morte accidentale di Annalisa Durante, colpita a sedici anni in un vicolo del quartiere Forcella, da un proiettile vagante. Durante il processo a carico di Giuliano, dentro al palazzo di giustizia, a Capezzuto venne chiesto di smetterla di scrivere il nome del camorrista. Continuò, scrisse dell’intimidazione e cominciarono a tempestarlo di lettere minatorie. Stavolta un mafioso paga per le minacce contro un giornalista. Il paradosso, «l’uomo che morde il cane», l’ha definita così questa notizia il direttore di Ossigeno Alberto Spampinato, pur constatando il totale disinteresse per quella condanna da parte degli organi di stampa. «Non è servito a niente – commenta amaro Arnaldo – quella sentenza non ha minimamente scalfito l‟arroganza con la quale troppo spesso ci si continua a rivolgere a chi cerca solo di raccontare i fatti. Né, tantomeno è riuscita a creare coscienza del problema nella categoria». Il racconto di Capezzuto è il ritratto di un‟informazione rassegnata alle pressioni e ai condizionamenti. «Gli episodi sono molto frequenti, ma nessuno ne fa parola. Se tutti i giornalisti che subiscono un‟intimidazione la denunciassero ci dovrebbe essere un magistrato apposta per lavorare solo su questo. Tre settimane fa hanno arrestato un camorrista, e i suoi parenti davanti alla questura se la prendevano coi giornalisti. Questo capita quasi sempre. Non molto tempo fa, è scoppiato lo scandalo delle case popolari. Succedeva che i camorristi cacciassero dalle case i legittimi assegnatari per gestire le abitazioni come volevano loro. Nessuno poteva avvicinarsi al quartiere.

Guai a girare lì intorno con una macchina fotografica». «È una prassi consolidata ormai – continua Capezzuto – quante volte, durante le conferenze stampa o in occasione di piccoli o grandi scandali nei quali sono coinvolte personalità cittadine, è capitato che mettessero la mano sul taccuino per evitare che prendessi appunti, o che addirittura me lo strappassero di mano e lo gettassero a terra. Episodi del genere rientrano nel novero delle intimidazioni, e il brutto è che non occorre essere camorristi per compierle. Nessuno denuncia – ripete – l’autocensura spesso è l’unico rimedio adottato». Napoli è la città dove il 5 dicembre 2008 un giornalista, Andrea Migliaccio, è stato preso a schiaffi dal comandante dei vigili urbani dopo essere stato trattenuto contro la sua volontà in caserma.

«Gran bazar d’illegalità nel rione del comandante». «Il comandante Luigi Sementa usa il pugno di ferro nel resto della città, ma vicino alla sua casa le leggi non sono rispettate». Sono il titolo e l’occhiello del pezzo messo in pagina da «E-Polis/Il Napoli » lo stesso giorno dell‟aggressione subita dal giornalista che lo ha scritto.

Migliaccio collabora anche con Le Iene di Italia Uno e per loro realizza alcuni servizi. Uno di questi ha riguardato un sacerdote che avrebbe molestato alcune fedeli in difficoltà. Per questo, lo scorso 10 gennaio, mentre era con l‟inviato Mediaset nei pressi della chiesa, è stato aggredito da alcuni «fedelissimi» del prete. Il parabrezza della sua macchina preso a pietrate.

Un episodio molto simile a quello avvenuto nell’Avellinese lo scorso 8 novembre, quando Barbara Ciarcia e Francesco Lignite, giornalista e operatore di una tv locale, sono stati aggrediti da una trentina di persone inferocite. Volevano raccontare la storia di uomo che ha ucciso la moglie e poi si è tolto la vita. Questa l’incredibile testimonianza di Barbara scritta su un blog che ha ripreso la notizia: «Purtroppo nessuno di quei trenta, e più, sarà mai identificato. Non abbiamo voluto sporgere denuncia. Andavano denunciati i carabinieri e gli agenti della penitenziaria che stavano lì e non si sono affatto degnati di darci una mano e di sedare quella folla inferocita e incivile che si è avventata contro di me e contro l‟operatore che tra l’altro non stava riprendendo nulla. Siamo stati derisi e sbeffeggiati anche dai colleghi. Lavoriamo e rischiamo la pelle per quattro soldi. È solo per la passione che continuo a fare questo folle mestiere».

Enzo Palmesano

La camorra, non solo quella che spara, rimane comunque sempre il più grande ostacolo a un’informazione libera e completa, il pericolo maggiore per i giornalisti «fuori dal coro». Paradigmatica, in questo senso, è la storia di Enzo Palmesano. La sua intera esistenza, quella dei suoi familiari, è infatti stata condizionata dalle reazioni all’impegno profuso nel raccontare le dinamiche criminali dell‟Agro Caleno, l’area a Nord di Caserta. Il giornalista ha più volte definito la zona intorno a Pignataro Maggiore, la sua città, la «Svizzera dei clan» per la concentrazione degli affari finalizzati al riciclaggio di denaro sporco. In zona, a Sparanise è stata costruita una centrale termoelettrica che in passato è stata spesso oggetto delle sue inchieste. Ne scrisse anche Roberto Saviano, allora, per «il manifesto» dicendo che chi si opponeva alla sua costruzione rischiava fisicamente. «Quando scrivevo inchieste su quella centrale – dice Palmesano intervistato da una web tv – interveniva per metterle a tacere l‟attuale sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, la cui famiglia ha affari nella centrale».

Nicola Cosentino – parente acquisito di Peppe ‟o padrino, esponente del clan dei Casalesi – si ricorderà, è stato raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dall’ufficio del Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Dda, per il reato di concorso esterno in associazione camorristica, la cui esecuzione è stata bloccata dalla Camera dei deputati.

Palmesano è stato direttore del «Roma», ed è stato sbattuto fuori perché si ostinava a farne un giornale di denuncia. Un foglio che raccontasse senza troppi fronzoli delle connessioni tra le famiglie del casertano – legate per decenni ai Corleonesi – e imprenditori e politici dal volto pulito. Da una recente inchiesta della Dda partenopea emergono chiaramente le pressioni esercitate dal clan Lubrano, legato ai Casalesi, sul «Corriere di Caserta» per silurarlo. Lo stesso trattamento per il figlio, licenziato da un’impresa edile. Così il giornalista in una lettera inviata ad Articolo 21: «Nel corso dell’inchiesta del dottor Giovanni Conzo è emerso, inoltre, che il clan Lubrano-Ligato impose – oltre che  la fine della mia collaborazione con il quotidiano locale “Corriere di Caserta”, qui con convergenti pressioni politiche locali e nazionali – il licenziamento di mio figlio Massimiliano ad un imprenditore edile pignatarese». Sempre in quelle carte, nero su bianco, le trascrizioni delle intercettazioni ambientali riferiscono chiaramente dell’odio rabbioso nei confronti di due giornalisti «che scassavano ‟o cazzo», espresso dal capoclan Vincenzo Lubrano, già mandante, insieme ai Nuvoletta, dell’omicidio di Giancarlo Siani. I due cronisti in questione: lo stesso Siani e Enzo Palmesano. Il 24 febbraio 2009, durante la conferenza stampa tenuta dai magistrati antimafia in occasione di quella operazione, la stessa che ha portato all’arresto di 15 esponenti del clan LubranoLigato, il free-lance Palmesano è stato ringraziato pubblicamente per l’aiuto fondamentale che le sue inchieste giornalistiche hanno dato agli inquirenti durante le indagini. Quella stessa notte, il giornalista e i suoi familiari riescono a mettere in fuga chi aveva già cosparso la loro auto di benzina per darvi fuoco. Così Palmesano ai microfoni di «Libera Informazione», mentre spiega che non è l’unico, nella «Svizzera dei clan» a essere oggetto di attenzioni camorristiche: «Gli attacchi ai giornalisti non si risparmiano in queste terre.

Sono almeno tre i cronisti pignataresi, escluso il sottoscritto, che hanno subito minacce e condizionamenti. Sono Carlo Pascarella, Davide De Stavola e Salvatore Minieri. Il 31 dicembre 2007 nell’ambito di una vasta opera di minacce esplosero quasi contemporaneamente due bombe carta. Una presso il panificio della fidanzata di un carabiniere e la seconda presso il negozio della sorella di Carlo Pascarella. Subito si parlò di racket, ma era evidente l’intimidazione per altri motivi. Per mettere paura a Pascarella soprattutto. Io già ero stato allontanato e il giovane Davide De Stavola aveva già ritrovato per due volte dei pesci sulla sua vettura. Rimaneva da sedare solo la voglia di informare di Salvatore Minieri, l’unico ancora in pista, con De Stavola costretto a scrivere poco e nulla presso la sua testata.

Nel gennaio del 2008 un attentato notturno cercava di completare l‟opera di intimidazione. Alcuni colpi diretti verso la finestra di casa Minieri si fermarono sulla cancellata. Salvatore, cacciato dal suo quotidiano ora è addirittura emigrato in Molise dove collabora con una realtà della provincia di Isernia. Quattro casi inspiegabili se non all’interno di una strategia mafiosa». All’epoca delle intimidazioni i tre giornalisti si erano occupati della «Villa del Conte», un immobile sequestrato al boss Raffaele Ligato. Gli articoli denunciavano lo stato di abbandono del caseggiato bunker che, come dimostravano le cronache, di fatto era ancora nella totale disponibilità della famiglia Ligato. «Quando io e Carlo andammo di persona per documentare le condizioni del bunker – ci dice Davide De Stavola – vi trovammo Pietro Ligato, figlio del boss arrestato, a colloquio con l’imprenditore Tommaso Verazzo, responsabile di Bio Power, la società che avrebbe dovuto costruire una centrale di biomassa proprio nei pressi della villa con i finanziamenti della Regione Campania».

Carlo Pascarella e Davide De Stavola scrivevano all’epoca per il «Giornale di Caserta», Minieri era invece alla «Gazzetta di Caserta». «Il nostro lavoro – continua Davide – ci ha creato forti inimicizie, soprattutto nella classe politica locale. Col tempo, io ed Enzo Palmesano, che collaborava come me alle pagine sull’Agro Caleno del “Giornale di Caserta”, siamo stati messi alla porta. Carlo, che era un redattore, si è dovuto “allineare”». Dal gennaio del 2008, il giornale si chiama «Buongiorno Caserta». «Una ristrutturazione – spiega Davide – che ha finito per tagliare tutte le collaborazioni, le pagine territoriali non esistono più. Di fatto, un giornale realizzato interamente in redazione. Riguardo a Salvatore Minieri, per un periodo non lo hanno fatto più scrivere, alla fine ha preso la decisione di andarsene a Tele Molise». «La

stampa è completamente dipendente dall’arroganza e dalla tracotanza della politica – chiude Davide – una circostanza che non è un’esclusiva delle nostre terre, peccato però che qui c’è la mafia, con tutto ciò che questo comporta in termini di influenza sulla classe politica e quindi sull’editoria».

Su quattro editori presenti nel Casertano, due negli ultimi anni sono stati arrestati. Maurizio Clemente editore del «Corriere di Caserta», rinviato a giudizio nel 2003 per estorsione a mezzo stampa al fine di ottenere contratti pubblicitari. Pasquale Piccirillo, a capo della società che edita «Buongiorno Caserta» e «Tv Luna», lo scorso gennaio in manette, invece, per truffa ai danni del ministero dello Sviluppo economico. Secondo i magistrati della Procura di Santa Maria Capua Vetere avrebbe emesso fatture false per ottenere un finanziamento di 782 mila euro.

 

E in Puglia saltano in aria le auto

Sicilia e Campania. Regioni abituate alla presenza invasiva delle consorterie criminali. Come la Puglia, dove la presenza della Sacra Corona Unita non ha mai smesso di farsi sentire nel quasi totale disinteresse della grande stampa nazionale. Il caldo ottobre dei giornalisti pugliesi comincia il 14 ottobre del 2009, quando nel foggiano salta in aria la macchina di Angelo Ciavarella, mite professore di Scienze a San Severo con la passione del giornalismo, corrispondente per la «Gazzetta del Mezzogiorno». Scrive di politica, la giudiziaria la fanno in redazione a Foggia, ma se riguarda San Severo, i pezzi vanno nelle pagine provinciali senza firma, proprio vicino a quelli di bianca con in calce il suo nome.

Per questo, dice, che forse hanno colpito lui perché gli avevano attribuito righe che non aveva mai scritto. Capita anche questo. Per lo meno questa è la sua lettura. Gli inquirenti si trincerano dietro il silenzio delle indagini in corso.

Dopo tre settimane, il 5 novembre, è la macchina di Gianni Lannes a saltare in aria. Per la seconda volta. La prima gli era stata bruciata il 2 luglio. Solo due settimane dopo furono sabotati i freni dell’altra auto. È il direttore di un giornale online, Terra Nostra. Autore di inchieste sui temi del malaffare, traffico di esseri umani, armi e rifiuti. Scrive soprattutto di ambiente, alcune inchieste su presunti sversamenti di scorie radioattive in mare sono molto seguite dalla blogosfera. Leoluca Orlando ha fatto un’interrogazione parlamentare al ministro dell‟Interno per chiederne la protezione. «Le indagini sugli attentati non sono mai partite», ha dichiarato a «il Fatto Quotidiano» dopo che, per

protesta, aveva «congelato le pubblicazioni», scrivendo sul sito italiaterranostra.it: «Siamo liberi, indipendenti e incondizionabili, ma il direttore non mette a repentaglio la vita e l’incolumità dei suoi collaboratori». La scorta a Gianni Lannes è arrivata solo il 22 dicembre del 2009.

In Abruzzo

Nell’Abruzzo del terremoto e degli scandali sulla sanità è Daniela Senepa, giornalista Rai, a ricevere una minaccia di morte. La trova sul suo computer all‟alba, la mattina del 14 gennaio 2010. È una cartolina con i luoghi più affascinanti della sua Regione. Dietro, un messaggio decisamente meno seducente. «L’ho presa in mano tranquilla. Mi capita spesso di ricevere attestati di stima dai telespettatori – racconta la cronista – invece ho trovato dei riferimenti a “Sanitopoli”, uno dei grandi processi che si aprirà a Pescara nei prossimi mesi. In particolare si menzionava uno dei personaggi coinvolti nell’inchiesta. Io me la sarei presa con questo “poveretto”, per il quale la Procura della Repubblica ha chiesto il rinvio a giudizio insieme ad altri 31 indagati. E siccome c’era già stato un battage mass mediatico che lo aveva assolto, io dovevo fare una brutta fine. Oltre al danno la beffa: i magistrati mandano in aula un presunto ladro, io scrivo quello che fa la magistratura e ho da schiattà?!».

Daniela Senepa si occupa da anni di cronaca nera e giudiziaria per la sede regionale Rai. Ha documentato giorno per giorno il sisma che il 6 aprile ha devastato la sua terra, ed è in prima linea anche sull’altro terremoto che ha scosso la regione: le presunte tangenti nel sistema della sanità abruzzese. Un malaffare che nel 2008 portò all’arresto dell’allora governatore Ottaviano del Turco, di alcuni assessori regionali e di alcuni imprenditori. «Non è criminalità organizzata. È criminalità politica – dice con rabbia – sono sicurissima, e non lo sono solo io, che questa è una minaccia che viene da un entourage ben preciso, che si è sempre sentito fortificato da una malainformazione, da chi ha preso un paio di dossier e li ha manipolati alla bisogna dicendo che contenevano le prove dell’innocenza di questa persona», il «poveretto» cui fa riferimento la cartolina di minacce.

«La Procura di Pescara – continua Daniela – ha disposto controlli. Le volanti passano vicino casa mia e a quella dei miei genitori. È una follia dover essere guardati a vista dalla polizia, innanzitutto perché togli alla città una parte del servizio di sicurezza e poi perché non sono io il criminale. Mi sento limitata nelle libertà, per che cosa? Per aver letto le carte della magistratura, per aver fatto dei ragionamenti diversi rispetto a un potere politico bipartisan che decide chi è colpevole e chi è innocente? Io lo trovo allucinante, culturalmente allucinante».

Daniela ha chiesto esplicitamente alla direzione di continuare a seguire «Sanitopoli» «sarebbe stata una vittoria di questi idioti», spiega. «La solidarietà maggiore l’ho ricevuta dalla gente. Dal basso partono e arrivano le istanze di civiltà. Il mio vero scudo sono le persone. La solidarietà dei colleghi è arrivata, ma anche l’invidia perché c’è anche chi è così cretino da pensare che una cosa del genere ti catapulti in una forma di Olimpo. Solo un idiota può pensare una cosa del genere ma vi assicuro che gli idioti esistono».

 

Nello Rega

Di lettere minatorie Nello Rega, 43 anni, altro giornalista Rai, ne ha ricevute parecchie negli ultimi mesi. Un‟escalation preoccupante culminata con l’invio di alcuni proiettili calibro 22, accompagnati da una sentenza di morte in nome di Allah. Le minacce l’hanno raggiunto in redazione a Roma, dove lavora agli esteri del Televideo Rai, ma anche a Potenza, dove vive ancora la sua famiglia. Minacce pesanti, fatte scivolare sotto la porta, o sistemate sul parabrezza dell’auto. «La cosa molto grave è che sono sicuro di essere seguito – spiega Rega – alcune intimidazioni sono state messe sulla mia macchina mentre ero da amici a cena. A indicare che non sono solo le mie abitazioni presidiate, ma anche i miei spostamenti».

Nel mirino di sedicenti estremisti sciiti libanesi per aver pubblicato un libro scomodo. Per aver raccontato la sua esperienza in Medio Oriente, i suoi contatti con la cultura islamica e la sua convivenza con una ragazza sciita. «Diversi e Divisi» è il suo vissuto, è la storia di «un amore che si consuma tra un uomo e una donna diversi. Distanti nel modo di comunicare, di baciare, di fare l’amore», come cita la quarta di copertina.

L’offensiva è scattata ancora prima che il racconto arrivasse in libreria. È bastato che sul web e sui blog si spargesse la notizia dell‟intenzione di scriverlo. Sono partite le minacce. I primi bossoli alla fine di settembre, nel parcheggio di Saxa Rubra. Poi il pressing minatorio senza sosta. Teste d‟agnello mozzate in macchina, frasi esplicite spedite all‟indirizzo della madre. «Morirai in nome di Allah con la mano di Hezbollah perché vai in televisione e dici bugie». E poi i proiettili.

«Ora ho paura. Vorrei andare avanti, non farmi imbavagliare, ma sono isolato dalle istituzioni e non ho riferimenti – afferma Rega – tutto ciò mi sembra folle. Quando vado a Potenza, dove vive mia madre, c‟è un sistema di protezione. Se mi muovo da lì sono nelle mani di Dio». Continua a gridarla la sua paura, Nello. Continua a non sentirsi sicuro: «Mi proteggono a metà. Così è inutile. È anche uno spreco di soldi pubblici». Certo, non pare di vivere in un Paese normale se un senatore della Repubblica, Felice Belisario dell‟Idv, per chiedere al ministro dell’Interno maggiore protezione per Rega, debba spingersi a dire: «Se Rega fosse risultato un mitomane o uno squilibrato sarebbe indagato. Invece non lo è. Da tre mesi sollecito Maroni a intervenire. Lettere, interrogazioni parlamentari, richieste di incontro. Nessuna risposta. Un silenzio deplorevole». Belisario, la Fnsi, «Ossigeno per l’informazione», tante le richieste. Ma dal Palazzo ancora non si riesce ad avere una giusta misura di protezione per un uomo in pericolo di vita.

 

Profondo Nord-Est

«Ti sono pervenute le pallottole?» La telefonata arriva in diretta tv alle 8.40 del mattino. Fabio Fioravanzi giornalista di Antenna Tre Nordest è in onda con il suo programma quotidiano. La voce è chiara, quanto la minaccia. E non è la prima volta. Già nel 2007 Fioravanzi era stato oggetto di un’intimidazione. Una busta con frasi pesanti contro di lui, contro alcuni magistrati, politici e industriali veneti, firmata da «Prima organizzazione terroristica triestina». E della polvere. Sembrava antrace. Si rivelò innocua. Per quell’episodio il Tribunale di Treviso ha condannato a 25 mesi di carcere un pregiudicato di Trieste. Poi la telefonata anonima, durante il programma. Fioravanzi ha uno scatto d’ira. Ma tiene la diretta. Parte la denuncia alla polizia.

Profondo nord. Nord-est. «Dove appare che la criminalità organizzata non eserciti alcuna influenza, non entri in nessun affare – ci dice al telefono Fabio Folisi – e dove, invece, proprio questa apparente tranquillità finisce per fornire le migliori condizioni per riciclare denaro. Soprattutto perché siamo vicino al confine con la Slovenia, dove ci sono dei casinò che pare abbastanza certo siano infiltrati dai capitali delle famiglie di Cosa Nostra catanese ».

Fabio ha 51 anni, una moglie e un figlio. Coordinatore della redazione di «E-polis/Il Friuli» e direttore del giornale online Friulinews. L’11 febbraio scorso, uscito dalla redazione per un servizio, intorno alle cinque del pomeriggio, ha trovato infilata nel battente della portiera della macchina una lettera contenente un messaggio «sgrammaticato» – «“Impiciati” degli affari tuoi» – e un proiettile. «L‟auto – racconta Fabio – non era la mia. Da qualche giorno giravo con quella perché la mia era fuori uso. Proprio questo ha fatto preoccupare gli inquirenti. In effetti,  qualcuno mi ha seguito. Nessuno, a parte i colleghi e la mia famiglia, sapeva che in quei giorni usavo quella macchina».

Non è la prima volta che Fabio riceve messaggi minatori. «Già due anni fa – dice – mi era arrivata una lettera. In quel periodo mi ero occupato della progettazione del rifacimento dell’impianto di teleriscaldamento dell’ospedale di Udine». Niente di strano che anche in quest’occasione le minacce siano arrivate per una delle quattro o cinque storie di appalti e lavori pubblici che sta seguendo in questo periodo. «La torta c’è – spiega – e c‟è anche il ragionevole dubbio che alcuni politici, riconducibili a entrambi gli schieramenti, possano specularci, diciamo a titolo personale. Ho scritto dei lavori per la terza corsia della A4, un affare da 2,3 miliardi di euro, e di un depuratore per cui è stato rinviato a giudizio tutto il Cda della ditta che avrebbe dovuto progettarlo. Con questo, però – ci tiene a precisare – non voglio dire che le minacce siano arrivate per questi affari in particolare». L’ombra della mafia? «La mafia, certo, non posso escluderlo – conclude – ma è più probabile che sia semplice malaffare di tipo politico-economico».

 

Anche a Genova

Vite sotto tiro. Al Sud o al Nord non fa differenza. In Veneto, in Friuli, in Lombardia, in Liguria. Firme conosciute, nomi legati a inchieste scomode, ad articoli che danno fastidio. Marco Menduni ha 48 anni. È un cronista de «Il Secolo XIX», redazione centrale a Genova. L’ultimo suo scoop è di pochi giorni fa, lo scandalo delle firme false per la presentazione delle liste alle Regionali. Le indagini della magistratura sono partite proprio dalla sua denuncia sulle pagine del quotidiano. Un giornalista esperto, impegnato da anni in delicate inchieste. Criminalità organizzata, sperperi di denaro pubblico, favoritismi nell’ambito della sanità, negli ambienti della politica.

«È successo il primo giorno di quest’anno. Sotto casa mi è andata a fuoco la macchina, bruciata durante la notte. Una vettura riconoscibile, quindi non hanno neanche dovuto cercarla molto. Una Smart Roadster, ce ne sono pochi modelli in giro. Sanno tutti che è la mia. Sono arrivati i vigili del fuoco e la Digos perché sapevano già che ero stato minacciato in precedenza. Ho toccato molti interessi, non è facilissimo individuare la matrice di questa vicenda. Sono nel mirino di molti». Anche gli inquirenti rispondono picche, non sanno o non possono dare una spiegazione. L’auto saltata in aria è solo l’epilogo inquietante di una serie di avvertimenti. «Nel 2005 c’era stata una specie di invasione notturna nella portineria del giornale, l’avevano riempita di spazzatura e poi avevano tracciato una scritta “Menduni boia”. Poi c’erano stati altri episodi meno significativi, volantini con frasi analoghe affissi in centro e su un cartellone pubblicitario de “Il Secolo XIX”».

Nulla a che vedere con la mafia? «Non voglio fare accostamenti. Però vi posso testimoniare che la criminalità organizzata esiste anche qui. Ci sono anche qui famiglie mafiose, confische di beni, episodi di questo tipo. Sicuramente sono uno sulla piazza che si espone maggiormente. Dipende da come fai questo mestiere, se lo vuoi fare bene, non è così facile. È difficile ovunque. Ma Genova è una città molto chiusa, non voglio dire omertosa, di sicuro un posto dove le élites del potere sono molto riservate. Un città difficilissima da esplorare a fondo».

 

Giulio Cavalli

Per molti non è la prima volta. Come non lo è per Giulio Cavalli, classe 1977. Non è un giornalista Giulio, ma un attore, un regista d’inchiesta, che scrive i suoi spettacoli di denuncia lavorando assieme a cronisti e magistrati. Da anni vive sotto scorta, una vita abitata a metà. Rischia perché nel 2006 ha portato in scena Do ut des, una pièce irriverente verso i capi mafia. Rischia perché le minacce di morte non lo fanno tacere e da qualche settimana rischia ancora di più perché, con quella storia, si è candidato alle regionali. A Varese. Non in Calabria, non in Sicilia, o in Campania. Ma in Lombardia. Dove le intimidazioni più gravi per lui non sono le telefonate anonime o i gesti minatori, ma la colpevole indifferenza per la questione mafiosa di una vasta parte della società e della classe dirigente che amministra. Perché la mafia a Milano non c’è. Ché la Lombardia non è affetta da questo cancro. Lo ha detto perfino il prefetto Gian Valerio Lombardi nei mesi scorsi. Dicevano lo stesso a Ragusa quando fu ucciso Giovanni Spampinato. Dicevano lo stesso a Barcellona, in provincia di Messina, quando fu assassinato Beppe Alfano, e a Catania quando cinque colpi di pistola raggiunsero la nuca di Pippo Fava.

«Avevamo ricevuto nei giorni scorsi – si legge in un comunicato a firma Giulio Cavalli – delle minacce nella sede cittadina del partito, una telefonata minatoria, e successivamente un proiettile lasciato davanti alla porta della sede di Via Lepontina. Minacce regolarmente denunciate, ma che non avevamo messo in relazione tra loro. Oggi ci ritroviamo per l’ennesima volta a dover subire fatti ed intimidazioni, che appaiano in modo preoccupante sempre più collegate all’impegno politico che abbiamo deciso di intraprendere».

I «nuovi fatti» appaiono sotto la forma di un volantino lasciato sulle auto parcheggiate vicino all’agenzia dell‟Intesa San Paolo di Viale Monza, a Milano. «La mafia controlla la filiale Intesa San Paolo di Via Palmanova», proprio la stessa in cui il comitato che lo sostiene aveva aperto un conto corrente per il candidato Cavalli. Difficile pensare a coincidenze. E poi, ancora proiettili. Ventitré in tutto, davanti al teatro Oscar, poche ore prima dell’apertura del sipario. Spettacolo sospeso. È lui stesso dal palco a spiegare al pubblico i motivi dell‟annullamento, a dire ancora una volta, non lasciatemi solo.

 

La mafia in Lombardia non c’è

«La mafia in Lombardia non c’è». Non c’è quando in Brianza, nel 2008, in pochi mesi, fanno fuori tre persone legate al mondo dell’edilizia. Omicidi riconducibili ad un regolamento di conti di un locale di ‘ndrangheta. Non c’è quando il comune di Buccinasco viene commissariato per infiltrazioni mafiose. Non c’è quando vengono arrestati superlatitanti. Non c’è quando è ormai certo che le cosche sono fortemente interessate ai miliardari appalti di Expo 2015. Non c‟è sulle cronache locali. «Non c’è – dice Gianni Barbacetto, giornalista e direttore dell’osservatorio sulla criminalità organizzata al Nord – perché sulla pagine locali, anche in quelle dei quotidiani più blasonati, si parla del singolo omicidio, o del fatto di cronaca a sfondo mafioso, ma mai ho letto un pezzo che leghi fra loro i fatti. Che dia la misura generale delle pericolose infiltrazioni mafiose». «C’è un problema di informazione» – ci dicono i redattori di «Narcomafie», che producono a Torino il mensile di Libera – «sembra che i giornalisti locali non siano ancora attrezzati al racconto della mafia, all’interpretazione del suo approdo ormai trentennale al Nord».

Qualcuno ci prova in effetti. E ne paga le conseguenze. Davide Bortone collaborava con «Il Giorno». Scriveva da Buccinasco, Gaggiano e Cusago. Dirigeva un giornale on line, Giornalelibero.com, sul quale raccontava in maniera approfondita storie di criminalità organizzata, infiltrazioni nel palazzo comunale.

Spesso si è occupato della famiglia calabrese Barbaro-Papalia, titolare del locale di ‘ndrangheta attivo nella zona intorno ad Assago, Buccinasco, Cesano Boscone, Corsico e Trezzano sul Naviglio. Il 18 giugno del 2009 ha trovato il lunotto della macchina in frantumi. Lui stesso sul suo sito ipotizza un movente mafioso, e già il giorno dopo scrive di alcuni sversamenti di rifiuti tossici nei terreni a sud di Milano. Davide in passato si era preso pure un bel pugno in faccia, mentre si occupava di campi nomadi. Nemmeno quello lo ha fatto desistere. E però ha smesso comunque.

Ha cambiato lavoro, non fa più il giornalista. Lo annuncia lui stesso, lo scorso 31 gennaio, sulla home page del suo sito: «Gentili lettori, con grande rammarico vi comunico che GiornaleLibero.com chiude per la mancanza di proposte economiche concrete per il suo definitivo rilancio, da parte dei possibili sponsor. Grazie a tutti per la vicinanza e l‟attaccamento dimostrato in quest’ultimo periodo, che oserei definire “travagliato”». Nessuno a sud di Milano è disposto a finanziare un giornale antimafia.

Sempre Milano, sempre periferia Sud. Massimiliano Saggese, corrispondente del «Giorno», era assieme alla fotografa Mara Del Fante, quando il 10 maggio del 2008, è stato aggredito per le strade di Pieve Emanuele, da 15 persone. Pugni in faccia a entrambi, calci nella macchina, dieci giorni di prognosi. Avevano scritto di un incidente stradale, nel quale aveva avuto la peggio una bimba di 17 mesi. Mentre era in macchina con la sua famiglia, ha aperto la portiera, ed è caduta sull’asfalto. La madre indagata per omicidio colposo perché nell’auto non c’era il seggiolino.

«Scrissi della storia – ci spiega Massimiliano – e il giorno dopo tornai a Pieve con Mara, per coprire gli sviluppi della vicenda. Ci riconobbero e ci aggredirono. Tra loro anche un benzinaio pregiudicato, pluricondannato, del quale mi ero già occupato». «Erano camorristi – continua Massimiliano – legati al clan Pesce di Pianura. Non quelli di Rosarno – precisa – questi sono quelli che gestiscono il racket a Pianura». Pieve Emanuele, Buccinasco, Trezzano, Corsico, Rozzano. «Sono posti – continua il giornalista – dove la criminalità organizzata si respira camminando per strada. Hanno locali, gelaterie, bar, ristoranti, tutti nelle loro mani. A Rozzano, su 40 mila abitanti 8 mila sono pregiudicati. Quando hanno fatto i funerali della bambina morta a Pieve, hanno vietato agli edicolanti di mettere fuori i giornali con gli articoli che riguardavano l‟incidente e la nostra aggressione».

Le botte le ha prese anche Saba Viscardi, giornalista di Merateonline. Un altro incidente stradale. 10 giugno 2009, Imbersago, provincia di Lecco. Lei che si arrampica su un balconcino per fare le foto. E il figlio del ferito che la insegue, e la raggiunge, per prenderla a schiaffi. Messa in salvo dall‟intervento dei vigili del fuoco, è la moglie del moribondo a farle scivolare la borsetta in pieno volto.

«Guardie o ladri». Si chiama così il blog di Roberto Galullo, 46 anni, inviato de «Il Sole 24 Ore», conduttore a Radio24. Lavora a Milano. Scrive di mafia, politica, malaffare e connivenze. Fa i nomi, pubblica ordinanze, sentenze, relazioni. E arrivano le rappresaglie. L’ultima poche settimane fa. La lettera di un avvocato, il legale di una famiglia di mafia siciliana radicata in Lombardia, segnalata nel rapporto di un magistrato milanese alla Commissione parlamentare antimafia che Galullo ha pubblicato in esclusiva sul suo blog. Non scrivere più del mio assistito. Il messaggio suonava più o meno così. La stessa minaccia, neppure tanto velata, recapitata da un altro avvocato di una delle cosche più influenti di Gioia Tauro dopo un articolo sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nella vita politica della regione. Con un avvertimento in più. Il tuo blog è sotto controllo. Vediamo ogni giorno quello che scrivi. Regolati.

«La mia linea è sempre stata quella della riservatezza – spiega Galullo – ci sono fascicoli aperti, quindi non posso dirvi altro. Io continuo a scrivere. Le minacce non mi preoccupano più di tanto. Sono molto più pericolose quando arrivano ai colleghi della stampa calabrese».

 

Giornalisti sotto attacco in Calabria

«Giornalisti sotto attacco», l’apertura del «Quotidiano della Calabria», il 23 febbraio scorso, ha il sapore insolito di una «vuciata », di un grido affannoso, quasi scomposto. Accade raramente. La sobrietà, la compostezza del racconto delle notizie calabresi è infatti uno dei tratti distintivi del giornale diretto da Matteo Cosenza. L’accento così marcato, il titolo straziato sulla prima pagina, si spiega solo con lo straordinario pressing minatorio che hanno subito i giornalisti in Calabria nei primi mesi del 2010: cinque colleghi minacciati di morte nel giro di venti giorni, sei in due mesi, otto dalla scorsa estate. Sappiamo che a questi vanno aggiunti i casi di chi non denuncia, o di chi ha voce così flebile da non arrivare nemmeno sulle colonne dei giornali locali. Otto casi solo in Calabria da quando su queste stesse pagine, nel primo rapporto di Ossigeno, si dava conto di altre otto storie registrate nel triennio 2006-2008.

Sono numeri inquietanti, tanto più che per ognuno di questi casi gli inquirenti hanno espresso seria preoccupazione. Numeri che confermano la straordinaria pericolosità del mestiere della scrittura in Calabria. Di quelli che da soli raccontano di una regione in cui le dinamiche democratiche sono infinitamente più vischiose che nel resto del Paese: «Chi comanda davvero in Calabria» – scrive il direttore del «Quotidiano» nel suo editoriale – «decide chi, come, dove e quando può fare il proprio dovere e purtroppo ci riesce spesso». Gli otto episodi intimidatori registrati negli ultimi mesi, infine, in relazione agli otto dei tre anni precedenti, segnalano chiaramente come il trend delle minacce abbia assunto un’inclinazione vertiginosa, esponenziale.

Non si spiega, poi, l’incredibile ostinazione da parte dell’informazione nazionale nel mantenere al buio questa terra (e questo tema). Solo «la Repubblica», e solo quello stesso 23 febbraio, ha speso un taglio basso a pagina ventuno per raccontare l’intimidazione subita dal suo corrispondente calabrese, Giuseppe Baldessarro, prolifica firma del «Quotidiano», solo l’ultimo dei cronisti «infami» nel mirino delle ‘ndrine.

La lettera è arrivata nell’ufficio di corrispondenza di Reggio Calabria il 22 febbraio, il timbro portava la data del giorno 20. Il suo nome e l’indirizzo vergati a mano con un segno elementare, chiaramente distorto. Nella busta, oltre a tre pallottole, la scritta «Andare oltre significa la morte», ricavata dal ritaglio di alcuni titoli del giornale. «È difficile – dice Giuseppe – capire quale sia stata la notizia che ha scatenato la reazione della criminalità».

Giuseppe Baldessarro è un cronista di giudiziaria, di fatto però, come spesso accade per i corrispondenti, sia per «Il Quotidiano» che per «la Repubblica», si è occupato anche di altro. «Nell’ultimo mese – dice – ho coperto i diversi processi, tutti particolarmente importanti, fra i quali quello che ha fatto luce sulla strage di Duisburg e la faida di San Luca. Ho scritto della bomba esplosa davanti alla procura reggina il 3 gennaio, dell’auto arsenale

fatta ritrovare il giorno della visita del Presidente della Repubblica, della rivolta di Rosarno». È probabile tuttavia, ci dice e ci conferma il direttore del «Quotidiano », che la minaccia abbia riguardato un suo articolo uscito il 19 gennaio sulle strategie elettorali del clan di Pietrastorta in vista delle elezioni regionali del 2005. In pagina anche le intercettazioni ambientali di alcune conversazioni intercorse tra un esponente della cosca reggina e un consigliere regionale. Una storia che solo lui ha messo in luce.

Con la stessa tecnica, ritagliando il titolo di un suo articolo, è stato composto il messaggio di morte contro Filippo Cutrupi, corrispondente da Reggio Calabria per «La Stampa», «il Giornale » e il «QN». La lettera è arrivata a casa della sorella, nella città dello stretto, il 15 febbraio scorso. Sul foglio, oltre a una croce sulla sua firma, la scritta «Non scrivere più “La ‘ndrangheta attacca lo Stato”», titolo del pezzo apparso sul «il Giornale» il 4 gennaio scorso. La cronaca puntuale della bomba lanciata contro il portone della Procura Generale, un attentato dal forte valore simbolico, come gli stessi inquirenti hanno più volte dichiarato in quei giorni. Si colpisce l’efficienza della magistratura reggina sotto la guida del procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone e del procuratore generale Salvatore Di Landro, a capo dell’ufficio che si occupa della confisca e del sequestro dei beni e dei procedimenti di appello contro le cosche. Il secondo grado dove spesso, in passato, le sentenze venivano perlomeno alleggerite se non ribaltate del tutto. L’interpretazione è chiara e condivisa dalla maggior parte dei giornali. In quei giorni, infatti, le cronache si assomigliano tutte. Non c‟è una notizia esclusiva, non c’è la particolare esposizione di alcun cronista. Ecco perché lo stesso Cutrupi si dice sorpreso che nella lettera di minaccia si facesse riferimento alla bomba di Reggio: «Non lo so – dice. Certo, qualcosa è cambiato, e in peggio. Quando venne ucciso Franco Fortugno, fui l’unico a scrivere, già il giorno dopo, chi avrebbe potuto essere il mandante politico di quell’omicidio. Una circostanza che sicuramente avrebbe potuto espormi molto di più rispetto alle cronache della bomba di Reggio, eppure allora non accadde niente».

Di certo, Filippo Cutrupi, come Giuseppe Baldessarro sono calabresi, vivono in quei territori, sono sentinelle sempre attive; per questo il loro lavoro, rispetto a quello degli inviati, è più incisivo e meno «apprezzato» dai clan. Sono «Infami», «sbirri», «traditori », nella logica dei mafiosi calabresi.

Infame, sì, o nella dizione calabrese, «’mpamu». È Michele Albanese, a capo della redazione di Polistena del Quotidiano» a spiegarcibene il significato di questa parola. «Fino a poco tempo fa – spiega – i mafiosi erano abituati a una stampa che narrava le loro gesta. Il racconto, spesso carico di folclore, finiva per non creare nessun tipo di problema alle ‘ndrine. Piuttosto, anche inconsapevolmente, contribuiva a costruire la fama dei capobastone, la loro autorità sul territorio. Le cose oggi sono molto cambiate. La magistratura è cambiata e anche l’informazione fa la sua parte. Per quel che mi riguarda ho sempre pensato a questo mestiere come a un mezzo di emancipazione della mia gente. La ‘ndrangheta li vuole schiavi i calabresi, il giornalismo deve fare in modo che siano cittadini bene informati, consapevoli dei loro diritti. Questo nella logica mafiosa è lavoro di infami, di traditori». La parola «Infame», in Calabria, è usata anche per i pentiti. Implica un cambiamento di rotta, un passaggio di barricata. L’ultima minaccia, Michele Albanese l‟ha ricevuta a mezzo posta lo scorso 28 gennaio. La lettera è arrivata nella redazione centrale, a Castrovillari: basta parlare di Rosarno e una croce a morto sul suo nome. Non è la prima. Michele e la sua famiglia sono oggetto di tutela da parte delle forze dell‟ordine. Il procuratore di Palmi, capo dell’ufficio competente del territorio della Piana, il giorno dopo l’ennesima intimidazione ha trasferito il fascicolo alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. «Le minacce dirette sono solo la punta dell’iceberg. Noi qui ogni giorno –  chiosa Michele – scriviamo di criminali che non è difficile incontrare al bar, o che magari, ti ritrovi nel consiglio di classe della scuola dei tuoi figli. L’intera nostra esistenza è condizionata dal pericolo che comporta fare il giornalista da queste parti».

Capita così, in Calabria, che a fare la nuda cronaca dei processi, o a riportare la notizia di operazioni giudiziarie, scavando a fondo nelle ordinanze, si finisca nel mirino. Per due volte nel giro di un mese e mezzo. È accaduto a Michele Inserra, salernitano approdato alla redazione di Siderno del «Quotidiano» dopo un decennio di gavetta a cronaca nera e giudiziaria al «Il Mattino» di Napoli. L‟ultima intimidazione è arrivata lo scorso 22 marzo, sotto forma di un bossolo esploso lasciato davanti alla porta del giornale. Un proiettile firmato. Sopra, infatti, vi era appiccicata la firma di Michele ritagliata da un suo articolo. Solo il giorno prima aveva scritto degli appetiti politici, alla vigilia delle Regionali 2005, di un presunto mafioso, ucciso dal killer arrestato nel corso della recente operazione «Mistero» condotta dalla Dda di Reggio.

Il 4 febbraio, invece è un pezzo sulla strage di Duisburg a metterlo nei guai. Si occupava, quel giorno, – continua a farlo – del processo Fehida, il procedimento che sta facendo luce su quella strage e sulla faida di San Luca. È giorno d‟udienza, in aula sono ascoltati gli inquirenti tedeschi, gli stessi che hanno ricostruito l’identikit di uno dei killer. Con ogni probabilità, sostengono più e più volte, il viso del disegno è quello di Domenico Nirta, un pizzaiolo trentenne che va e viene dalla Germania. Già arrestato e prosciolto da ogni accusa dopo un rito abbreviato. Libero. Senza nessun mandato di arresto sulle spalle, nonostante i rapporti della polizia tedesca lo indichino come associato alla ‘ndrina di Kaarst. Michele sa: l‟ordinanza di custodia cautelare che manca «presto ci sarà». E lo scrive. Michele sa, lo ha visto, che Domenico Nirta è a San Luca, anzi che verosimilmente ha già preparato le valige ed è al sicuro fuori dal territorio italiano. E lo scrive. Il pezzo va in pagina. Il giorno dopo si tratta di farsi un giro a San Luca e vedere se Nirta è ancora all’ombra dell’Aspromonte o è già oltre le Alpi. «Dovevo trovarlo io – racconta – e invece mi ha trovato lui. Mi ha chiamato al telefono prima a casa, e ancora in redazione per dirmi che la mia presenza a San Luca non era gradita, che avrei fatto meglio a non scrivere più il suo nome». Il giorno dopo, ancora un’udienza in tribunale. Lo avvicina un giovane avvocato, un praticante, che gli ribadisce il concetto: non mettere piede a San Luca. Solo pochi giorni e con una lettera, il legale di Nirta gli comunica che si riserba di citarlo in giudizio per danni all’immagine.

La Calabria brucia. È il caso di dirlo. Come il titolo di un fortunato libro di Mauro Minervino, lo scrittore calabrese che dopo l’uscita del suo racconto-inchiesta è stato isolato e screditato. La Calabria degli stereotipi e del sensazionalismo, un libro che fa male a questa terra, hanno detto e scritto di lui e della sua opera. Minervino conserva la sua cattedra di Antropologia culturale e nel frattempo ha perso le sue collaborazioni giornalistiche. Della sua firma non c’è più bisogno.

La Calabria brucia. È il caso di dirlo, come la macchina del blogger ventiseienne Antonino Monteleone che da anni, fra le altre cose, sta dietro alle grandi e piccole lavanderie del clan De Stefano, la ‘ndrina dominante a Reggio città. Soldi sporchi che vengono riciclati in alcuni esercizi commerciali del centro e del lungomare più grande d’Europa. La sua auto è saltata in aria il 4 febbraio. Quella sera, Antonio, si è accorto di una macchina che lo seguiva, che si è accostata al marciapiede mentre lui si fermava e ingranava la retromarcia per parcheggiare. Entrato in casa, il botto dopo pochi minuti. L’auto senza più il cofano, le fiamme.

Alcune settimane prima dell’incendio, era stato fermato per strada, ci dice, dal fratello del gestore di un bar del centro: «Un uomo che quando hanno arrestato De Stefano, gli indirizzava baci plateali, e veniva corrisposto». «Non vanno toccati gli interessi economici – continua – è quando tocchi quelli, che li fai arrabbiare, quando metti la pulce nell’orecchio delle persone che finiscono per non frequentare più i loro negozi». Storie piccole forse, interessi minimi rispetto agli affari ben più remunerativi della ‘ndrangheta holding, eppure significativi, sicuramente da non sottovalutare: il controllo del territorio dove la ‘Ndrangheta è cresciuta e dove trova l‟origine del suo potere è ossessivo, anche negli interessi più piccoli. Ne va della sua autorità, della sua capacità di influenza e di controllo sociale.

Come Antonio, Francesco. Sulla soglia dei 40 anni. Redattore da Vibo Valentia del «Quotidiano». Francesco Mobilio. La macchina della sua compagna è saltata in aria il 27 dicembre, sotto casa. Non sa darsi una spiegazione, Francesco. Dice che «l‟hanno bruciata a me perché volevano colpire la nostra testata, il giornale che più di ogni altro si è consolidato in città come quello più seguito». Si tratta di alcune sue inchieste, dice al telefono il suo direttore. Ma non va oltre. Meglio non dire, per la sua incolumità. Meglio non dirlo a un altro collega, ragionevolmente, prima di averlo detto alla magistratura. E sì, perché Francesco Mobilio ancora non è stato sentito. Nessun giudice lo ha interrogato sulla vicenda. A distanza di tutti questi mesi.

Scorrendo a ritroso il calendario del 2009 rintracciamo ancora due casi. Quello di Alessandro Bozzo e quello di Fabio Pistoia. Entrambi in forza a «Calabria Ora». Minacciati rispettivamente a ottobre e a giugno del 2009 per storie di mala politica del cosentino. Nella zona di influenza del locale della Sibaritide, dominato dal clan Forastefano di Cassano allo Ionio, uno dei più sanguinari e pericolosi dell’intera regione. «Smettila di scrivere di Cassano, sennò ti scippiamo la capa», è il testo della missiva giunta nella redazione centrale di «Calabria Ora», dove Bozzo scrive di politica. La sua colpa, dato che di Cassano ha scritto solo una volta, quella di aver fatto notare che il presidente della Provincia di Cosenza, eletto dopo una campagna elettorale a suon di «Noi i voti dei mafiosi non li vogliamo», a poche settimane dall’insediamento, ha voluto nel suo staff personale il primo dei non eletti di una lista che lo appoggiava, imputato per voto di scambio politico mafioso. A Fabio invece, la lettera è arrivata a casa, fra il primo turno e il ballottaggio delle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale di Corigliano calabro, nel bel mezzo della campagna elettorale funestata persino da un omicidio.

«Smetti di scrivere di politica o muori». Il pezzo riguardava il sospetto di brogli avanzato dalla commissione elettorale dopo lo spoglio del primo turno. Lo scorso 8 marzo «Il Quotidiano» titola «’Ndrangheta strategia della tensione». È l’ennesimo attacco a un magistrato. Questa volta è toccato al Procuratore di Vibo Valentia Mario Spagnuolo. Sentenze di morte scritte sui muri della città. Solo pochi giorni prima le minacce erano arrivate al pm dell’antimafia reggina Antonio De Bernardo e al magistrato crotonese Pierpaolo Bruni; mentre nelle stesse ore veniva svelato il progetto di un attentato all’on. Angela Napoli, da sempre impegnata con coraggio sul fronte dell’antimafia. Una voce scomoda anche all’interno del suo partito, del quale ha criticato fortemente le scelte di alcune candidature in odore di mafia per il rinnovo del consiglio regionale.

«Se a questi episodi si aggiungono – spiega il direttore del giornale calabrese Matteo Cosenza – la bomba in Procura a Reggio e l’auto piena di armi fatta ritrovare il giorno dell’arrivo di Napolitano, è possibile pensare che la ‘Ndrangheta abbia attuato una strategia volta a comunicare la sua presenza in vista delle Regionali, per condizionare il voto, per dire: attenzione con i proclami antimafia e le scelte virtuose di chi combatte in prima persona, noi ci siamo, continuiamo a esserci, siamo noi i padroni della Città».

In questo senso può essere letta anche l‟incredibile escalation delle minacce ai giornalisti? «Ogni storia è una storia a sé. Di sicuro un‟informazione attenta e scrupolosa, in questa terra, finisce sempre per toccare interessi scomodi. E i colleghi minacciati, in particolare, hanno svolto sempre bene il loro lavoro. Tuttavia non può passare inosservato il dato di cinque casi in tre settimane, le stesse in cui si rincorrevano gli episodi intimidatori contro politici e magistrati impegnati. Tenderei comunque a considerare più valido come movente delle minacce le storie professionali dei singoli

colleghi».

Ma dove è finita la ‘Ndrangheta del silenzio, attenta solo ai suoi affari e a non farsi scatenare i riflettori addosso? Sembra sia diventata una mafia chiacchierona… «In effetti, è un po’ una novità per la ‟Ndrangheta. Sembra la mafia siciliana di un certo periodo. Il problema è che nel frattempo quella calabrese è diventata la mafia più potente di tutte e anche il contrasto nei suoi confronti è aumentato, soprattutto da parte di una magistratura più incisiva rispetto agli anni passati. Si sta determinando uno scenario nuovo in cui la ‘Ndrangheta parla attraverso messaggi di questo tipo. Prima c‟era e non si vedeva ora c’è e si vede pure.

Siamo entrati in una fase nuova anche rispetto al lavoro dei giornalisti, e chi vuole migliorarsi nel fare il suo lavoro è più colpito. Ci sono cronisti che in certi territori mettono seriamente a rischio la vita. La cosa comincia a diventare preoccupante. Gli stessi magistrati ci chiedono di dare massima enfasi agli episodi perché è una forma di protezione. Il rischio è reale. Il rischio che questi un giorno decidano di alzare il tiro».

Al momento di chiudere questo Rapporto abbiamo appreso che…

1) Il 3 maggio 2010 arriva una lettera accompagnata da un proiettile alle redazioni palermitane de «la Repubblica» e del «Giornale di Sicilia». Le buste sono partite da Firenze. Nella lettera si fa riferimento ai giudici Antonio Ingroia, Nino Di Matteo e Sergio Lari, a Massimo Ciancimino e al pentito Gaspare Spatuzza, «soggetti che direttamente o indirettamente – si legge – subiranno le conseguenze di operazioni già pianificate». «In attesa di decisioni», secondo la missiva, invece, le sorti di Michele Santoro e Sandro Ruotolo indicati come «giornalisti in appoggio ad un disegno eversivo intrapreso da magistrati comunisti». Ecco il testo completo della lettera: «Illustre direttore. Non analizzi il contenuto di questo comunicato come un minaccia, i grandi eventi vanno annunciati. Lo si era fatto in passato, con scarsi risultati.

Il malessere e sotto gli occhi di tutti. Sono stata disposte operazioni a sostegno della nostra democrazia. Tumori generati da un eccesso di ruoli all’interno del nostro sistema di poteri. Nessun altro ostacolo può essere posto a danno di questo unico principio di democrazia. Un vero attacco a degni e valorosi uomini che hanno dato dignità al nostro paese è tuttora in corso. A. Ingroia – S. Lari – A. Di Matteo – M. Ciancimino – G. Spatuzza soggetti che direttamente o indirettamente subiranno le conseguenze di operazioni già pianificate. M. Santoro\Ruotolo in attese di decisioni. Il triste ruolo come giornalisti in appoggio ad un disegno eversivo intrapreso da magistrati comunisti è la mortificazione delle più elementari… (illeggibile, ndr) e di democrazia».

Lo stesso giorno, sempre un proiettile imbustato a Francesca Russo, avvocato di Ciancimino Junior, e il seguente messaggio:  «Avvocatessa F. Russo lei avvocato con il suo comportamento continua a disonorare il ruolo che nonostante le sue origini questo nostro paese in un eccesso di libertà le ha concesso. Se vuole ascoltare il mio invito ad omettere comportamenti intenti ad accreditare il pentito M. Ciancimino. Lei rimane attenzionata dalle nostre strutture di sorveglianza». Attorno alla figura di Massimo Ciancimino, all’avvocato che lo assiste, ai giudici che raccolgono le sue dichiarazioni, ai giornalisti che danno notizie a riguardo, negli ultimi mesi si è scatenato un pressing intimidatorio senza precedenti, con continui riferimenti a magistratura deviata, democrazia a rischio, giornalisti comunisti da eliminare. Un saggio di questi contenuti farneticanti, in un’altra lettera inviata direttamente a Massimo Ciancimino lo scorso due aprile. Riferimenti a giudici, politici, pentiti e a Michele Santoro. La questione, ancora una volta, è la luce che si sta facendo intorno al patto siglato tra Stato e mafia dopo la morte del giudice Falcone. Ecco il contenuto integrale della lettera: «Sig. Ciancimino, spero che questa lettera le sia recapitata, come da mie istruzioni, nella giornata del 2 aprile, lei sa a cosa mi riferisco. La invito a non interpretare le mie poche parole come una minaccia contro di lei ed i suoi familiari. Consideri poche righe come un buon consiglio dato da una persona che anche suo padre a saputo apprezzare e stimare, e che comunque oggi è a conoscenza di fatti e circostanze tali da poterle essere, forse, ancora di aiuto. Questo non solo per il mio ruolo svolto per il Paese, ma sicuramente per l‟esperienza accumulate in tanti anni di onorati servizi resi. Equilibri e democrazia costituiscono le basi per un nuovo percorso di globalizzazione ed integrazione che con molto sacrificio il paese sta attraversando. In questo momento molto difficile per la nostra democrazia non sono concessi ed ammessi ulteriori sbagli. Oggi lei e le sue dichiarazioni contribuiscono ad infangare illustri personaggi che hanno lavorato per poter garantire un Italia libera ed anticomunista mentre oggi il nostro governo tenta di salvare posti di lavoro, milioni di euro di ignari contribuenti e numerosi servitori dello Stato vengono impegnati in inutili inchieste che altro non fanno che mortificare l’immagine del nostro paese. Un solo fine, la democrazia è il frutto di più azioni. La nostra è una grande cultura di libertà e democrazia, questa cultura oggi le permette di esibirsi in pantomime giudiziarie, complice di magistrati e giornalisti di fede comunista, ultimo misero strumento di un piano eversivo e destabilizzante. La libertà come qualsiasi organismo vivente, talvolta genera tumori. M. Ciancimino – G. Spatuzza – A. Ingroia – S. Lari – A. Di Matteo – C. Martelli – M. Santoro – L. Violante. Le assicuro che banali ed elementari tecniche di tutela civile a protezione di questi soggetti non costituiscono alcun ostacolo per i nostri scopi. Il dovere mi impone di avvisare chi come lei, ignaro del disegno altrui, oggi rappresenta uno strumento di lotta. Sappiamo fare il nostro mestiere. Nonostante i numerosi tentativi fatti in passato, non siamo riusciti ad aprirle gli occhi. Oggi lei e la sua famiglia siete ostaggi nelle mani di una magistratura deviata. Nonostante gli inutili sforzi fatti, gli ultimi tentativi delle misere ed inutili azioni dei magistrati A. Ingroia e compagni, non sono riusciti ad ostacolare o confondere la sovrana volontà del popolo elettore. Oggi sono in gioco i destini della nostra democrazia. L. Violante e C. Martelli recidivi traditori della democrazia. Sappiamo tutto sul contenuto delle deposizioni fatte con i magistrati S. Lari e compagni ed A. Ingroia e compagni, ulteriore aggressione intrapresa col fine di coinvolgere ed infangare illustri servitori dello Stato. uomini che, a differenza di taluni magistrati hanno anteposto i più alti ed onorabili valori alla loro stessa esistenza. Almeno questa volta usi la sua testa, da questa gente non potrà mai ottenere niente, non vada più a farsi usare dalle procure come quelle di Palermo e di Caltanissetta, non si faccia coinvolgere ulteriormente. Un consiglio vada via dall’Italia, taluni crediti non possono essere più posticipati. Sono state disposte più operazioni a garanzia della democrazia, tutte in attesa di essere eseguite. Un solo fine frutto di più azioni, cinque, un numero che dovrebbe farla riflettere, le mie credenziali in busta».

2) «Immersi nelle notizie del braccio di ferro di Gianfranco Fini contro l’asse Berlusconi-Bossi all’interno del Pdl e del governo, abbiamo sottovalutato in questi giorni l‟attacco che il premier ha rivolto il 16 aprile contro le fiction e i libri sulla mafia, accanendosi nei confronti di Roberto Saviano e di Gomorra. Sull’argomento Silvio Berlusconi è recidivo. (…) Hanno un peso in questo sconcertante approccio di Berlusconi le incognite che gravano nelle inchieste aperte sulle stragi mafiose degli anni ‟90 e sulla trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra che segnò la fine della prima Repubblica, coincidendo con l‟ascesa politica di Forza Italia e, anche se non definitivamente provato, con l’avvio stesso delle fortune economiche del Cavaliere? Il ruolo di Marcello Dell’Utri nei rapporti con Cosa Nostra, il giudizio pendente in Appello dopo la sua condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, sono oggettivi e inquietanti indizi in questa direzione… Una cosa è certa: le ripetute sortite contro una comunicazione antimafia che ha segnato un positivo salto di qualità nella conoscenza degli italiani di un fenomeno che mina le basi stesse dei diritti e dello sviluppo dell‟Italia, richiamano nell’immaginario, ma anche alla ragione, i comportamenti di una sorta di “serial killer”. Killer della memoria».

«Il serial killer della memoria e della libera informazione». L’editoriale, di cui riportiamo i passaggi più significativi, è apparso su Articolo 21 e su Libera Informazione. Porta la firma di Roberto Morrione, direttore dell’Osservatorio sull’informazione di Libera.

La notte successiva alla pubblicazione, la redazione di Articolo 21, a Roma, ha subito un’effrazione. Sette computer sono stati rubati e, con essi, la chiave di accesso al sito web. Poi è stato manomesso il notiziario online di Articolo 21 e cancellato l’articolo di Morrione. Al suo posto gli hacker hanno messo l’immagine di un teschio, e un link ad un sito pornografico. Il giorno dopo lo stesso assalto, allo stesso editoriale, è stato ripetuto sul sito di Libera Informazione. Due attacchi in due giorni. Un episodio di pirateria informatica dedita al bavaglio che accade in Italia per la prima volta.

3) Caserta, la notte del 27 aprile 2010. Qualcuno entra in casa di Rosaria Capacchione, giornalista de «Il Mattino», una vita sotto scorta dopo le minacce ricevute per il suo impegno anticamorra. La cronista dormiva nel suo letto. Non si è accorta di nulla. «Sono entrati dalla finestra della cucina – racconta la Capacchione all’Ansa – hanno preso una borsa, una trousse del trucco, ma l‟hanno subito abbandonata. Magari sono stati disturbati ». Ladri, forse. Hanno rovistato nell‟appartamento e non hanno portato via nulla. Non è la prima volta.

Nell’ottobre 2009 un episodio analogo. Sconosciuti che si intrufolano di notte in casa, frugano dove possono, rubano oggetti di poco valore e scompaiono. Questa volta nel mirino anche altri condomini. Un furto, secondo la giornalista. Un fatto, comunque inquietante, che apre interrogativi sulla sua forma di protezione.

4) «La lezione gliela daremo noi e lo faremo a pezzi. State attenti anche voi giornalisti». La lettera è arrivata lo scorso 11 marzo alla redazione di «Barisera». Dentro alla busta, anche la cartuccia di un fucile calibro 7,65 e la fotocopia di un articolo pubblicato da quel giornale col quale si dava conto di un incontro sulla mafia pugliese che il criminologo Michele Cagnazzo aveva tenuto il giorno prima in città. Cagnazzo è autore del saggio «Mafia, una guerra senza confini»,

attualmente dirige l’Osservatorio Regionale sulla Legalità dell’Italia dei Valori. Da anni scrive e parla della «Quarta mafia», un‟organizzazione innovativa e diversa rispetto alla Sacra Corona Unita. Intervistato da Affari italiani, ha dichiarato: «Molti, in maniera omissiva nel migliore dei casi, delittuosa nel peggiore, continuano a parlare di Sacra Corona Unita. Ma la SCU è morta. Ormai gli esperti parlano di Quarta mafia. La vecchia mafia rurale è morta. Oggi la mafia pugliese, oltre alle tradizionali attività delle estorsioni, dello sfruttamento della prostituzione, delle rapine e del traffico di droga, ha a disposizione un solidissimo potere economico e politico, grazie alla collaborazione e alla connivenza di imprenditori, funzionari e consiglieri pugliesi. Sono quest’ultimi quelli più infastiditi dalla nostra attività. Parliamoci chiaro: noi non disturbiamo soltanto i rapinatori di banche o i trafficanti di droga. Noi disturbiamo i colletti bianchi, quelli che fanno affari con la criminalità organizzata a suon di appalti, concessioni e riciclaggio di denaro sporco. E quando un colletto bianco si sente disturbato non gli resta che alzare il telefono e chiedere a un manovale dei clan di limitarsi a minacciare una data persona. È questo quello che è successo».

Nel 2008, gli è stata recapitata una lettera con due proiettili, ed è stata abbandonata davanti la sua abitazione la testa mozzata di un cane. Negli ultimi tempi, la sua battaglia è stata a favore dell’istituzione dell’Agenzia regionale sui beni confiscati. Una struttura che snellisca tutte le procedure di confisca dei beni e permetta di facilitarne l’uso per fini sociali e istituzionali. L’obiettivo è evitare che le proprietà confiscate ai mafiosi ritornino in loro possesso, attraverso le messa all’asta. Per le minacce subite, ha detto, ha ricevuto solidarietà da parte dei pochi amici di partito, ma nessun attestato di stima è arrivato dalle istituzioni.

5) «Chiama pure i carabinieri. Noi non abbiamo paura neanche di loro». Il 12 maggio 2010 due uomini piombano nella redazione del settimanale «Nuova Periferia», in via Paolo Regis a Chivasso, provincia di Torino. Minacciano la segretaria e i giornalisti presenti. Poi se la prendono con Marco Bogetto, cronista di nera. Calci e schiaffi. Tanto che il collega deve ricorrere alle cure del Pronto Soccorso per una lesione al timpano provocata dal ceffone. Colpevole. Colpevole di aver scritto un articolo sulla nuova sala giochi della città, danneggiata nella notte da alcuni vandali. «Devastata la nuova sala giochi: ingenti danni per almeno 20mila euro» è il titolo in prima pagina. Il giornale esce in edicola. Alle 9.45 la spedizione punitiva. Sono i titolari del locale a menar le mani, padre e figlio, Giuseppe e Guido Carbone. Bogetto difende un collega, ha la peggio.

«È un episodio grave – commenta il direttore Piera Savio – che mette in luce, per l‟ennesima volta, come sia difficile il lavoro per un giornalista di provincia. Facilmente identificabile».

6) «Municipi diffamati, informazione servile». Il messaggio è scritto su un lenzuolo bianco a tinte rosse e azzurre. Sotto la finestra de «Il Messaggero», in via del Tritone, a Roma, le grida di alcuni Presidenti dei Municipi, accompagnati da assessori e consiglieri comunali. È la mattina del 6 maggio 2010. Pochi giorni prima il quotidiano aveva proposto ai suoi lettori un’inchiesta sugli sperperi e gli sprechi delle amministrazioni. «Una campagna calunniosa, basata sulle veline del Campidoglio», sostengono i minisindaci di centrosinistra, che chiedono di incontrare un caporedattore. «Una manifestazione intollerabile per intimidire i giornalisti – denuncia l‟Unione Nazionale Cronisti – un episodio di intolleranza grave in tempi di voglia di bavagli e censure del sistema dei poteri, a cominciare dal Ddl Alfano. Le inchieste erano condotte con documenti alla mano e spulciando tra le pieghe dei bilanci secondo i più rigorosi principi del mestiere. In troppi si dimenticano o fingono di dimenticarsi che i cronisti non sono passacarte di comunicati e veline e che il diritto/dovere di cronaca coincide con il diritto dei cittadini di essere compiutamente informati sulla condotta dei loro amministratori».

7) Le minacce per Davide Desario, cronista de «Il Messaggero», corrono sul web. Frasi pesanti postate su facebook dopo un suo articolo, pubblicato sulle pagine di Roma il 13 aprile 2010. «Verano, sede gratis all’associazione D‟Annunzio» è il titolo dell’inchiesta. «Un’assegnazione davvero speciale che merita di essere approfondita – denuncia Desario nel suo pezzo. Basti pensare che il Presidente dell‟associazione D’Annunzio è Cristina Giannotta, sorella di quel Mirko dipendente dell’Ama a capo dell’ufficio Decoro Urbano.»

«La dinasty Giannotta», la chiama il cronista. «Il più famoso – spiega – è Carlo Giannotta, storico Presidente della sezione dell‟ex Movimento Sociale di Acca Larenzia, una delle più estreme della destra sociale capitolina. Un altro Giannotta famoso, suo malgrado, è Fabio nato a Roma nel 1977. In molti lo ricorderanno per essere stato arrestato per la tentata rapina alla gioielleria Bulgari in via Condotti utilizzando un carroattrezzi. Ma non solo: Fabio Giannotta è stato arrestato anche dopo, sempre per una rapina a una gioielleria al Tuscolano». «Da circa due anni, poi, – chiosa l‟articolo – è balzato agli onori della cronaca anche Mirko Giannotta (dipendente Ama dal 1998 e coinvolto in alcune inchieste della Digos) che nel 2008 è stato chiamato a guidare l‟ufficio Decoro Urbano del Campidoglio. Bene, tutti e tre, insieme a Cristina Giannotta, a maggio del 2003 erano tra gli 8 soci dell’associazione D’Annunzio. Perché? Semplice appartengono tutti alla stessa famiglia.» Poche ore dopo, puntuale, arriva l’intimidazione sul suo profilo di Facebook. Attacchi pesanti da parte del gruppo di estrema destra Acca Larenzia. La sua colpa? Aver fatto emergere una realtà inquietante sulla gestione delle proprietà immobiliari di Ama srl, una gestione privata del bene pubblico.

8) «Sei un uomo morto, qui non possiamo farti niente ma ormai sei segnato». La minaccia è arrivata a tu per tu. In aeroporto a Verona. Destinatario, Alessandro Capatano, giornalista sportivo in forza alla «Gazzetta». È accaduto lo scorso 16 maggio, dopo la partita Chievo-Roma. La parolina sussurrata all’orecchio da un famigerato ultrà romanista è presto diventata l‟aggressione di un gruppo di facinorosi che lo hanno accerchiato e insultato, dopo avergli strappato di mano il taccuino. Uno del gruppo ha poi preso a pugni il computer di un collega di Capatano che aveva provato a difenderlo. Atterrato a Fiumicino, le minacce e gli insulti sono continuate. L’aggressore è stato denunciato per minacce aggravate.

Non è la prima volta che un gruppo di ultrà minacci dei giornalisti. Alcuni giornalisti de «Il Secolo XIX» e di «Telegenova», il 19 ottobre del 2008, sono stati presi di mira da tifosi sampodoriani, perché, secondo gli ultrà, le loro cronache avrebbero influito nel risultato negativo della squadra.

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