Dialogo sull’informazione. L’intervento di Lirio Abbate

“Giornalisti minacciati non sono fenomeni da baraccone. Si dica perché li minacciano e non si parli solo di chi ha amici”, ha detto il 14 novembre

Ci sono tanti giornalisti in Italia, ma non sono tutti uguali. Ci sono quelli impegnati in prima linea e tutti gli altri. Non basta dire che un giornalista è sotto scorta o è minacciato, perché così si presenta come un fenomeno da baraccone.  Quando si parla di queste cose è necessario dire perché un giornalista è sotto scorta. Dobbiamo fare capire perché in questo paese occidentale un giornalista per continuare a fare il suo lavoro deve avere una scorta della polizia che lo segue 24 ore al giorno, perché quando va sul territorio a raccontare le cose che accadono, ad esempio sugli anarchici a Bologna o sulla mafia a Roma e sul loro ambiente di provenienza, quello dei Corleonesi, suscita reazioni minacciose e distorte.

In certi territori, in certe zone, l’informazione è fatta all’acqua di rose. Perciò quando in quei territori arriva un giornalista e racconta le cose che accadono fuori dal contesto (con cui vengono raccontate di solito), in quel territorio, questo suscita forti reazioni. Ad esempio a Bologna gli anarchici si sono incazzati con me perché ho raccontato le loro contraddizioni riferendo cosa avevano detto in alcune conversazioni telefoniche intercettate dagli inquirenti. Erano disposti a tutto.

Non voglio puntare il dito contro i giornalisti. Cerco di spiegare perché avvengono queste cose. L’Italia è il Paese in cui si legge di meno, in cui quasi nessuno compra i giornali, dove gli studenti non leggono quotidiani e leggono pochi libri, dove la gente si informa solo guardando la tv. In questo Paese, se tu scrivi qualcosa di rilevante sul giornale o la dici in tv, le persone che si sentono colpite negativamente da quelle informazioni si arrabbiano e se la prendono con l’autore dell’articolo che in qualche modo le ha svergognate tirando fuori notizie e rappresentandole in un contesto diverso da quello che le fa apparire normali.

Dobbiamo capire che in Italia i colletti bianchi, i professionisti, i criminali non hanno molta paura del processo penale, perché tanto con l’aiuto di  un amico in tribunale, con la corruzione, con i tempi lunghi dei procedimenti, con la prescrizione, quasi sicuramente non saranno condannati, e se anche finiranno per essere condannati sarà come se non fosse accaduto nulla. Queste persone hanno molta più paura che la loro vicenda finisca in prima pagina o sia riferita in un servizio di un minuto e mezzo in prima serata di un telegiornale. Questo fa molta paura. L’informazione fatta nel modo giusto fa paura.

Farebbe paura anche sapere ciò che accade a tutti quei giornalisti che raccontano i fatti e per questo vengono minacciati. La situazione italiana farebbe paura ai cittadini se conoscessero i 1500 casi di intimidazioni che subiscono i giornalisti in Italia e che io mi trovo qui a rappresentare.

Un giornalista minacciato fa fatica a far sapere in tv che lo hanno minacciato e perché lo hanno minacciato. Non riesce a farlo sapere attraverso la tv se non fa parte di un ‘circoletto’ dell’informazione e non ha amici che ne fanno parte. Se tutti i 1500 casi documentati da Ossigeno per l’Informazione fossero stati esposti in una delle tante trasmissioni settimanali di cronaca, in una trasmissione popolare, quanti milioni di persone in più saprebbero cosa succede nell’informazione italiana? Queste informazioni non vengono diffuse perché  sono considerate brutte, cacca.

Naturalmente ci sono anche altri problemi, fra cui quello dei giornalisti che non curano le informazioni come dovrebbero perché sono precari e perché gli editori vogliono da loro che diano solo un certo tipo di informazioni.

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