Laura Boldrini: Questa Mehari fa riflettere su democrazia e giornalismo

Le dichiarazioni a Piazza Montecitorio all’inaugurazione della mostra sui giornalisti uccisi e minacciati. Le parole di Geppino Fiorenza, Paolo Siani e Alberto Spampinato

“Fare il giornalista può essere molto pericoloso. Questa macchina appartenuta a Giancarlo Siani è un simbolo di coraggio, mi dà la forza per andare avanti”, ha detto Laura Boldrini, accarezzando il volante della Mehari del giornalista del “Mattino ucciso a Napoli il 23 settembre 1985. La presidente della Camera lo ha detto durante l’inaugurazione della esposizione dell’auto in Piazza Montecitorio il 26 novembre 2013. “Questa macchina ci fa riflettere sul valore della democrazia, perché un buon giornalismo vuol dire una buona democrazia”, ha aggiunto la presidente.

“In Italia quest’anno sono già più di 300 i giornalisti minacciati, ma nessuno ne parla. Questa mostra è un modo per farne parlare. La macchina di Giancarlo Siani girerà, quale simbolo di riscatto e di impegno”, ha detto Geppino Fiorenza, referente di Libera Campania. “Io credo che sia uno smacco alla camorra. I nomi dei camorristi vengono dispersi, e invece quello di Giancarlo Siani vive, attraverso tutti i suoi articoli, le lettere che i ragazzi continuano a scrivergli pur non avendolo mai conosciuto. Nei gironi scorsi il cardinale Crescenzio Sepe ci ha confortato dicendo che i camorristi non possono entrare in chiesa e la chiesa deve essere più vicina ai familiari delle vittime. Questa auto quindi non rappresenta solo Giancarlo Siani, ma tutte queste cose”, ha concluso.

Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno per l’Informazione e fratello del giornalista Giovanni, ucciso nel 1972 a Ragusa, ha detto: “Con questa esposizione simbolica ricordiamo tutte le vittime della criminalità e tutte le vittime innocenti, e in particolare ricordiamo i 26 giornalisti italiani che hanno perso la vita negli ultimi 50 anni”. “Undici di questi sono stati uccisi per fatti di mafia e terrorismo e altri 15 all’estero durante le missioni di pace o mentre indagavano su fatti oscuri che interessano l’Italia e i nostri cittadini. Questi ventisei nomi tante volte non si riesce neppure a ricordarli tutti. E quindi voglio usare quindici secondi del nostro tempo per dirli tutti: Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Peppino Impastato, Mario Francese, Mauro Rostagno, Pippo Fava, Beppe Alfano, Giancarlo Siani, Carlo Casalegno, Walter Tobagi, uccisi in Italia, e quelli che hanno perso la vita all’estero: Italo Toni e Graziella De Palo nel 1980, Almerigo Grilz nel 1987 in Mozambico, Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D’Angelo a Mostar nel 1994, Guido Puletti (Bosnia, 1993), Ilaria Alpi a Mogadiscio e Milan Hrovatin, nel 1994, Gabriel Gruener in Macedonia nel nel 1999, Antonio Russo a Tbilisi, in Georgia nel 2000, Maria Grazia Cutuli, nel 2001 in Afghanistan. Raffaele Ciriello a Ramallah nel 2002, Enzo Baldoni nel 2004 in Iraq, Vittorio Arrigoni nel 2011 a Gaza.

Qui sono presenti i familiari di dieci di queste 26 vittime e, fra gli altri, il segretario della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) Franco Siddi e il presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti Enzo Iacopino”, ha concluso Spampinato.

Subito dopo ha preso la parola Laura Boldrini. “Questa lista di nomi è particolarmente dura e – ha detto la presidente della Camera – mi commuove, perché io, nella veste di portavoce di varie agenzie dell’Onu, ho lavorato molti anni all’estero e ho avuto la possibilità di conoscere tanti giornalisti. Alcuni di quelli che sono stati uccisi io li conoscevo bene. Altri erano miei amici perchè condividevamo gli stessi ‘teatri’ operativi. Ricordo Maria Grazia Cutuli. Ci eravamo visti pochi giorni prima che morisse…”.

“Quello del giornalista è un mestiere di straordinario valore. Vedere qui questa Mehari ci deve inorgoglire e ringrazio gli organizzatori, perche’ quest’auto e’ un simbolo del buon giornalismo, del coraggio e di chi non si vuole piegare alla criminalita’. E’ il simbolo di chi fa con convinzione il mestiere di giornalista. È un simbolo e dice ai giovani che bisogna ribellarsi di fronte ai soprusi e alle ingiustizie. Quest’auto deve girare, perche’ fa riflettere sul valore della democrazia, perche’ il buon giornalismo rafforza la democrazia. Il giornalismo di inchiesta -ha concluso deve essere preservato, perche’ fa riflettere e contribuisce alla verità”.

Paolo Siani, fratello di Giancarlo, presidente della Fondazione Polis, ha detto: “Questa macchina dimostra che la volontà di non fermarsi mai, di andare avanti, vince. Per portare qui, in Piazza Montecitorio, la Mehari di Giancarlo ci sono voluti 28 anni di impegno da parte mia, dei tanti ragazzi delle scuole, dei parenti delle vittime che come me non hanno mai mollato, hanno voluto tenere vivo il ricordo e hanno voluto combattere per affermare un concetto semplice: la legalità conviene. E grazie al nostro lavoro certosino, sotterraneo, spesso oscuro, oggi arriviamo qui a Montecitorio, davanti alla Camera dei deputati, con quella macchina che è proprio la macchina di Giancarlo, a dimostrazione del fatto che neanche i proiettili della camorra possono fermare chi vuole la legalità davvero. Questa macchina chiede giustizia per tutte le vittime dell’illegalità”.

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