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Matera. Vulpio e Piccenna: Siamo solo cronisti, non ci associamo per delinquere

Come si difendono due dei cinque cronisti sotto processo con l’accusa di aver formato una specie di banda per diffamare.

Carlo Vulpio, giornalista del Corriere della Sera, non riesce proprio a farsi una ragione dell’accusa che si porta dietro da cinque anni e per la quale rischia vari anni di carcere: fare parte di un gruppo (composto da cinque giornalisti e tre carabinieri) che si sarebbe costituito allo scopo di diffamare alcuni influenti personaggi. Dalla fine del 2008 Vulpio non si occupa più delle notizie che portarono all’apertura dell’inchiesta giudiziaria ‘Toghe Lucane’, nata da storie come questa. Invece Nicola Piccenna, all’epoca giornalista del settimanale Il Resto,  non ha mai smesso di occuparsi delle vicende legate a quella ormai celebre ‘guerra fra procure’ e a discutibili condotte di alcuni magistrati lucani. Vulpio e Piccenna sono imputati ormai da cinque anni con l’accusa, finora inedita, di associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione. Il reato è contestato anche a tre carabinieri che sarebbero stati “associati” a scopi delinquenziali diffamatori con i cinque giornalisti per danneggiare alcuni dei personaggi coinvolti nell’inchiesta ‘Toghe Lucane’, allora diretta dal magistrato Luigi De Magistris, attuale sindaco di Napoli. Vulpio e Piccenna hanno risposto ad alcune domande di Ossigeno, che vuole comprendere meglio i vari aspetti di questa vicenda e conoscere l’opinione degli accusati.

Innanzi tutto l’accusa di associazione per delinquere allo scopo di diffamare. Cosa ne pensate?

Vulpio: “Io dico che una cosa è che alcuni criminali si sono associati per spacciare droga, o per lo sfruttamento della prostituzione, o per commettere altri turpi reati, altra cosa è dire che i giornalisti si associano in modo delinquenziale per diffamare qualcuno. Non si è mai visto niente del genere! Se da giornalista voglio dare del farabutto a qualcuno, lo posso fare da solo. Che bisogno ho di associarmi con altri? Secondo l’accusa io sarei stato l’ispiratore di questo gruppo di associati, in quanto concorrente morale esterno…”.

Piccenna: “Io invece insieme all’ufficiale dei carabinieri Zacheo sono accusato di essere a capo dell’associazione a delinquere. Zacheo, Carbone, Nino ed Emanuele Grilli e Carlo Vulpio sono accusati di concorso morale nella diffamazione a mezzo stampa e nella violenza privata con l’uso delle armi nei confronti di Buccico”.

Questa storia ha avuto inizio cinque anni fa ed ora, per decisione del tribunale di Matera, il processo viene trasferito a Catanzaro, si riparte dall’inizio e  i tempi si allungano ulteriormente. Era inevitabile?

Vulpio: “No, e questa è la prima vergogna di tutta questa vicenda: ci sono voluti cinque anni per decidere che la competenza non era del tribunale di Matera. Noi imputati attraverso i nostri avvocati lo abbiamo sostenuto fin dal primo momento. Dopo cinque anni ancora non sappiamo quando ci sarà la prima udienza a Catanzaro. Ma questo cambia poco. Noi siamo stati perquisiti, intercettati, ci hanno sequestrato computer e altro materiale che poi ci hanno restituito perché non ci hanno trovato niente di quel che cercavano… Ora siamo di nuovi indagati… Mi chiedo: quanta libertà di decidere hanno questi magistrati che si comportano in questa maniera senza che nessuno ne censuri il comportamento?

Piccenna: “La recente sentenza con cui il giudice per le indagini preliminari di Matera si dichiara incompetente e trasmette gli atti a Catanzaro, afferma anche che il Pubblico ministero Annunziata Cazzetta non era legittimato ad indagare su di me, giacché, avendomi querelato nel marzo 2007, aveva un interesse personale che le avrebbe dovuto impedire di tenere il procedimento. Io, a novembre 2008, durante un’udienza, invitai la pm ad astenersi per l’incompatibilità dovuta alla reciproca e grave inimicizia, ma lei ebbe l’ardire di dichiarare in udienza di non avermi mai querelato, mentendo e confermando il dolo nel mantenere il controllo dei procedimenti a mio carico”.

La vostra storia è poco conosciuta. Perché non c’è stata attenzione e solidarietà nei vostri confronti?

Vulpio: “Di noi non è importato niente a nessuno, né alla sinistra giustizialista, né a coloro che di solito difendono la giustizia e i diritti. Di Pietro, Vendola, Grillo per noi non hanno speso una parola”. Noi ci eravamo rivolti anche al capo dello Stato, Giorgio Napoletano. Gli abbiamo chiesto sommessamente  di intervenire, in qualità di presidente del Csm, rilevando l’anomalia. Ma non c’è stato nessun intervento. Sia chiaro: con ciò non voglio attaccare la figura di Napolitano. Io, peraltro, non sono fra quelli che imputano al Presidente di essere coinvolto nella trattativa Stato-mafia, io non mi accodo a chi sostiene che si potesse intercettare anche il Capo dello Stato. Dico solo che su questa scandalosa vicenda sarebbe dovuto intervenire, al pari di altri. Ci hanno accusato di un reato, l’associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa, mai contestato in 150 anni di storia d’Italia.

(per trasparenza facciamo notare come Vendola, anche lui iscritto all’Ordine dei giornalisti, abbia avuto un contenzioso legale con Vulpio, e che il giornalista nel 2009 si candidò al Parlamento Europeo come indipendente nelle liste dell’Idv di Di Pietro, non venendo eletto, non senza polemiche e ombre, ndr).

La stampa ha parlato pochissimo di voi. Perché?

Piccenna: “Perché la stampa molto spesso non è libera essendo nelle mani di gruppi di potere, politico o finanziario. Poi nella nostra vicenda sono coinvolti molti massoni (ufficialmente tali) e molti altri (massoni) non ufficialmente tali”.

Vulpio: “Perché non conviene a nessuno parlare di questa vicenda. Per parlarne si dovrebbe cercare di rispondere ad altri interrogativi. Primo: se i giudici possono farsi i cavoli loro su tutte le questioni che a loro conviene mandare avanti, rallentare o fermare? Ormai in Italia assistiamo a questo sport dannoso per la democrazia e per i cittadini: i procuratori fanno a gara per trattare le inchieste ad alto valore mediatico. Secondo interrogativo a cui rispondere: perché il Csm non è intervenuto su una questione così lapalissianamente paradossale? Se i media ne avessero parlato di questo aspetto, come timidamente ha fatto una sola volta il Tg1 di Minzolini – che mi intervistò alla vigilia della chiusura delle indagini a nostro carico, ed è stato l’unico momento in cui noi imputati abbiamo potuto far sentire la nostra voce – si sarebbe dovuta aprire una riflessione sulla magistratura, sulla separazione delle carriere, su cosa il Csm non ha fatto. Terzo: si dovrebbe dire come è nata tutta questa vicenda: dalle inchieste di De Magistris? No! Dalle inchieste di Carlo Vulpio e di Nicola Picenna, e dalle indagini del capitano Zacheo. Queste inchieste sono diventate inchieste giudiziarie soltanto in un secondo momento. Inchieste poi entrate, fra l’altro, nel limbo, perché chi le ha avute in mano, una volta ottenuto l’obbiettivo di entrare in politica, le ha rimandate alle procure di Potenza e Matera… Noi siamo stati usati a nostra insaputa e in buona fede”.

Vi hanno accusato di aver avuto un canale speciale con De Magistris, che vi avrebbe passato informazioni riservate…

Piccenna: “Si trattava di una ipotesi iscritta dalla Procura di Salerno su comunicazione trasmessa dal pm Cazzetta e su querele di diversi magistrati contro De Magistris. Il procedimento è stato archiviato. Nulla è emerso (e nulla c’era), mai De Magistris ha passato informazioni, riservate e non, è emerso e risulta agli atti che io passavo a De Magistris notizie e prove di reati commessi. Tutte le mie dichiarazioni, dice la Guardia di Finanza di Catanzaro, sono risultate sempre vere e utili, mai sono emerse dichiarazioni non vere e non utili alle indagini”.

Vulpio: “Hanno fatto di più, se è per questo: hanno sostenuto che noi avessimo costituito un’associazione per diffamare magistrati e politici, attraverso, per quello che mi riguarda, il concorso esterno. Ormai la fattispecie del concorso esterno viene utilizzata per molti reati diversi da quelli per cui era stata pensata originariamente. Hanno applicato questo reato a noi per tapparci la bocca: con uno strumento del genere in mano si può fare strage di diritto. Ma finora non sono riusciti a dimostrare niente, perché non è mai esistita questa condotta. Il capitano dei carabinieri non ha passato mai nessuna notizia a me o agli altri giornalisti..”.

La denuncia iniziale è partita proprio da Buccico e da altri…

Vulpio: “Sì, da Buccico, dall’ex capo della procura di Matera Chieco, dalla pm Cazzetta e da altri. L’unico elemento concreto su cui si basa l’accusa è un articolo di Piccenna, in cui, ironicamente, egli ha sfidato Buccico a duello”.

Piccenna: “Ci furono diciotto querele dell’avv. Emilio Nicola Buccico relative a 52 articoli pubblicati dal giugno 2006 al maggio/giugno 2007 nei quali lo stesso Buccico veniva menzionato. Per nessuno di questi articoli il pubblico ministero ha contestato fatti diffamatori specifici, solo imprecisate falsità diffamatorie. Ovviamente, ogni articolo riporta solo e soltanto fatti veri, documentalmente provati e di interesse pubblico atteso che il querelante rivestiva ruoli pubblici di alto profilo: membro del Consiglio Superiore della Magistratura, senatore della Repubblica, sindaco di Matera. Pensa, mi viene contestata la tentata violenza privata con l’uso delle armi per aver scritto questa frase: «Eh no, caro strenuo difensore, la battaglia deve essere ad armi pari. Coraggio, almeno per una volta, una sfida medioevale. Un cavallo a testa, una lancia e via». Il mio intento era invece invitare l’allora senatore a rinunciare all’immunità parlamentare per difendersi dalle indagini nei suoi confronti!”.

All’epoca voi indagati avete subito perquisizioni e il sequestro di computer e altri documenti. In quell’occasione tu, Carlo, dicesti che quello era un modo per intimidirvi e che si trattava di un ‘attentato alla libertà di stampa e al diritto-dovere di informare’. Inoltre hanno intercettato le vostre conversazioni telefoniche.

Vulpio: “Applicando il reato associativo hanno potuto intercettarci. Perché? Se compio un reato tu mi intercetti, altrimenti perché farlo? Lo hanno fatto per controllarci. Ci sono circa 43 mila intercettazioni in questo processo, e non sapremo mai neanche per quanto tempo ci hanno ascoltato, probabilmente per due o tre anni! Intercettando me, poi, hanno intercettato tutto il Corriere della Sera, le mie conversazioni con i direttori e i capi redattore, con i quali discutevo cosa avremmo pubblicato il giorno dopo. Altro che  segretezza delle fonti! Un conto è non aver timore di essere intercettati, un altro è che sia legittimo. Molte di queste intercettazioni sono poi uscite dai circuiti giudiziari. Dopo questo, puoi immaginare quanta gente, quante fonti, parlavano volentieri con me! La gente non si fida più di te quando viene a sapere che sei intercettato”.

Piccenna: “Per sette mesi e mezzo la Procura di Matera ha intercettato tutte le mie utenze telefoniche con il dichiarato scopo (così è scritto nelle autorizzazioni alle intercettazioni che si susseguono ogni quindici giorni da maggio 2007 a dicembre dello stesso anno) di individuare “le fonti” delle notizie che pubblicavo. Ma se le notizie erano false (come sostiene il pm), che senso aveva cercare le fonti? I guai che mi hanno causato questi anni di indagini e procedimenti penali sono molteplici. Primo fra tutti, la quasi totale scomparsa delle mie fonti, alcune delle quali sono state addirittura minacciate mezz’ora dopo aver parlato con me al telefono da amici e affini dell’avvocato Buccico. Queste circostanze le ho denunciate e sono state accertate dai Carabinieri”.

Insomma, tutta questa vicenda potrebbe apparire come un enorme pasticcio, un caso di ‘abuso del diritto’, non è così?

Vulpio: “Ho fiducia che la vicenda finisca bene, dopo la decisione del tribunale di Matera che si è dichiarato incompetente, ma sia ben chiaro: io non ho più molta fiducia nella magistratura e nella giustizia italiana. Sono fiducioso perché so che non abbiamo fatto nulla di male, che siamo innocenti, e lo sono per la nostra grande determinazione a difenderci. Tuttavia questo processo non sarebbe dovuto neanche iniziare. Io ho una formazione giuridica, anche se poi ho fatto il giornalista. Ho fatto anche il concorso in magistratura, ho passato gli scritti ma non mi sono presentato agli orali: posso dire con una certa competenza che i magistrati hanno un potere enorme, e molti lo utilizzano come vogliono”.

Piccenna: “Non intendo piangermi addosso, come fanno molti italiani e tanti nostri colleghi. Questa storia dimostrerà che gli abusi di cui i magistrati si rendono protagonisti restano impuniti solo se i cittadini glielo consentono e, fra i cittadini, i giornalisti in particolare. Il sistema giudiziario italiano è ottimo, a condizione che lo si faccia rispettare. E’ anche chiaro che tutto ciò comporta enormi sacrifici, come è accaduto a me, perché spesso i nostri colleghi dell’informazione non solo sono proni alla magistratura ma ne anticipano i desideri, arrivando ad auto-censurarsi ed a censurare le notizie senza che qualcuno glielo chieda”.

Nella vostra carriera avete dovuto affrontare altri processi a causa del vostro lavoro?

Piccenna: “Sì, ho avuto oltre dieci procedimenti a mio carico e sono tutti finiti con proscioglimento, assoluzione o archiviazione. Sempre con formula piena”.

Vulpio: “Ho avuto circa un centinaio di querele per diffamazione. Più volte sono stato prosciolto, in altri casi assolto, altre volte ancora condannato nei primi gradi di giudizio, ma alla fine la Cassazione ha annullato quelle decisioni. Alla fine ho sempre vinto io, non sono mai stato condannato. Molte volte un giornalista si trova di fronte a querele cosiddette ‘di sbarramento’, che vengono fatte per intimidirti, per scoraggiarti a scrivere su qualcosa. Molte querele vengono presentate sapendo che sono infondate, e a volte chi le ha promosse le vince inaspettatamente. Nel mio caso, le querele per le quali è stato più duro farsi assolvere sono state quelle dei politici e dei magistrati: è molto difficile che un magistrato dia torto a qualche suo collega”.

E c’è anche il problema delle spese legali da sostenere…

Piccenna: “Nessuna delle testate per cui ho scritto aveva risorse in grado di sostenere le spese legali”.

Vulpio: “Io per fortuna godo della tutela legale della mia testata, come tutti i giornalisti del Corriere. In questo sono fortunato. Pensa cosa può essere tutto questo per chi non è difeso dal proprio giornale e deve sostenere in proprio le spese legali! In realtà, per questa vicenda, ho provveduto anche a incaricare un mio difensore personale, perché il processo si svolge lontano da Milano, dove si trovano i legali del mio giornale. Anche per un’altra vicenda ho dovuto incaricare un avvocato a mie spese. E’ accaduto dopo che mi hanno rubato e bruciato l’automobile, a Bari, qualche anno fa. I colpevoli non sono stati trovati e le indagini sono state chiuse. Io ho fatto ricorso perché siano riaperte. Sono in attesa di capire se verrà accolto. Il partito Radicale, attraverso la parlamentare Elisabetta Zamparutti, ha presentato un’interrogazione parlamentare affinché si indagasse ancora sulla vicenda. Io sono convinto che non si è trattato di un fatto casuale, ma di un avvertimento, a causa del mio lavoro”.

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