Commento

Informazione. Se non solo Rai fa servizio pubblico. Commento

Questo intervento è stato pubblicato il 13 novembre 2014 dal settimanale il Salvagente, che ha aperto un dibattito su questo argomento

Le ragioni economiche sono sempre imperative, ma in democrazia le spending review non sono colpi di scure sferrati contro diritti universalmente riconosciuti, almeno non dovrebbero esserlo.

È bene dirlo quando si discute delle spese per il servizio pubblico svolto dall’informazione come di una qualsiasi voce del bilancio pubblico da ridimensionare e come di una questione che riguarda esclusivamente la Rai e chi ci lavora e non anche i cittadini che sono i fruitori del servizio, di una informazione a cui hanno diritto. Purtroppo la visione contabile del problema prevale e oscura altri aspetti interessanti della questione.

Si dovrebbe infatti ricordare che la Rai merita il finanziamento pubblico poiché fornisce il servizio pubblico radiotelevisivo. Tale servizio ha, almeno dichiaratamente, la finalità di colmare le lacune e le faziosità del mercato, in base al protocollo allegato al Trattato di Amsterdam del 1993 che dice: “il sistema di radiodiffusione pubblica negli Stati membri è direttamente collegato alle esigenze democratiche, sociali e culturali di ogni società, nonché all’esigenza di preservare il pluralismo dei mezzi di comunicazione”.

Bisognerebbe aggiungere che molti altri media forniscono informazione come servizio pubblico e meriterebbero perciò sostegno e finanziamenti. È infatti servizio pubblico tutta l’informazione diffusa in piena autonomia e nell’interesse pubblico, rispettando la reputazione delle persone, la verità dei fatti e i principi della completezza e del pluralismo.

Questi canoni non sono arbitrari. Furono fissati nel 1948 dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (“Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere” e ribaditi nel 1963 dall’articolo 2 della legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti (“È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”). Questi principi sono tuttora le stelle polari dell’informazione corretta.

Io credo che sia dovere delle istituzioni pubbliche sostenere concretamente tutte le attività informative svolte rispettando questi principi, e in particolare sia doveroso il sostegno all’informazione giornalistica professionale rispettosa di questi canoni, perché l’informazione fornita ai cittadini in modo corretto e verificato non è un optional ma una infrastruttura essenziale della democrazia. È ciò che consente la partecipazione consapevole dei cittadini alla vita pubblica. È un servizio che solo in parte l’editoria privata riesce a fornire.

È perciò opportuno e stimolante l’invito di Antonio Zollo, che accolgo, a “ripensare il concetto stesso di servizio pubblico nel campo dell’informazione”, a considerare “esigenze e funzioni che travalicano la logica imprenditoriale perché rispondono a esigenze ineliminabili della società, (…) garantiscono ai cittadini pluralismo effettivo dell’informazione, conoscenza dei loro diritti e dei loro doveri, agendo anche in campi non battuti dall’informazione generalista, tanto più se non remunerativi”.

Anche a mio parere il nodo da sciogliere è questo: si dica che cosa è opportuno finanziare nel mondo dell’informazione con i soldi pubblici, nell’interesse pubblico. La risposta comporta certamente una riflessione sul ruolo generalista della Rai, sui suoi costi e sulla sua gestione, sulla quale, dopo infiniti progetti di riforma, il controllo dei partiti e del governo pesa tuttora troppo. Per sciogliere il nodo occorre parlare anche dei finanziamenti pubblici erogati all’editoria privata (che oggi trovano la principale giustificazione pubblica nell’esigenza di salvaguardare posti di lavoro) e di quella massa di finanziamenti difficilmente quantificabile che enti, regioni, comuni e altre istituzioni erogano a vario titolo a giornali, radio e televisioni locali. Occorre rivedere la discrezionalità con cui viene assegnata la pubblicità istituzionale. Occorre parlare della coerenza delle convenzioni in base alle quali una miriade di enti pubblici finanzia mezzi di informazione in cambio di servizi non sempre chiaramente definiti e che raramente coincidono con quello che abbiamo definito servizio pubblico. Occorre riflettere sul fatto che alcuni di questi finanziamenti pubblici sono destinati a media che praticano l’opposto del servizio pubblico, a testate faziose asservite al loro finanziatore che spacciano la propaganda per informazione. Occorre chiedersi perché, al contrario, media che effettivamente svolgono servizio pubblico secondo i canoni sopra richiamati, media che svolgono quel ruolo di pubblica utilità descritto da Antonio Zollo, non hanno accesso a queste fonti di finanziamento.

I piccoli giornali, i blog che fanno servizio pubblico, le associazioni che difendono la libertà di stampa e promuovono i diritti conoscono bene il problema e possono aggiungere altre voci. Devono trovare il modo di rappresentarle collettivamente, farle entrare nel dibattito politico, farle giungere all’attenzione del governo e del parlamento. Finché non lo faranno potranno lamentarsi ma non otterranno decisioni conseguenti. La strada è lunga. Ci vorrà tempo, bisognerà lottare, ma credo che questa battaglia sia destinata a sicuro successo.

Nel frattempo chi fa informazione come servizio pubblico, chi riempie i buchi di informazione lasciati dall’editoria sovvenzionata, deve trovare il modo di resistere, di proseguire. Per le attività senza fini di lucro il volontariato è una risorsa importante e strategica da scoprire e valorizzare. Lo dico in base all’esperienza pluriennale della onlus “Ossigeno per l’Informazione”, l’osservatorio sui giornalisti minacciati e le notizie oscurate con la violenza in Italia, che ha rivelato in sei anni i nomi di oltre duemila giornalisti che hanno subito minacce e ritorsioni. Risorse strategiche dell’Osservatorio sono state le prestazioni professionali giornalistiche volontarie, gratuite, fornite nel rispetto della legge, che hanno integrato le collaborazioni retribuite a equo compenso. I giornalisti che si battono per la libertà di stampa e la completezza dell’informazione devono riflettere sull’opportunità di sostenere con qualche ora di volontariato professionale le battaglie che condividono.

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