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Italia. Le notizie più pericolose di ottobre 2015 segnalate da Ossigeno

Rassegna mensile di intimidazioni realizzata per il Centro Europeo per la Libertà di Informazione e di Stampa di Lipsia (ECPMF) con il sostegno dell’Unione Europea

A ottobre 2015 Ossigeno ha aggiunto altri 130 nomi alla lista dei giornalisti italiani colpiti da intimidazioni. Ci sono state nuove gravi minacce all’incolumità personale di alcuni giornalisti, primo fra tutti Paolo Borrometi, pluri-bersagliato da minacce di morte da ambienti mafiosi che non gli perdonano di aver fatto nella loro terra ciò che tutti i cronisti dovrebbero fare: raccontare i fatti. Però, per quanto possa sembrare paradossale, è un’altra la vicenda che dà meglio di tutte l’idea di come in questo Paese si frena la libertà di informazione e si ostacola la libertà di esprimere opinione.

È un’intimidazione meno cruenta ma di massa, attuata nel rispetto della legge e non perseguibile. È la decisione dell’associazione più rappresentativa degli avvocati penalisti di Roma di denunciare alla Procura della Repubblica 97 giornalisti (i più noti cronisti di nera e giudiziaria e i direttori di 14 giornali) per violazione del segreto sulle indagini giudiziarie in corso.

Nei mesi scorsi questi giornalisti hanno raccontato ai loro lettori i clamorosi sviluppi di “Mafia Capitale”, una delle inchieste giudiziarie più importanti degli ultimi tempi, quella che ha messo in luce l’attività della criminalità organizzata a Roma e una serie di gravi reati (associazione mafiosa, corruzione, concussione, eccetera) per i quali sono state arrestate, in due tornate, 81 persone, fra le quali esponenti politici e funzionari pubblici.

Dopo gli arresti, i giornalisti hanno riferito particolari e contenuti delle ordinanze di arresto, comunicate agli arrestati e ai loro avvocati, dunque conosciute “dalle parti” e di fatto sottratte al vincolo assoluto della segretezza, e tuttavia formalmente assoggettate al divieto di pubblicazione fino alla chiusura formale delle indagini. Secondo gli avvocati, i giornalisti e le testate in questione (i maggiori quotidiani e settimanali italiani) avrebbero dovuto rispettare rigidamente il divieto negando ai loro lettori la conoscenza di atti noti alle parti in causa, pur di fronte a una vicenda di così straordinaria importanza per l’opinione pubblica. L’ampiezza della trasgressione dimostra da sola che anche questo divieto, come tutti i divieti, ammette delle eccezioni e la norma va applicata cum grano salis in attesa che il legislatore la renda più sensata, come auspichiamo.

Purtroppo in Italia numerose norme risultano punitive della libertà di stampa (a cominciare da quelle sulla diffamazione) e altre (in particolare quelle sulla segretezza degli atti) sono contraddittorie e permettono accuse strumentali, vere e proprie intimidazioni ai giornalisti che danno fastidio pubblicando notizie non gradite. Non a caso tutto ciò è avvenuto a pochi giorni dall’inizio del processo agli 81 arrestati e fa parte delle manovre in atto per far credere ai cittadini che si tratta soltanto di una montatura giornalistica.

Non a caso, negli stessi gironi, il legale di uno dei principali accusati ha pubblicamente denigrato Lirio Abbate, il giornalista che con le sue inchieste esclusive ha messo i cittadini e la stessa magistratura a conoscenza di ciò che avveniva a Roma e perciò è stato minacciato di morte, ha subito un assalto e vive protetto con le armi dalle forze di polizia. Anziché elogiare il giornalista che si è spinto più avanti degli altri nell’indagine sul campo, il legale ha tentato di isolarlo dai suoi colleghi, ha elogiato le sentinelle addormentate, i giornalisti che non avevano visto niente. Manovre di questo genere si ripetono alla vigilia di tutti i grandi processi di mafia nati da inchieste giornalistiche. È fisiologico. Purtroppo queste manovre non suscitano la condanna vasta e inequivocabile che meriterebbero, che Ossigeno ha manifestato con un articolo dal titolo “Giù le mani da Lirio Abbate e dagli altri 96 giornalisti”.

Queste vicende mostrano che per molti, in Italia, la libertà di stampa è un diritto sconosciuto, un concetto vuoto, un fastidio da sopportare e contenere. È difficile pensare il contrario, quando a prendersela con chi fa informazione spesso sono amministratori pubblici, politici, magistrati. Anche nell’ultimo mese non sono mancati casi di questo genere: un vice sindaco sardo ha intimato ad un notiziario online di cancellare alcuni articoli che lo accusavano di conflitto d’interessi, minacciando querela se la richiesta non fosse stata accolta; in Toscana un sindaco ha annunciato querela a sei giornali, senza neppure chiedere prima una rettifica; in Sicilia, un altro sindaco ha impedito fisicamente ad una troupe di effettuare riprese video all’interno di una scuola pubblica in cui un alunno ed un’insegnante era stati feriti dal crollo di un soffitto.

A Velletri, in provincia di Roma, il giornalista Andrea Palladino, collaboratore de Il Fatto Quotidiano, l’Espresso e Le Monde, per diversi giorni è stato insultato e minacciato apertamente su Facebook da un ex assessore comunale con trascorsi giudiziari per associazione per delinquere. Altra vicenda apparentemente paradossale è quella di due giornalisti della nota trasmissione televisiva d’inchiesta Rai Report: avevano erroneamente indicato come imputato in un processo una persona estranea ai fatti, ma poi si erano corretti. Il pubblico ministero tuttavia ha chiesto ugualmente il loro rinvio a giudizio per diffamazione. Il presidente di una società pubblica del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che gestisce il risparmio, ha chiesto al giornale web BrindisiReport di rimuovere una finta intervista satirica, minacciando una causa per danni.

Questi fatti possono sorprendere chi non vive nel nostro Paese, ma per avere il quadro di ciò che è avvenuto a ottobre, occorre conoscerne altri, quelli che indicavamo inizialmente come le vicende che naturalmente si sarebbe portati a mettere in cima alla lista degli episodi più gravi: le minacce fisiche. Nell’ordine in cui Ossigeno le ha riportate: quelle a Matteo Viviani – inviato di una delle trasmissioni di infotainment più note ed irriverenti, Le Iene – il quale ha ricevuto un sms che gli annuncia una bomba pronta ad esplodere in casa sua; una serie di intimidazioni ricevute da giornalisti già più volte minacciati in passato e per questo sotto scorta: quelle rivolte via Facebook alla giornalista del quotidiano la Repubblica Federica Angeli, dopo la sua partecipazione ad una trasmissione televisiva; sempre attraverso il noto social network, quelle che un uomo in carcere per associazione mafiosa ha rivolto al giornalista siciliano Paolo Borrometi, il quale pochi giorni prima si era sentito dire al telefono, dalla figlia di un boss mafioso, che si meritava di essere preso a schiaffi a causa del suo lavoro, che evidentemente non è gradito; quelle nei confronti di Michele Inserra, stavolta bersaglio di un esponente della ‘ndrangheta (la mafia calabrese) che non gradiva la presenza del giornalista e della sua troupe vicino casa sua. Anche Vittorio Buongiorno, giornalista della redazione di Latina del quotidiano Il Messaggero, è stato minacciato di morte, da un imprenditore poi arrestato con l’accusa di aver truccato alcune gare d’appalto.

Con ciò ancora non abbiamo parlato di altri gravi episodi. Giorgio Mottola, inviato di Rai Report è stato aggredito per il solo fatto di essersi avvicinato con una telecamera al manager di una grande azienda: è stato da questi colpito, immobilizzato e trascinato a forza in un ufficio e salvato da più gravi conseguenze dall’intervento di altre persone; Ernesto Ferrara, di Repubblica, è stato preso di mira e insultato pubblicamente da alcuni tassisti che lo hanno accusato di “infamie e calunnie ad orologeria”; una società che gestisce tre cliniche private ha chiesto un risarcimento danni di 20 milioni di euro al giornalista Adriano Mollo del Quotidiano del Sud – autore di due articoli che raccontano di alcune criticità emerse durante la valutazione dei requisiti necessari per il rinnovo della convenzione con il servizio sanitario nazionale –, alla società editrice del quotidiano, alla Finedit (proprietaria del sito internet della testata), oltre che al presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio.

Di un fatto dello scorso anno l’Osservatorio ha riferito ora che esso è tornato d’attualità per cause contingenti: uno striscione, contenente un insulto rivolto ai giornalisti Marco Omizzolo e Roberto Lessio (del quotidiano il Manifesto), era stato affisso fuori dallo stadio di Latina nel giugno 2014 da un gruppo di tifosi della locale squadra di calcio, arrabbiati per un’inchiesta che i cronisti avevano dedicato alle vicende politiche e giudiziarie del presidente della società sportiva e alle speculazioni edilizie sul nuovo stadio della città.

A fronte a tutto ciò, per fortuna, come (quasi) sempre accade, c’è anche da segnalare qualche notizia positiva: l’assoluzione di quattro giornalisti (Antonio De Gennaro, direttore dell’agenzia di stampa Adgnews24, Malcom Pagani e Bruno Manfellotto, all’epoca dei fatti rispettivamente giornalista e direttore de l’Espresso, e Pasquale Chessa) dall’accusa di diffamazione (fatta peraltro da un collega, già sanzionato dall’Ordine dei Giornalisti per la sua collaborazione con i servizi segreti); la condanna per calunnia di un professionista che aveva querelato l’editore e direttore della Gazzetta di Vercelli, colpevole di aver raccontato di un caso di conflitto di interessi che lo riguardava; l’archiviazione di una querela per diffamazione contro Edoardo Bianchini, direttore di LineeFuture, per un articolo che riferiva voci su un possibile ordine di arresto, poi non eseguito; l’assoluzione di Cristina Di Stefano, giornalista abruzzese, dall’accusa di divulgazione di segreto d’ufficio, ricevuta per aver pubblicato la simulazione del quiz di un concorso pubblico; l’archiviazione di Liborio La Mattina, direttore del settimanale La Voce Canavese, che era stato querelato nel 2011 da una consigliera regionale del Piemonte per un articolo sulla chiusura di un reparto ospedaliero a Chivasso (To). La cosa sorprendente, in questo caso, è che l’archiviazione risale a due anni fa: il giornalista però ne è venuto a conoscenza solo ora.

Ancora, il sequestro di alcuni autobus a Napoli, dopo alcuni servizi sulle condizioni di sicurezza del trasporto scolastico realizzati da Luca Abete, inviato del tg satirico Striscia la Notizia, il quale era stato picchiato mentre registrava. Occorre poi prendere nota della richiesta di un nuovo rinvio a giudizio per il noto cantante Gigi D’Alessio, già condannato in primo grado per aver aggredito, insieme ad un suo collaboratore, due fotoreporter appostati davanti alla sua abitazione.

Da segnalare ancora: le indagini a carico dell’ex vescovo di Trapani Francesco Miccichè, per calunnia aggravata e continuata nei confronti di monsignor Antonino Treppiedi, che era stato denunciato dal primo nel 2011 insieme ai giornalisti Gianfranco Criscenti e Giuseppe Pipitone, con l’accusa di aver ordito un complotto nei suoi confronti; l’assoluzione dello scrittore Erri De Luca, accusato di istigazione a delinquere perché in un’intervista aveva detto che è giusto sabotare la linea ferroviaria ad alta velocità in costruzione in Piemonte; i cori rivolti durante una manifestazione a sostegno di Ignazio Marino, sindaco di Roma: in questo caso i giornalisti sono stati presi di mira per il modo in cui avevano raccontato le vicende che hanno portato il primo cittadino alle dimissioni.

Sul fronte internazionale, l’iniziativa del Centro europeo per la Stampa e la libertà dei Media (ECPMF) – di cui Ossigeno è uno dei fondatori –, che ha lanciato un programma di ospitalità (con borsa di studio, assicurazione sanitaria e un posto di lavoro) per i cronisti che nel loro Paese d’origine sono minacciati o lavorano sotto forti pressioni.

I numeri di ottobre

Aggressioni, avvertimenti, minacce attraverso striscioni e scritte e attraverso social network, lettere e telefonate minatorie, abusi del diritto, citazioni in giudizio per danni: sono le tipologie di intimidazioni ai danni di giornalisti segnalate dall’osservatorio Ossigeno per l’Informazione nel mese di ottobre 2015. I nomi delle vittime sono elencati nella Tabella 2015 e indicati con i numeri da 191 a 217. Si tratta di oltre 130 giornalisti e video operatori, direttori di testata ed editori. Dall’inizio dell’anno, il Contatore delle intimidazioni di Ossigeno ha segnalato minacce nei confronti di 430 operatori dell’informazione, 325 dei quali intimiditi nel corso dell’anno, e 105 in passato, ma di cui si è saputo solo adesso. Avviato nel 2006, il Contatore è arrivato a quota 2575. Secondo le stime di Ossigeno per ogni intimidazione conosciuta e documentata almeno altre dieci restano ignote all’Osservatorio perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche.

Link

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