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Genova 1.Fu pedinato e intercettato cronista che svelò scandalo soldi della Lega

Come sono nati, quasi per caso, gli scoop del Secolo XIX sul tesoriere Belsito e i soldi in Tanzania

Si chiama Giovanni Mari. Ha trentanove anni. Fa il cronista politico al Secolo XIX. Pochi sanno che sono nati dal suo fiuto, dalla sua tenacia e da quella del suo giornale gli scandali che hanno travolto prima il tesoriere e poi il leader storico della Lega Nord Umberto Bossi, costretto a ritirarsi. Sono infatti di Mari – che ha scoperchiato il pentolone dei soldi del Carroccio, da cui deve ancora uscire probabilmente tutto il suo contenuto – i numerosi scoop che hanno svelato le discutibili operazioni finanziarie del tesoriere Francesco Belsito.I grandi media nazionali hanno seguito con titoloni da prima pagina le sue rivelazioni pubblicate dal quotidiano genovese e molti hanno preferito non esporsi. Lui, invece, si è esposto anche troppo, e Belsito, ritenendolo un nemico politico, l’ha fatto anche pedinare da un investigatore privato. Suo malgrado è finito in mezzo allo scontro fra Roberto Maroni e Umberto Bossi, e quando la magistratura ha aperto l’inchiesta per i fondi della Lega all’estero, anche nelle intercettazioni giudiziarie della Guardia di Finanza mentre intervistava gli indagati. Mari ha fatto il suo lavoro senza sapere di essere pedinato e intercettato, anche se  aveva capito di essere finito in un ginepraio. Ed oggi commenta: “Ho fatto semplicemente il mio lavoro. Io e il mio giornale siamo stati sempre equilibrati”.

“Non sapevo di essere pedinato. Quando l’ho saputo – racconta – non l’ho presa bene. Ho pensato ai miei bambini, come si fa sempre quando si scopre di essere stati inconsapevolmente in pericolo. Credo mi abbiano seguito perché sospettavano ci fosse una “gola profonda” a imbeccarmi, qualche leghista che mi passava informazioni segrete. Probabilmente sospettavano fossi un agente di Maroni. In quel periodo sospettavano di chiunque. Ho saputo che Belsito ha fatto sorvegliare le persone che aggiornavano il sito di Wikipedia con le notizie che lo riguardavano. Probabilmente avrà pensato che le mie fonti fossero maroniani genovesi. Ma non c’era niente di tutto questo. Chi mi ha seguito avrà solo passato tanto tempo ad aspettarmi sotto la sede del giornale, in Piazza Piccapietra, e tanto tempo sotto casa mia, mentre dormivo…”.

La storia di questi scoop è molto interessante, perché è cominciato tutto quasi per caso, nel febbraio 2010, e poi Mari non ha fatto altro che seguire il filo dei fatti.

Belsito era appena stato nominato sottosegretario alla semplificazione normativa. Era l’unico genovese presente nel quarto governo Berlusconi. Mari e il suo giornale erano incuriositi dall’improvvisa ascesa del personaggio. Perciò hanno cominciato ad osservarlo per descrivere ai lettori questo “semisconosciuto” emerso dal sottobosco politico locale.

Il cronista genovese ha cominciato a scoprire alcune stranezze di Belsito nel modo più semplice: leggendo il suo curriculum. Di notevole risultava solo che era stato capo della segreteria del Presidente del Consiglio regionale della Liguria Francesco Bruzzone. Per spiegare quella carriera fulminante, Mari si mise a ricostruire la sua storia pubblica, scoprendo che aveva scalato il governo a grandi passi: da buttafuori in una discoteca ad autista dell’ex guardasigilli del governo Berlusconi Alfredo Biondi, e quindi il salto a sottosegretario e amministratore nazionale della Lega Nord.

Poi ecco alcune discordanze nelle biografie di Belsito. “Nel curriculum fornito alla FILSE, la finanziaria della Regione di cui è stato consigliere di amministrazione, Belsito risultava laureato in scienze della programmazione mentre – racconta Giovanni Mari – in quello pubblicato sul sito di Palazzo Chigi si dichiarava invece laureato in scienze politiche”. Come stessero le cose, chiese lo Mari direttamente all’interessato. E Belsito rispose che aveva conseguito due lauree, una a Malta e l’altra a Londra.

Ma anche questa spiegazione presentava delle incongruenze: “Non riuscivo proprio a capire come avesse fatto con la lingua. Dai curricula risulta che Belsito parla solo francese, che non si parla né Malta e neppure a Londra”. A questo si aggiunga che a un certo punto Mari trova un documento dell’Università di Genova in cui si attesta che la carriera universitaria di Belsito è stata “annullata” a causa di un diploma di scuola media superiore falsificato. Insomma, l’uomo si rivela una miniera di sorprese.

E di sorpresa in sorpresa, il cronista del Secolo XIX arriva fino alla vera ciccia. Accade l’8 gennaio 2012, quando il giornalista pubblica l’informazione che la Lega Nord ha investito i soldi del finanziamento pubblico in Tanzania e a Cipro: 5,7 milioni di euro di rimborsi elettorali. E non erano illazioni. A Mari l’aveva confermato lo stesso Belsito, tentando di fare apparire l’investimento un affare saggio ed oculato: lì, dice il tesoriere, la resa è maggiore di quella dei BOT italiani. Ma la notizia di un partito che porta all’estero i soldi del finanziamento pubblico fa scandalo. I commenti indignati si sprecano, e poi interviene la magistratura: il 20 gennaio infatti, un militante leghista di Rozzano nel milanese porta gli articoli del quotidiano ligure ai magistrati, che aprono un’inchiesta giudiziaria. E’ l’inizio del il terremoto.

Da quel momento sui conti della Lega esce di tutto e di più: dalle sospette infiltrazioni mafiose ai soldi usati per pagare gli infiniti e bizzarri studi del figlio di Bossi detto “il Trota”, dalle supercar per l’altro figlio, ai capi di vestiario del leader stesso, fino ai famosi conti che il tesoriere teneva per la “family” del Capo, per le spese più impensabili e private, dai viaggi al dentista.

In breve Belsito finisce nel tritacarne e la sua situazione precipita. A marzo si ritrova indagato dalle Procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria per varie ipotesi di reato, dall’appropriazione indebita alla truffa ai danni dello Stato, il 12 aprile viene espulso dalla Lega Nord. Poi anche Umberto Bossi, il “boss” indiscusso, finisce indagato dalla procura di Milano e si dimette dopo 23 anni di potere assoluto.

Belsito denuncia di essere vittima di un complotto. Accusa “Bobo” Maroni di aver tramato per farlo fuori, sospetta che si sia servito dei servigi di qualcuno. Di chi? Nella Lega di Bossi si sospetta di tutti, e anche del cronista del Secolo che ha solo fatto, bene, il suo lavoro. Quindi Belsito incarica qualcuno di tenere sotto controllo le mosse di Giovanni Mari. Il quale viene pedinato e controllato per un mese – da metà gennaio a metà febbraio 2012 – per scoprire se c’è una talpa che gli passa informazioni.

Sono stati mesi difficili, di tensione. Ora che la tensione si è allentata, Giovanni Mari accetta di parlare di quella complicata inchiesta, condivisa in parte con il suo collega Matteo Indice.

“Vuoi sapere come stanno veramente le cose? Ebbene, io – giura Giovanni – Roberto Maroni non lo conosco proprio. Non l’ho mai visto, non gli ho mai parlato nemmeno per telefono. Quando ero in ballo ho chiamato più volte la sua segretaria per chiedergli un’intervista. Mi ha fatto sempre dire di no”.

di Gianfranco Sansalone

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