Mehari. L’Italia smemorata, i giornali e le istituzioni

I nomi delle vittime sconosciuti ai cittadini. Le stragi dimenticate. Le parole di Napolitano, Grasso, Boldrini, Bindi in memoria dei giornalisti uccisi

Qualche settimana fa all’Università di Tor Vergata è stata discussa una tesi di laurea magistrale sugli anni di piombo e l’informazione televisiva (“Strategie di ricezione”, di Sara Girombelli). Quasi trecento pagine, delle quali ottanta sono dedicate a interviste a normali persone, che svolgono normali attività e che normalmente potrebbero essere nostri amici o nostri conoscenti o nostri parenti. Da quelle interviste, però, emerge un fatto (una verità?) terribile e amarissima. Una parte di questo Paese (almeno una parte) ha perso la memoria. Non la memoria antica, profonda, identitaria, ma quella degli ultimi decenni del Novecento, quelli vissuti da generazioni ancora viventi o giunte alla luce in quel periodo.

Chi era Guido Rossa? “Non lo so”. Ti ricordi di Walter Tobagi? “No. Adesso non me lo ricordo proprio. È un nome che non mi dice nulla ora”. Risposte fornite da un’impiegata di 57 anni.

Potrei continuare con altre risposte di questo tenore a domande relative alla memoria di Aldo Moro, della sua scorta, la strage di Piazza Fontana o di Piazza della Loggia a Brescia o della stazione di Bologna.

La memoria. Questo Paese sta perdendo la memoria di se stesso e della sua storia.

La vicenda della tesi di laurea mi è tornata alla mente sabato, tarda mattinata, poco prima di salutare e ringraziare il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Leonardo Gallitelli, che con gesto nobile  e non scontato ha voluto ospitare presso l’Alto Comando la Mehari di Giancarlo Siani, in tappa di trasferimento da Roma (Camera e Senato) a Bruxelles (Parlamento europeo). È stato proprio il Generale a pronunciare il nome di Guido Rossa, all’interno di un ragionamento relativo al terrorismo, alla sua sconfitta, al ruolo che in essa assunse l’omicidio del sindacalista di Genova. E a quanto ci sarebbe ancora da imparare da quella sanguinosa esperienza per battere oggi le mafie.

Quanto c’entra l’informazione con la memoria e del singolo e della collettività? Tanto. Moltissimo. Esattamente come c’entrano la scuola e le istituzioni repubblicane.

Ma il giornalismo, proprio per la sua funzione critica e di mediazione intellettuale, dovrebbe assolvere a un ruolo peculiare. Non sempre accade. Se dovessi assumere come esempio le iniziative per ricordare la morte del giovane cronista Giancarlo Siani per mano di camorra e quanta attenzione – anche critica – hanno dedicato a esse e alla mitica Mehari gli organi di stampa il pessimismo sarebbe inestricabile. Ciò, ovviamente, al netto delle testate, di carta, radiotelevisive ed elettroniche, che hanno saputo parlare di Siani, della sua vita, della sua morte. E dei tanti giornalisti che hanno perso la vita, che sono minacciati, intimiditi, querelati perchè informano, perchè fanno il loro dovere per soddisfare il diritto dei cittadini a essere informati.

Volendo ricorrere ancora all’esempio di Siani e del pellegrinaggio – testimonianza della sua Mehari bisogna dire che grande sensibilità è stata invece dimostrata dalle grandi istituzioni di questo Paese. Dell’Arma e del suo Generale Gallitelli ho già detto. Ma un’intera settimana è stata scandita dalla presenza e dalle parole del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano (“Non sottovalutare i rischi che corrono giornalisti tuttora nel mirino del crimine e di gruppi violenti per aver esercitato il loro dovere di informare“); della Presidente della Camera Laura Boldrini (“La Mehari è l’icona del buon giornalismo. Porta con sè le storie di tutti i giornalisti uccisi dalle mafie e di quelli che oggi sono minacciati“);  del Presidente del Senato Piero Grasso (“No alla repressione dell!informazione“). E della neo presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, che ha annunciato la ricostituzione del Comitato su informazione e crimanlitá organizzata (che nella scorsa legislatura ha prodotto un lavoro di conoscenza e analisi davvero eccellente).

Sono parole di grande rilevanza, anche perchè sono state citate in occasione di un evento particolare costruito in nome della libertá di stampa e alla vigilia della ripresa dell’inizio in Senato della discussione sul disegno di legge di riforma delle leggi sulla diffamazione, già approvato dalla Camera. Un passaggio delicato nel corso del quale Ossigeno dovrà e farà la sua parte. In nome dei cittadini a essere informati da giornalisti liberi, indipendenti, autonomi da qualsiasi potere.

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