Tesi

Perché per i mafiosi la libertà di stampa è “una dittatura”

Dalla tesi di laurea di Giulia De Stefanis (2009) il punto di vista dei boss che vedono le notizie di giornali, radio e tv come la longa manus dello Stato

A cura di Raffaella Della Morte – Carta stampata, televisione, radio: l’opinione dei boss – «Il giornalismo è diventato una dittatura. La mafia no».

Quella che il boss Carmelo Vasta, in un’intervista dal carcere di massima sicurezza di Fossombrone, definisce «dittatura», è l’ultima declinazione assunta da un pericoloso valzer di accuse e dita puntate che si rinnova periodicamente da un secolo a questa parte. Si tratta del modo di leggere e biasimare l’universo giornalistico da parte del sistema mafioso.

Facendo i dovuti distinguo con la mafia – che definisce, pur dichiarandosene estraneo, «un vero e proprio ideale (…), che non tradirai mai, che se hai preso quella strada devi portare fino alla fine, morire in galera non cambia niente» – Vasta esprime con concisione ed effetto l’opinione mafiosa sul giornalismo contemporaneo, quello cioè successivo alla cesura del 1992. L’anno delle grandi stragi, l’apice dello scontro tra mafia e Stato che costò la vita ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, significò infatti per il giornalismo italiano un momento di riaffermazione, rivendicazione del proprio ruolo di guardiano della democrazia e amplificatore di notizie troppo importanti per non essere gridate al mondo. Una situazione che alla mafia non poté che risultare indigesta: il grande interesse che il circuito mediatico dimostrò verso i processi che seguirono le stragi, fu interpretato dai boss come ulteriore condanna rispetto a quella della giustizia, addirittura più dolorosa perché immediata.

Da qui nacque la convinzione, tuttora percepita, che il giornalismo sia uno degli strumenti maneggiati dallo Stato per colpirli o, peggio per vendicare, attraverso “calunnie” molto più efficaci e divulgative di quelle processuali, le stragi del ’92. Dunque, non un libero giornalismo ma una «dittatura»:

«Magistrati, giornali, tv, sono le armi con cui lo Stato, per reagire agli illegali attacchi della criminalità nel 1992, ha organizzato un sistema di potere vendicativo e giustizialista, ostile contro tutte le persone sospettate di appartenere ad un’associazione mafiosa.

La verità alla fine è una sola: gli errori prodotti dai giudici sono stati più gravi delle colpe delle organizzazioni mafiose, in uno Stato di diritto».

È qui Carlo Marchese, detenuto al penitenziario di Milano Opera, che parla, sviluppando il concetto di «dittatura» di Vasta e dimostrando di essere sulla sua stessa lunghezza d’onda. Pur ammettendo la «illegalità» delle soluzioni stragiste, Marchese condanna come addirittura più grave la reazione dello Stato: per rispondere alla violenza si sarebbe trasformato in un potere «vendicativo e giustizialista», in contraddizione con le regole di uno Stato di diritto. Magistrati,  giornali e televisioni sono dunque accusati di piegarsi alla volontà degli organi governativi e scagliarsi contro «tutte le persone sospettate di appartenere ad un’associazione mafiosa», affidandosi – ed è un’accusa ricorrente nei messaggi mafiosi – al sospetto, anche in assenza di certezze.

È questo un aspetto su cui vale la pena soffermarsi: l’avversione dei mafiosi per le “condanne senza certezza” che i giornalisti infliggerebbero loro ogni giorno, nasce dallo storico odio per la facoltà dello Stato di arrestare e accusare pubblicamente in assenza di prove eclatanti, senza la necessità cioè di “cogliere sul fatto”.

Si ricordi a tal proposito il recente fervore mediatico suscitato dalla pubblicazione del famoso papello, la lista di richieste, risalenti al giugno 1992, che Cosa nostra avrebbe avanzato allo Stato in cambio di porre un freno al dilagare della violenza: uno dei primi punti riguardava proprio gli arresti e la carcerazione preventiva, che si chiedeva potessero venire eseguiti solamente «in fragranza (testuale, ndr) di reato». Un desiderio inesaudibile da parte dello Stato – che si vedrebbe tagliare le gambe in molte indagini – ma del tutto comprensibile in ottica mafiosa. Una forte presa di posizione che spiega anche, tornando all’ambito mediatico, il peso che assume per il boss l’etichetta di colpevolezza applicata dal giornalista senza che si attenda la condanna processuale definitiva.

Tale condanna, del resto, se arriverà avrà tempi lunghi, periodi di decantazione che filtreranno l’attenzione. I tempi e i modi del giornalismo sono invece diversi: i giornali hanno bisogno di scavare e titolare con rapidità, non lasciano spazio a indugi. E i boss non possono sopportarlo. Alla domanda se tema di più la stampa o la giustizia, Carmelo Vasta risponde infatti:

«Il giornalista e la stampa. La giustizia ti fa il processo, ti fa il primo grado, secondo grado, vede le indagini, se ci sono degli errori o no. Il giornalista non vede niente, ti colpevolizza subito. Io non guardo mai il giudice, guardo il Pm: la stampa ed il Pm sono legati. Il giudice ti assolve, ti condanna, però ti esamina, se hai delle colpe, non ce l’hai, fa una distinzione su tutto. Il giornalista no, il giornalista ti colpisce direttamente. Noi abbiamo paura della stampa».

È un altro detenuto, di cui non è specificato il nome, che rincara ulteriormente la dose:

«La stampa fa processi sommari, la giustizia in seguito adotta le teorie dei giornali. La giustizia crea colpevoli, spesso a torto, ma si limita solo a questo. La stampa crea mostri e toglie l’anima, l’unica cosa rimasta, dopo il passaggio della mano della giustizia».

La mafia teme i media: è un timore che ha alle spalle una lunga storia, fatta anche di tappe tragiche. Lo stato attuale dello scontro, che porta i boss a definire senza remore «dittatura», «creatore di mostri» e omicida «dell’anima» il sistema mediatico nazionale, è frutto di un’avversione che più avanti discerneremo ripercorrendone le fasi principali. Un’avversione che affonda le sue radici proprio nell’attenzione, nella lente di ingrandimento attraverso la quale i boss analizzano i media.

La mafia legge, esamina, archivia i contenuti mediali che la riguardano, e lo fa con molto più interesse di quanto si possa pensare.

Estratto dal secondo capitolo della tesi di Giulia De Stefanis (2009) dal titolo “Non vedo, non sento, non parlo. Le strategie di contrasto della mafia nei confronti dei media” – Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – Corso di laurea in Linguaggi dei media – Relatore: Prof. Marco Lombardi – Anno accademico: 2008-2009

Abstract

È in crescita il numero di giornalisti che vive sulla propria pelle, quotidianamente, il conflittuale rapporto con le realtà mafiose che per dovere, o passione professionale, si trova a raccontare. Prendendo atto della condizione del panorama mediatico italiano, sulla base della classifica di Reportes sans frontières, ci si propone di indagare le cause e le modalità con cui i molti sistemi mafiosi impiantati in Italia ostacolano il lavoro dei giornalisti.

I boss mafiosi riservano una grande importanza all’informazione: le caratteristiche della cultura mafiosa sono per natura contrastanti con l’operare dei media. L’attaccamento all’immagine di rispettabilità, bontà e utilità dell’uomo d’onore; l’ostentazione di una religiosità coreografica ed esasperata; il culto del silenzio e dell’omertà sono tutti elementi fisiologici e, in un certo senso, propagandistici, della società mafiosa che, accanto ai reati da essa commessi, il cronista ha il rischioso compito di denunciare, portare alla luce, demistificare. Nasce da qui, da questo gravoso incarico che i media portano sulle spalle, l’avversione della mafia nei loro confronti.

Dalle testimonianze dei giornalisti che hanno subito minacce ed intimidazioni, e che si susseguiranno nel lavoro fino all’esperienza di Telejato con il racconto di Pino Maniaci,  si evincono le diverse strategie che la mafia mette in atto per contrastare quello che Giuseppe Fava aveva definito, prima di pagarlo con la vita, giornalismo etico.

Indice

Introduzione

CAPITOLO I
Premesse metodologiche sul fenomeno mafioso: l’immagine, l’etichetta, il consenso sociale
1.1 Essere uomo d’onore
1.1.1 Una mafia buona
1.1.2 Una mafia utile
1.1.3 Una mafia religiosa
1.2 La cultura mafiosa tra coercizione, silenzio e avversione per i media
1.3 Un approccio metodologico complesso

CAPITOLO II
1. L’attenzione delle mafie
2.1 Carta stampata, televisione, radio: l’opinione dei boss
2.2 Letteratura: il pericolo-lettori e la paura in casa-mafia
2.3 «Combattendo il Don Pepè»: tra media locali e media nazionali

CAPITOLO III
Le strategie di contrasto nei confronti dei media
3.1 Giornalismo etico? No, grazie
3.1.1 Tentativi di avvicinamento e di corruzione. Il caso Mario Francese e il caso Giuliano Ferrara
3.1.2 Intimidazioni a parole, telefoniche o tramite lettere anonime. Il caso Pino Maniaci e il caso Lirio Abbate
3.1.3 Danneggiamenti a beni. Il caso Giacomo Di Girolamo e il caso Rosaria Capacchione
3.1.4 Aggressioni e attentati. Il caso Pino Maniaci e il caso Lirio Abbate
3.1.5 Azioni legali. Il caso Petra Reski e il caso Claudio Riolo
3.1.6 Diffamazioni. Il caso Roberto Saviano
3.1.7 Strumentalizzazione dei canali mediatici. Il caso Salvatore Riina e il caso Francesco Schiavone
3.2 I giornalisti prima uccisi e poi infangati: il loro impegno, le loro storie
3.3 Sul fronte di Partinico: le battaglie di Telejato

Intervista a Pino Maniaci

Conclusioni

Bibliografia

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