Mehari. Siddi: fare di più per salvare giornalismo d’inchiesta

L’intervento del segretario della FNSI a Montecitorio all’incontro con la presidente Boldrini e i parenti dei giornalisti uccisi

“Con questa esposizione della Mehari di Giancarlo Siani in Piazza Montecitorio, e poi davanti al Senato, si crea per la prima volta presso le massime istituzioni parlamentari un momento di grande  visibilità e di riscatto vero per la memoria dei giornalisti uccisi da mafia, camorra, guerre, o lotte tra fazioni”, ha detto il segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, Franco Siddi, rivolgendosi alla presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, il 26 novembre 2013, durante l’incontro a Montecitorio con i promotori della mostra In viaggio con la Mehari.

Ecco il seguito dell’intervento di Franco Siddi:

“Non sono simboli vuoti, quelli che stiamo prendendo in esame oggi. L’auto di Siani ci dice che è  un lungo viaggio quello che si fa per la legalità, la trasparenza e anche per la saldezza delle istituzioni. A quel lungo viaggio partecipano molte persone che sono diventate note a causa di una tragedia, di un assassinio, di una minaccia grave, che li ha colpiti. Persone come Giancarlo Siani che, fra l’altro, quando sono state colpite erano giornalisti precari, in attesa di un posto di lavoro, di un riconoscimento professionale che per molti di loro è stato postumo.

Questa esposizione della Mehari per la categoria dei giornalisti è un fatto importante perché ricorda le vittime e fa riferimento all’importanza della qualità dell’informazione e dell’etica del giornalismo, due elementi di cui bisogna tenere sempre conto.

Questa giornata serve a rilanciare una cultura rispettosa dell’informazione civile e di tutto ciò che si muove intorno alle famiglie delle vittime e alle loro associazioni e fondazioni, con attività nelle scuole, con il coinvolgimento dei giovani, per promuovere conoscenza, saperi e responsabilità.

Occorre promuovere la buona informazione, poiché l’informazione non sempre fa bene il suo mestiere. L’informazione deve essere trasparente, deve fare inchiesta. Ma fare inchiesta non sempre è possibile. Ci sono vari impedimenti, sia da parte dei titolari delle imprese editoriali, che hanno paura di pagare un prezzo, sia da chi manovra con minacce oscure e divieti. Ci sono tanti divieti. Bisogna superarli, perché aprire i cassetti è importante”.

TRASPARENZA – A proposito di ciò che possono fare le istituzioni per favorire la trasparenza, Siddi ha ringraziato la presidente Boldrini, per avere tolto il segreto sui documenti della Camera relativi all’inquinamento nella “Terra dei fuochi”. “Anche la FNSI sostiene l’introduzione in Italia di una normativa sul modello del Freedom of Information Act  degli Stati Uniti. Le chiedo se può stimolare di più l’iniziativa politica e parlamentare, perché l’Italia si doti di questo strumento. Non si dovrebbe avere paura di fare conoscere gli atti pubblici ai giornalisti e ai cittadini. E invece alcuni amministratori pubblici pensano di imporre il segreto perfino sulle delibere dei consigli comunali. Questo non è ammissibile”.

MEMORIA – “Ci sono omicidi di giornalisti italiani sui quali la magistratura non ha ancora accertato tutta la verità. Anche su questi casi, noi ribadiamo l’esigenza di aprire i cassetti. Alcuni segreti di Stato non hanno più ragione d’essere, ad esempio sul caso di Italo Toni e Graziella De Palo, che qui è stato citato. Ci sono anche altri casi non del tutto chiariti, come quello di Ilaria Alpi, qui ricordato dalla madre della giornalista. Certo, la verità non restituisce la vita ai morti, ma obbliga le istituzioni a rispettare i giornalisti che seriamente vogliono fare questo mestiere, in condizioni spesso difficili”.

INVIATI DI GUERRA -“Noi da parte nostra facciamo tutto il possibile per la sicurezza. Da 10 anni organizziamo un corso per i giornalisti che vanno nelle aree di guerra. Ma non basta, bisogna fare qualcosa di più. Oggi i giornali non mandano più gli inviati a seguire gli eventi tragici che accadono nel mondo, le crisi, perché per i giornalisti dipendenti occorre stipulare un’assicurazione che costa molto. Così a raccontare le guerre ci vanno i freelance, i collaboratori che sperano così di domani farsi conoscere per trovare al ritorno un lavoro stabile. Questi giornalisti vanno nelle aree di crisi senza alcuna rete protettiva.

Dobbiamo trovare il modo di dare a questi giornalisti una copertura se non vogliamo far naufragare il giornalismo di guerra e d’inchiesta, quello che testimonia la verità dei fatti.

Quindi In viaggio con la Mehari è un omaggio alle vittime, a persone che ci mancano, ma è allo stesso tempo un’iniziativa che fa riflettere sui problemi, su ciò che ci attende, su come garantire la produzione di un’informazione veritiera in grado di resistere alle pressioni improprie”.

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