Libertà d'informazione

L’Antimafia: due nuovi reati per difendere la libertà d’informazione

Per colmare un vuoto legislativo, punire chi ostacola la cronaca e chi usa la macchina del fango. Tutela legale anche ai freelance. Registro per gli editori

Eravamo tutti in ferie il 5 agosto 2015, quando la Commissione Antimafia, con una “Relazione sullo stato dell’informazione e sulla condizione dei giornalisti minacciati dalle mafie” approvata all’unanimità, ha certificato che in Italia si verificano “accertati” e continui condizionamenti della libertà di stampa,  soprattutto con minacce e violenze contro i giornalisti e con strumentali accuse di diffamazione. Per fermare questa ondata di intimidazioni, aggiunge il documento dell’Antimafia, occorre innovare profondamente la legislazione penale e le procedure giudiziarie. Come? Fra l’altro istituendo due nuovi reati.

Era il 5 agosto. Subito dopo il voto storico, la presidente della Commissione, Rosi Bindi e il vice presidente, Claudio Fava annunciarono queste e altre incisive proposte in una conferenza stampa alla Camera, spiegando che sono scaturite da un’approfondita inchiesta durata un anno e che le conclusioni non riguardano soltanto i cronisti di mafia, ma tutti i giornalisti italiani. Quel giorno molti giornalisti erano già in vacanza. Giornali e tv hanno riferirono sommariamente la novità. E ora che tutti siamo tornati al lavoro non ne parlano perché ci sono notizie più fresche da trattare. E’ un vero peccato perché la “Relazione sullo stato dell’informazione e sulla condizione dei giornalisti minacciati dalle mafie” in Italia” approvata il 5 agosto è una pietra miliare nella ricerca di misure efficaci in grado di proteggere i giornalisti, di prevenire le minacce e di punire chi vuole zittirli. Vediamo perciò quali sono le proposte che la Commissione Antimafia ha rivolto al governo e al parlamento e quali riflessioni sollecitano.

Le proposte sono state formulate dopo 34 audizioni, dopo aver esaminato i dati, le analisi e le proposte contenute in una ricerca che “Ossigeno per l’Informazione” ha svolto su incarico della Commissione stessa illustrando in particolare la dinamica  delle minacce rivolte ai giornalisti che scrivono cronache sulle mafie.

“Nel corso della nostra inchiesta – si legge nella Relazione della Commissione Antimafia – sono emerse una serie di problematiche che dimostrano come la libertà di stampa possa subire, e spesso subisce, numerosi condizionamenti (…) con il risultato di agevolare indirettamente anche quei poteri criminali che hanno tutto l’interesse ad una stampa meno libera”. L’inchiesta ha confermato che il diritto di informare “non solo risulta sempre più mortificato ma, di fatto, non gode di alcuna effettiva tutela” e ciò rende la stampa bersaglio o strumento di mafie e di altri poteri. Perciò la Commissione chiede di “dilatare l’ambito della tutela penale in favore della libertà di stampa”.

I NUOVI REATI – Il primo reato che la Commissione Antimafia propone di introdurre nei codici serve a punire chi deliberatamente ostacola il lavoro dei giornalisti che raccolgono e diffondono notizie di pubblico interesse. L’altro reato serve invece a punire severamente chi trasforma i giornali in armi di pressione e di ricatto, nella cosiddetta “macchina del fango”. Un vuoto legislativo impedisce di punire questi comportamenti e le norme sulla diffamazione non possono colmare questo vuoto.

RIDURRE I PROCESSI PER DIFFAMAZIONE – Inoltre la Commissione Antimafia chiede al parlamento altre misure per ridurre il numero e la durata dei processi per diffamazione. Propone di filtrare l’ammissibilità delle denunce penali e di dare priorità ai processi nati dalle querele. Invece, per accelerare e snellire le azioni civili di risarcimento danni per diffamazione, che sono lunghe e costose, propone di attribuire alla mediazione obbligatoria un compito di approfondimento dei fatti utile per valutare la fondatezza dell’accusa. Le cause civili che non trovano una soluzione nella fase della conciliazione, secondo l’antimafia, dovrebbero essere affidate a un organo arbitrale agile, da istituire ex novo, in grado di decidere in tempi brevi.

LE SPESE LEGALI E I FREELANCE- L’Antimafia riconosce che per molti giornalisti le spese legali sono un costo insostenibile e perciò chiede che gli editori coprano sistematicamente queste spese per gli autori degli articoli che pubblicano, siano per i dipendenti che per i collaboratori esterni. Attualmente i freelance, afferma l’Antimafia, hanno basse retribuzioni e devono sostenere da soli le spese di eventuali processi e perciò sono facilmente ricattabili, anche con accuse di diffamazione infondate e pretestuose. Poiché essi costituiscono l’ossatura dell’intero sistema dell’informazione, si legge nel documento, bisogna difenderli. La Commissione perciò rivolge un appello alla FNSI affinché i freelance abbiano una più adeguata copertura normativa nel prossimo contratto nazionale di lavoro dei giornalisti.

REGISTRO PER GLI EDITORI – Una parte della relazione è dedicata all’uso scorretto del potere dei media. L’Antimafia rinnova a governo e parlamento la richiesta di istituire un registro pubblico della proprietà editoriale in cui annotare, per ciascun giornale, insieme ai nomi dei titolari formali delle quote di proprietà, i nomi di chi effettivamente controlla la testata.

CADE UN TABU’ – Si tratta di proposte veramente innovative che in gran parte coincidono con quelle di Ossigeno. Il fatto che siano state approvate all’unanimità, cioè con la convergenza di tutti i gruppi politici, conferisce ad esse un significato politico da non sottovalutare. Dice che il muro dell’indifferenza si sta sgretolando sotto i colpi quotidiani inferti alla libertà di cronaca. La Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Rosi Bindi, l’indagine del Comitato di lavoro guidato dal vice presidente Claudio Fava hanno il merito di avere sollevato per primi il velo che finora ha coperto e oscurato il problema. La relazione finale di 85 pagine firmata da Claudio Fava fornisce una descrizione del fenomeno e un’analisi delle cause fra le più avanzate del momento. Oltre a consigliarne la lettura, ne sottolineaiamo quindi alcuni passaggi.

ATTACCO ALLA LIBERTA’ DI INFORMAZIONE – In Italia, si legge nella relazione Fava, alcune minacce contro i giornalisti hanno “il fine di intimidire gli organi di stampa nel loro complesso”, “in cui la parte offesa è non solo il destinatario immediato dell’atto di prevaricazione, ma la stessa libertà sancita dall’articolo 21 della Costituzione. Questi comportamenti “sono privi di adeguata punizione”. E’ necessario quindi istituire il reato di ostacolo all’informazione.

MACCHINE DEL FANGO – Altrettanto innovativa la proposta di punire con un reato specifico, distinto dalla diffamazione, quella che è stata definita la “macchina del fango”. La Commissione propone di inserire nel codice penale un nuovo delitto per punire, spiega la relazione, chi usa l’informazione giornalistica “con finalità di denigrazione o di delegittimazione di singole persone o di istituzioni” e lo fa con dolo specifico , con la piena consapevolezza di diffondere notizie false. La Commissione Antimafia ritiene che in questo campo ci sia “un vuoto legislativo” da colmare e sottolinea che il reato di diffamazione non può “supplire” alla mancanza di questo reato specifico.

IL NO ALLA DEPENALIZZAZIONE – La Commissione ha tuttavia deluso alcune aspettative dichiarando che la  depenalizzazione della diffamazione a mezzo stampa, invocata da importanti istituzioni internazionali, sarebbe incompatibile con il sistema giuridico italiano.

La depenalizzxazione, è la tesi esposta nella relazione, priverebbe di tutela altri diritti di rilevanza costituzionale. Ma, prosegue il relatore, il diritto di informazione deve essere rafforzato  per bilanciarlo con altri diritti. L’Antimafia sottoscrive pienamente l’abolizione della pena detentiva prevista nel disegno di legge per la diffamazione all’esame del parlamento. Riconosce la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che condanna le sanzioni economiche di importo tale da impedire a giornalisti ed editori di proseguire la loro attività. Ma, secondo l’Antimafia, non sarebbe attuabile la richiesta di fissare le multe per diffamazione in proporzione delle capacità economiche e patrimoniali dei condannati.

FILTRO ALLE QUERELE -Secondo l’Antimafia, la presentazione delle querele per diffamazione si può filtrare per escludere in partenza quelle infondate, e sarebbe necessario considerare la richiesta di rettifica e la sua pubblicazione dirimente per valutare l’ammissibilità delle querele.

LA QUERELA NON SOSTITUISCE LA RETTIFICA -La richiesta di rettifica dovrebbe essere obbligatoria per chi intende rivolgersi al giudice, il quale giudicherà se l’avvenuta pubblicazione ha sanato in tutto o in parte il danno alla reputazione. A parere della Commissione, ciò evitererebbe molti inutili procedimenti penali e molte azioni civili di risarcimento o comunque li renderebbe più brevi.

PRIORITA’ AI PROCESSI – Poiché risulta accertato che la lunga durata dei processi contribuisce ad aumentare l’effetto intimidatorio delle denunce per diffamazione, occorre ridurre i tempi processuali, tornando allo spirito originario della legge, che per le querele prevedeva il rito per direttissima, entro un mese. Questo rito, osserva l’Antimafia, non esiste più, ma le nuove norme di attuazione del Codice di Procedura Penale, all’esame del parlamento, prevedono la priorità assoluta di trattazione per un elenco di reati. La relazione dell’Antimafia propone che la diffamazione a mezzo stampa sia compresa in questo elenco.

UN ARBITRO PER LE CAUSE – Per le cause civili per diffamazione, sottolinea l’Antimafia, non è possibile prevedere udienze filtro, ma è possibile valorizzare l’udienza di mediazione obbligatoria già prevista, facendone la sede nella quale approfondire la fondatezza della richiesta risarcitoria. Le cause che non si saranno chiuse con la conciliazione, anche sulla base di quelle valutazione, potranno essere decise in uno stretto arco temporale da un organo arbitrale che la Commissione Antimafia chiede di istituire. (1. continua)

ASP

Leggi Minacce ai giornalisti. La relazione della Commissione Antimafia

Leggi Minacce ai giornalisti. Commissione Antimafia indica nodi

 

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