Libertà d'informazione

Come proteggere i giornalisti senza censurare le notizie. Proposte di Ossigeno

La mafia, l’informazione, le inchieste e i giornalisti minacciati. Cosa fare per ridurre l’esposizione ai rischi e alle ritorsioni

Le proposte che seguono sono state formulate a febbraio 2015 da “Ossigeno per l’Informazione Onlus” alla Commissione Parlamentare Antimafia presieduta dall’on. Rosi Bindi e sono illustrate all’interno della ricerca sul tema: “La funzione degli organi di informazione nel rapporto con le associazioni criminali mafiose e similari, in Italia, nelle regioni tradizionali di insediamento e nelle regioni centro-settentrionali, e all’estero. Analisi del ruolo del giornalismo d’inchiesta ai fini della conoscenza della prevenzione e del contrasto alla criminalità organizzata di tipo mafioso e indagine sui possibili risvolti collusivi connessi all’attività giornalistica ed editoriale”. La ricerca è stata svolta da Ossigeno su incarico della Commissione Parlamentare Antimafia, che nel 2014-2015 ha svolto una indagine sul rapporto mafia-informazione e sui giornalisti che subiscono minacce a causa del loro lavoro.

In Italia è difficile esercitare pienamente la libertà di espressione e svolgere in piena autonomia e in forma critica l’attività di informazione, di cronaca e di inchiesta propria del giornalismo senza incorrere in ritorsioni condizionanti.

Intimidazioni, minacce, discriminazioni, abusi e rappresaglie colpiscono ogni anno centinaia di giornalisti, editori, blogger, fotoreporter, videoreporter proprio per impedire la raccolta e la diffusione di informazioni di interesse pubblico e, fra queste, molte informazioni incisive sull’attività della criminalità organizzata. Questo oscuramento indebolisce la lotta alla mafia e limita la partecipazione consapevole dei cittadini alla vita pubblica. Pertanto si avverte la necessità di interventi urgenti per ridurre la forte pressione sul mondo dei media.

Quindi, le proposte formulate da Ossigeno per l’Informazione nel 2012 e riprodotte nelle pagine precedenti, restano valide e vengono rinnovate.

Inoltre, sulla base degli elementi esposti e dei suggerimenti raccolti attraverso le interviste, si ritiene opportuno integrare quelle proposte con queste che seguono.

Posizione giuridica dei giornalisti. È necessario rafforzarla. Perciò sarebbe opportuno colmare alcuni vuoti riconoscendo per legge che:

  • i giornalisti svolgono una funzione di pubblico interesse tutelata dalla legge;
  • l’informazione giornalistica è un bene pubblico;
  • i cittadini hanno il diritto di essere informati e i giornali di informare in base ai principi stabiliti nei trattati internazionali ratificati dall’Italia;
  • chi ostacola la libertà di informazione può incorrere in sanzioni specifiche;
  • chi commette reati o illeciti allo scopo di ostacolare la libera informazione ne risponde in forma aggravata.

Misure di protezione e procedure di assistenza. A favore di chi subisce intimidazioni e minacce nel mondo dell’informazione devono essere più ampie e, soprattutto, codificate, coinvolgendo in una riflessione tutte le parti interessate. Lo spontaneismo attuale produce figli e figliastri. Consente personalismi, distrazioni e comportamenti opportunistici che lasciano il problema sulle spalle del minacciato. In particolare si propone:

  • uno sportello nazionale composto da esperti e rappresentanti di categoria attraverso il quale sottoporre tempestivamente gli episodi di intimidazione alle istituzioni dei giornalisti e degli editori;
  • la prosecuzione organica e continuativa dell’attività del Comitato di lavoro su mafia e informazione istituito dalla Commissione Parlamentare Antimafia, che nel 2012 e nel 2014 ha convocato in audizione decine di giornalisti colpiti da intimidazioni;
  • dare impulso e sostegno alla creazione di un portale pubblico attraverso il quale fare conoscere gli articoli e le inchieste dei giornalisti minacciati, quale dispositivo deterrente di sicura efficacia. La diffusione di tali informazioni renderebbe controproducenti le minacce poiché amplierebbe la visibilità delle informazioni che si cerca di oscurare con la violenza e gli abusi;
  • l’inserimento di giornalisti di comprovata esperienza in materia fra i consulenti del Comitato di lavoro della Commissione;
  • la definizione di un codice di comportamento concordato fra i direttori, gli editori e l’intero sistema dell’informazione al quale fare riferimento ogni volta che un giornalista viene minacciato e si trova in una situazione di probabile pericolo;
  • l’integrazione delle misure di protezione delle forze di polizia, per quanto necessario, da parte della struttura editoriale;
  • misure per assicurare visibilità e solidarietà concreta ai minacciati fino alla soluzione del caso che li riguarda; iniziative per stimolare la perseguibilità degli autori delle minacce e giungere alla loro condanna. Su questa materia il governo italiano ha accolto senza riserve la raccomandazione n.54 del Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra, relativa alla protezione di giornalisti oggetto di minacce da parte della criminalità organizzata, sostenendo che essa è stata “già attuata o in corso di attuazione”. Sul punto specifico si riconosce che in Italia l’apparato giudiziario e di polizia incaricato della protezione dei giornalisti minacciati è attivo ed efficiente, prende in attenta considerazione le denunce e ha dimostrato la capacità di scoprire autonomamente gravi minacce attraverso indagini e intercettazioni e di prevenire attentati. Tuttavia molte intimidazioni rimangono impunite;
  • di richiamare l’applicazione della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che in materia di diffamazione accoglie un numero elevato di ricorsi contro sentenze di condanna emesse dalla magistratura italiana. In numerosi casi i giudici interpretano le norme in senso restrittivo rispetto alle prerogative dei giornalisti e dei blogger;
  • di studiare sistemi di conciliazione extra giudiziale preventiva per le querele, alternativa al ricorso al giudice, con procedure gratuite o poco costose concordate fra le parti, sull’esempio dei Press Council sperimentati con successo in vari paesi;
  • di valutare l’opportunità di istituire corpi specializzati incaricati di perseguire i reati commessi per intimidire i giornalisti e ostacolare la libertà di informazione;
  • di chiedere che le istituzioni ufficiali pubblichino dati statistici sul numero dei giornalisti sotto scorta, dei giornalisti che denunciano abusi e minacce, sull’esito delle indagini relative, sulle querele per diffamazione e sulle cause per danni intentate a cronisti, sulla durata e sull’esito dei processi penali e delle cause civili;
  • di sollecitare misure più trasparenti per individuare chi effettivamente detiene e controlla la proprietà dei giornali;
  • di sviluppare un’indagine specifica sull’informazione a Roma e nel Lazio dove la pressione intimidatoria è alta (è doppia rispetto a Milano- Lombardia) e dove negli ultimi due anni si sono verificati fatti che hanno destato particolare allarme.

Modalità del lavoro di inchiesta. Il lavoro dei cronisti italiani dovrebbe essere reso più sicuro anche curando le modalità pratiche attraverso le quali essi svolgono la loro attività. In particolare si deve prestare attenzione alla condizione di isolamento di molti giornalisti che trattano le informazioni più delicate, specialmente di quelli che operano in periferia, nei piccoli centri, in redazioni formate da poche unità e, a volte, da una sola persona, a tutti i giornalisti precari, i freelance pagati pochi euro, privi di contratto e di tutela legale dell’editore.

La protezione deve essere:

  • legislativa. In particolare, è necessario depenalizzare la diffamazione: prevedere indagini preliminari obbligatorie per le querele per diffamazione e udienze filtro per le richieste di risarcimento presentate allo stesso titolo; rendere le sanzioni economiche proporzionate alle capacità economiche del condannato; obbligare chi chiede il risarcimento di un danno subito di dimostrarne la consistenza; sanzionare efficacemente chi presenta querele pretestuose e richieste di danni immotivate o temerarie;
  • organizzativa: occorre promuovere il giornalismo di squadra. Per chi lavora fuori delle redazioni occorre rendere visibile in altre forme il fatto che tratta notizie delicate d’intesa e con la condivisione dell’intera redazione. Si può ottenere questo risultato con l’aggiunta di firme di altri redattori, con editoriali, azioni pubbliche dei comitati di redazione, eccetera;
  • economica: per sostenere – in forma assicurativa – le spese inevitabili di fronte a situazioni di pericolo e ad abusi, per evitare che un errore fatto in buona fede o l’accanimento di un querelante pretestuoso possano privare il giornalista del frutto di anni di lavoro. Bisogna consentire ai giornalisti di dotarsi di una assicurazione professionale come è consentito ad altre categorie, modificando la legge (in particolare, depenalizzando la diffamazione). Inoltre, bisogna impegnarsi affinché i giornalisti non siano sottopagati e non siano privati delle garanzie contrattuali previste proprio per permettere loro di esercitare l’autonomia professionale e di resistere a pressioni e ricatti;
  • legale: attualmente la maggior parte degli editori non fornisce assistenza legale ai giornalisti. Per moltissimi giornalisti ciò significa che una querela, anche se infondata e pretestuosa, riduce di migliaia di euro il loro reddito annuo;
  • procedurale: l’effetto intimidatorio delle querele pretestuose per diffamazione e delle cause per danni infondate si esplica soprattutto a causa delle lungaggini processuali. È necessario che entro termini prefissati le denunce passino al vaglio preventivo di un’istruttoria preliminare o di un’udienza filtro.

ASP

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