Mehari. Spampinato: Giornalisti uccisi sono vittime del dovere

Il fratello di Giovanni, il cronista ucciso a Ragusa nel 1972 lo ha detto durante l’incontro del 26 nov a Montecitorio con Laura Boldrini

“La sensibilità della presidente Boldrini per questi problemi ci fa sperare bene. Ci fa pensare che la partecipazione che ha mostrato stamattina, inaugurando la mostra della Mehari in Piazza Montecitorio, non sarà un fatto episodico, ma il primo segnale di un’attenzione istituzionale superiore a quella che c’è stata fin ora per queste questioni”, ha detto Alberto Spampinato, rivolgendosi alla presidente della Camera e agli altri familiari dei giornalisti uccisi, durante l’incontro di martedì 26 novembre 2013 nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio.

Spampinato ha aggiunto:

“Esponiamo la Mehari di Giancarlo Siani ricordando in primo luogo i giornalisti italiani uccisi per il loro lavoro. Con questo non vogliamo indicarli come vittime speciali. Per noi le vittime innocenti sono tutte uguali e meritano egualmente attenzione, giustizia e verità. Noi chiediamo solo di riconoscere che le vittime che annoveriamo fra i giornalisti siano trattate per quel che sono:  vittime del dovere, come lo sono i servitori dello Stato che subiscono attentati o violenze o rimangono uccisi sul lavoro. Lo chiediamo perché i giornalisti hanno un preciso codice etico e professionale e per osservarlo corrono rischi svolgendo una funzione di pubblico interesse. Purtroppo fin ora questo aspetto non è stato considerato.

Fra le ventisei vittime che sono elencate nella mostra e che in parte sono qui rappresentate dai familiari, alcune non hanno ancora avuto giustizia. Alcune sono state perfino dimenticate. Le istituzioni non sempre hanno fatto ciò che avrebbero dovuto. Anche i media hanno le loro colpe.

Noi diciamo: non è giusto rivolgere l’attenzione solo su alcune vittime. Noi con questo viaggio della Mehari,che fa leva sul potere evocativo dell’auto su cui fu ucciso Giancarlo Siani, vogliamo ricordarli tutti insieme. Facendo questo indichiamo un problema italiano tuttora irrisolto e lo rappresentiamo alle istituzioni: riguarda la libertà di stampa e di espressione.

Parlare dei giornalisti italiani uccisi tanto tempo fa non è un’esercitazione storica. E’ vero, alcuni di questi giornalisti sono stati uccisi più di cinquanta anni fa. Ma il filo che lega queste storie fra loro conduce a ciò che accade adesso intorno a noi, nella nostra Italia, dove centinaia di giornalisti subiscono minacce e intimidazioni. Accade in tutta Italia, anche a Roma e dintorni.

I giornalisti minacciati non sono tutte vittime della mafia e della camorra. Molti sono bersaglio di poteri legali e di un sistema normativo italiano che tutela poco la professione giornalistica, che appare sempre meno tollerata.

In Italia il giornalista che racconta i fatti spesso è considerato un ficcanaso, un intruso. Perciò spesso subisce pressioni e intimidazioni e non riesce a difendersi perché in Italia le norme proteggono chi fa informazione più debolmente che in altri paesi. Le debolezze riguardano la diffamazione, il segreto professionale e altre questioni che purtroppo finora non siamo riusciti a rappresentare pienamente alle istituzioni.

Speriamo di riuscire a farlo adesso, con il suo aiuto, mentre accompagniamo la Mehari nel suo viaggio, mentre facciamo conoscere le storie delle vittime, mentre rappresentiamo istanze di giustizia e di verità ancora non accolte, mentre difendiamo il diritto dei giornalisti di dire ciò che accade intorno a loro e insieme il diritto dei cittadini di essere informati correttamente, completamente, senza interferenze da parte di ogni forma di potere e di violenza.

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