Mehari a Bruxelles parla di antimafia e giornalisti minacciati

Le istanze dei familiari delle vittime illustrate all’Istituto Italiano di Cultura. Il ruolo delle istituzioni comunitarie

BRUXELLES – Il potere dei simboli per accrescere la memoria collettiva. È il messaggio che la Mehari di Giancarlo Siani ha portato a Bruxelles al Parlamento europeo e poi all’Istituto Italiano di Cultura, dove  il fratello del giornalista napoletano ucciso nel 1985, Paolo Siani, intervenendo al dibattito conclusivo del tour ha detto: “L’auto di Giancarlo era il segno di una sconfitta, è diventata un simbolo di riscatto e rivincita. Noi chiediamo che la legalità sia messa al primo posto nell’agenda di chi ci governa, sia in Italia che in Europa”.

Siani ha ricordato che Giancarlo era orgoglioso di quella Mehari verde, scoperta, senza tetto, fragile, così semplice. Quell’auto era stata venduta dopo la sua morte. È stata ritrovata per puro caso, nel 2009, nell’isola siciliana di Filicudi e riportata a Napoli per le riprese del film Fortapàsc, dove la gente la riconosceva durante gli spostamenti per strada. “La gente ci fermava e ci diceva di ricordare Giancarlo, la sua macchina e la sua storia”, ha raccontato ancora Siani.

La giornalista Maria Latella, moderatrice del dibattito, ha ammesso che nel 1985 la morte di quel giornalista fu sottovalutata da lei e da tanti altri colleghi che vivevano lontano da Napoli. “Mi sento in colpa per questo”, ha detto. “Non ci siamo resi conto in tempo della rovina sociale verso cui l’Italia e la Campania in particolare si stavano avviando”, ha aggiunto.

Geppino Fiorenza, referente di Libera Campania, ha lanciato un messaggio positivo, rielaborando il motto di Barack Obama “Yes we can”: “È vero, la mafia esiste ancora, ma c’è anche l’Italia che è il paese che ha creato l’antimafia. Molto si può e si deve fare, tutti insieme, istituzioni e cittadini, anche sul piano legislativo. Il compito dell’Europa”, ha concluso, “è quello di approvare al più presto una legge per il riconoscimento a livello comunitario del reato di associazione mafiosa e un’altra che consenta la confisca dei beni sequestrati alla criminalità organizzata”.

D’accordo con Fiorenza il parlamentare europeo Niccolò Rinaldi, il quale ha sottolineato gli ostacoli che tuttora si frappongono all’approvazione di queste e altre leggi. “L’Europa ha difficoltà a dotarsi di strumenti di salvaguardia della memoria collettiva: i modelli a cui riferirsi circolano con difficoltà e c’è una crisi della cittadinanza: l’opinione pubblica è distante da questi temi e negli altri Stati mancano le competenze specifiche antimafia che l’Italia ha elaborato negli anni”, ha detto. La Mehari, ha concluso, “è lo strumento ideale per una memoria non retorica e non conformista, è un modo di comunicazione efficace ed innovativo e mi auguro che quest’auto venga portata in altri istituti di cultura italiani all’estero”.

“C’è il timore che una legge sulla confisca dei beni di mafia finisca per limitare la libertà individuale in Europa”, ha detto Monica Frassoni, presidente del partito Verde europeo. “Quando si parla di criminalità organizzata si pensa sempre che sia solo un problema italiano, non viene percepita la necessità di cambiamenti legislativi nell’Unione. Credo invece che tali questioni vadano “europeizzate””, ha aggiunto.

La presidente dell’Istituto, Federiga Bindi, ha ricordato gli sforzi per promuovere la discussione di tematiche sociali. “Non è facile, c’è scarso interesse. Ma ogni volta che mi sento in difficoltà penso a Giancarlo Siani, che con il suo coraggio ed impegno rappresenta una fonte di ispirazione per ripartire”, ha detto. “In occasione del semestre di presidenza italiano dell’Unione europea, lanceremo un progetto per sensibilizzare i cittadini sui temi di mafia e sicurezza”.

Oliviero Alotto, presidente dell’associazione culturale campana Terra del fuoco, ha parlato di un progetto che insieme con Libera punta ad organizzare una rete transnazionale fra gli organismi che lottano contro la mafia, per promuovere la dignità umana, i diritti e la legalità.

“Non fermiamo il motore della Mehari”, ha sollecitato Alfredo Avella, presidente del comitato campano delle vittime della criminalità. “Questa macchina sarà riportata a Napoli e collocata in una piazza come monumento a ricordo di tutte le vittime: i giornalisti, le forze dell’ordine, i cittadini onesti uccisi dalla criminalità organizzata ma anche da quella comune”, ha detto.

“La storia di Giancarlo ci insegna, fra le altre cose, che quando i giornalisti fanno il loro dovere, come Siani, svolgono una funzione pubblica a garanzia della libertà e della democrazia. Per questo i giornalisti non devono essere lasciati soli. In Italia solo quest’anno più di 300 giornalisti sono stati minacciati”, ha ricordato Matteo Finco di Ossigeno per l’Informazione.

Il convegno si è concluso con la degustazione di prodotti biologici coltivati nelle terre campane confiscate alla camorra, a testimonianza concreta che dalla “terra dei fuochi” scaturisce un’economia pulita, sana, onesta, virtuosa.

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