Libertà d'informazione

Safety Net. Dodici mesi di indagine su sicurezza giornalisti in 11 paesi

Al Parlamento europeo il bilancio del progetto realizzato da OBC, Ossigeno e SEEMO. Problemi da risolvere e standard da rispettare

BRUXELLES – “Dobbiamo portare la legislazione sull’indipendenza e la libertà dei media di tutti i paesi agli standard europei e garantire sicurezza ai giornalisti impegnati a far emergere la verità. Molto spesso sono proprio gli interessi politici ad ostacolare la libera informazione”. Così Ulrike Lunacek, vicepresidente del Parlamento europeo, ha dato inizio con un videomessaggio al seminario “Je suis Charlie. La libertà dei media in UE e nel sud est Europa”, che si è tenuto mercoledì 28 gennaio presso il Parlamento europeo a Bruxelles e che rappresentava l’appuntamento conclusivo del progetto Safety Net for European Journalists sostenuto dall’Unione Europea e realizzato da Ossigeno per l’Informazione insieme a Osservatorio Balcani e Caucaso (nel ruolo di coordinatore) e SEEMO (South East Europe Media Organisation), con la consulenza della professoressa Eugenia Siapera (Dublin City University).

“La risposta al terrorismo non è la paura, ma è difendere i nostri valori più alti. L’attentato di Parigi non è un evento isolato, ogni giorno in Europa molti giornalisti sono minacciati”, ha detto Tanja Fajon, membro del Parlamento Europeo commentando l’attentato al settimanale francese dello scorso 7 gennaio che ha portato alla morte di 12 persone tra cui otto giornalisti.

“Con il progetto Safety Net siamo riusciti a lavorare in 11 paesi diversi e ad evidenziare ostacoli alla libera informazione che purtroppo sono comuni”, ha spiegato Luisa Chiodi, direttore scientifico dell’Osservatorio Balcani e Caucaso. “I problemi più importanti possono essere sicuramente individuati nella mancanza di assistenza legale e di un supporto economico ai giornalisti minacciati, ma un aspetto rilevante che non va assolutamente sottovalutato è la solidarietà dei colleghi e dell’opinione pubblica”, ha proseguito. “Sembra ovvio parlare di libertà di espressione adesso, dopo l’attentato di Parigi al settimanale Charlie Hebdo, ma prima anche inviare un tweet dalla Turchia era un problema”, ha aggiunto. “Questo è solo l’inizio perché molto deve essere ancora fatto. Garantire la libertà dei media necessita un cambiamento politico e un’attenzione importante da parte delle istituzione europee”, ha detto.

“L’attacco terroristico al settimanale Charlie Hebdo ha dimostrato che la libertà dei media non è stata fatta una volta per sempre ma dobbiamo conquistarla ogni giorno”, ha detto Kati Piri, europarlamentare rapporteur della Turchia. “La situazione della libertà di stampa in Turchia è gravemente peggiorata negli ultimi due anni”, ha spiegato. “Lo scorso anno il governo turco ha deciso di oscurare Twitter. Successivamente ha oscurato anche YouTube. Soltanto cinque settimane fa sono stati arrestati 27 giornalisti che lavoravano per i media in contrasto col governo. Tutto ciò è incompatibile con gli standard europei e allontana la Turchia dalla possibilità di diventare uno stato democratico”, ha concluso.

“A mio parere il problema più grave che i paesi dell’Unione Europea affrontano al momento è una grande pressione politica sui media che ne ostacola la libera informazione”, ha detto l’europarlamentare Ivo Vajgl. “Credo comunque che l’attentato di Parigi ci ha insegnato che quando si parla di valori fondamentali non possono esserci differenze di religione e cultura”, ha concluso.

RR

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Questa pubblicazione è stata prodotta con il contributo dell'Unione Europea. La responsabilità sui contenuti di questa pubblicazione è di Ossigeno per l'informazione e non riflette in alcun modo l'opinione dell'Unione Europea. Vai alla pagina del progetto Safety Net

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