Libertà d'informazione

Cassazione. Diffamazione su Facebook grave come sulla stampa

Una sentenza della suprema corte dice che alle offese sui social network si applica l’aggravante specifica del reato commesso “a mezzo stampa”

Offendere una persona scrivendo un “post” sulla sua bacheca di Facebook integra il reato di diffamazione aggravata, esattamente come se l’offesa fosse arrecta dalle colonne di un giornale. Con una decisione su un caso di conflitto negativo di competenza, la Prima sezione penale della Cassazione (sentenza 24431/15, depositata l’8 giugno 2015) torna sul tema caldissimo della assimilazione dei social network alle pubblicazioni a stampa a cui si applica la legge sulla stampa del 1948.

La controversia nasceva dalla denuncia/querela di un privato che aveva trovato sul proprio profilo Facebook un commento offensivo, firmato con nome, cognome e foto del denigratore. Il giudice di pace di Roma, nel luglio di due anni fa, si era però dichiarato incompetente ipotizzando – pur se ancora non contestata in atti – la fattispecie aggravata della diffamazione a mezzo stampa (articolo 595 terzo comma del Codice penale).

Poco dopo però anche il Tribunale capitolino aveva escluso la propria competenza a giudicare, contestando l’applicabilità dell’aggravante “a mezzo stampa” e sottolineando che la parte offesa nella gestione dei meccanismi di privacy sul proprio profilo di Facebook non aveva atuato difese idonee a prevenire quell’atto. Da qui l’intervento della Corte Suprema che, nel restituire il fascicolo al tribunale monocratico, accredita di fatto la similitudine tra l’offesa recaqta via internet 2.0 e quella sulla carta stampata.

Dopo aver dato atto della «lezione di legittimità secondo cui i reati di ingiurie e diffamazione possono essere commessi via internet» (tra le più celebri decisioni: 35511/10 e 44126/11), la Prima Sezione spiega perchè è lecita l’estensione della circostanza aggravante “a mezzo stampa” ai social network. Qusta equiparazione finora non c’è stata e ciò ha finora escluso la responsabilità del direttore dei giornali on line per le accuse di diffamazione.

A giudizio dell’estensore della sentenza, il fondamento dell’aggravante è «nella potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone (…) con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa». E se lo «strumento principe della fattispecie in esame» (diffamazione) è la stampa quotidiana e periodica, è anche vero che la norma prevede «qualsiasi altro mezzo di pubblicità» per poter applicare l’aggravante che porta la pena fino a 3 anni di carcere. Il meccanismo delle amicizie “a catena” di Facebook, in sostanza, «ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone e, pertanto, di amplificare l’offesa in ambiti sociali allargati e concentrici.

PC

Leggi anche il commento dell’Avv. Andrea Di Pietro

Licenza Creative Commons I contenuti di questo sito, tranne ove espressamente indicato, sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *