Tesi

Diffamazione. Le occasioni mancate della riforma ferma in Parlamento

Dalla tesi di laurea di Lucia Michielon (2015) una serie di considerazioni sulla proposta di riforma della normativa numero 47 del 1948

È d’obbligo, in primo luogo, la riflessione sul punto focale della riforma: l’eliminazione della pena detentiva, per il reato di diffamazione a mezzo stampa, e la previsione della sola sanzione pecuniaria.

Nel corso degli anni, passo dopo passo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha rafforzato la libertà di informazione per fornirle una protezione più ampia. Per la Convenzione le misure limitative a tale libertà sono comunque ammissibili, ma devono essere applicate eccezionalmente, poiché ne costituiscono una deroga. Il reale fine delle sanzioni è quello di tutelare “altri diritti” e non di punire i giornalisti. La libertà di espressione, infatti, ha una “portata doppia”: da una parte assicura l’esercizio della libertà di informazione e dall’altra il diritto di ogni individuo di avere informazioni di interesse generale. (…)

La dottrina ha rilevato che la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, nel circoscrivere la possibilità di applicare la pena detentiva a «situazioni eccezionali», quali l’incitamento all’odio etnico o razziale (il c.d. «hate speech») o alla violenza, sembra attribuire a queste ultime una funzione meramente esemplificativa. Quindi non è da escludere che vi siano altre e diverse espressioni di pensiero che possano rientrare nei caratteri di “eccezionalità” e di gravità, tali da giustificare il ricorso alla pena detentiva. Infatti, accusare una persona di azioni particolarmente gravi, nella piena consapevolezza della loro falsità, anche non utilizzando espressioni offensive e non incitando apertamente all’odio o alla violenza, può produrre, in capo al soggetto passivo, una lesione perfino più grave di quella che potrebbe derivare da una chiara e diffamatoria invettiva. (…)

Si può affermare che la riforma ha «luci e ombre ma le ombre sono veramente pesanti» così ha detto Franco Abruzzo, presidente emerito dell’Ordine dei Giornalisti di Milano. Passando poi all’entità delle sanzioni pecuniarie, molti, come il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti Enzo Iacopino, ritengono che questa sia esagerata. (…) Ancora, Ulrike Schmidt, inviata da Dunja Mijatovic rappresentante dell’OSCE per la libertà dei media, alla conferenza internazionale sulla libertà di stampa promossa da “Ossigeno per l’Informazione”, ribadisce che l’importo elevato di sanzioni pecuniarie potrebbe alimentare l’autocensura. Questo comporterebbe indirettamente un limite alla libertà di stampa e un danno per tutti i cittadini, che riceverebbero, in tal modo, meno notizie. Un’altra norma da non tralasciare, della riforma in esame, anzi rilevante, è quella sulle dichiarazioni o rettifiche, che sembrerebbe aggravare la posizione del direttore, in quanto destinatario e responsabile della loro pubblicazione. D’altro canto, la diffusione di dichiarazioni o rettifiche, a date condizioni, sono causa di non punibilità, sia per il direttore che per l’autore del “pezzo”. Questa norma, apparentemente favorevole, potrebbe indurre i responsabili a fare una scelta umiliante pur di evitare il processo. Oggetto di forti perplessità è la pubblicazione senza possibilità di commento e risposta da parte della redazione. Se questa norma venisse usata in maniera estrema dal soggetto passivo, un errore nel “pezzo”, pur non rilevante ai fini della notizia, potrebbe causare l’annullamento del lavoro dell’estensore e, quindi, la limitazione del diritto di informazione per la società. Gli unici impedimenti si configurano quando tali dichiarazioni «abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale» oppure «siano inequivocabilmente false». Ma come si può accertare che le dichiarazioni di rettifica contengano “rilevanza penale” o siano “inequivocabilmente” false? E quali sono i criteri su cui dovrebbe basarsi la loro selezione? I problemi che potrebbero presentarsi al direttore, nel vagliare la pubblicazione o meno delle rettifiche, sono principalmente due. Il primo si verificherebbe quando una dichiarazione, sebbene formalmente corretta, sia posta in modo tale da essere percepita come offensiva per la redazione; quindi a sua volta suscettibile di “incriminazione penale”. Il secondo si potrebbe concretizzare nella valutazione di un contenuto “inequivocabilmente” falso. Un caso limite potrebbe essere quello di un famoso esponente di un’organizzazione malavitosa che voglia esercitare il suo diritto di rettifica, riguardo un articolo inerente la sua condotta, dichiarando di essere una persona di una moralità ineccepibile. (…)

Questo disegno di legge poteva essere l’occasione per introdurre nel nostro ordinamento una nuova fattispecie quella di “diffamazione colposa”, poiché, di solito, quando il giornalista lede la reputazione altrui lo fa per negligenza non con dolo. Inoltre la configurazione di una ipotesi “colposa” consentirebbe al giornalista di accedere a forme di copertura assicurativa analoghe a quelle di cui già godono altri professionisti.

In conclusione, le nuove norme eliminano la pena detentiva ma inaspriscono fortemente le pene pecuniarie, impediscono qualsiasi intervento sulle rettifiche, così consentendo la veicolazione di notizie nel migliore dei casi solamente imprecise, contribuiscono a creare malumore nelle redazione dei giornali, non sanzionano in modo soddisfacente le querele temerarie. Il disegno di legge, quindi, potrebbe essere paragonato, come ha detto un avvocato fra i maggiori esperti del tema, «ad una gabbia assai stretta, dalle cui maglie non sfuggono situazioni estreme».

Estratto dal capitolo tre della tesi di Lucia Michielon dal titolo La diffamazione a mezzo stampa. Quale risposta sanzionatoria? – Università degli Studi di Ferrara – Laurea in Giurisprudenza – Relatore: Prof. Ciro Grandi – Correlatore: Prof. Guido Casaroli – Anno accademico: 2014/2015

Abstract

La tesi viene sviluppata analizzando i profili generali del reato di diffamazione a mezzo stampa, le responsabilità professionali in ambito giornalistico, la natura e i limiti del diritto di cronaca sino a giungere al fulcro dell’argomento il trattamento sanzionatorio del reato.

L’articolo 595 del codice penale Rocco, riguardante il reato di diffamazione, prevede al comma primo: «chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente (cfr. ingiuria), comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032 ».
Nel caso in cui l’offesa sia recata con mezzo della stampa si applica l’aggravante di cui al comma terzo del sopracitato articolo, che recita: «se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516». La ratio per cui si prevede un aumento della pena attiene all’uso della stampa, che comporta infatti una maggiore diffusione della lesione alla reputazione.

Nell’ambito delle responsabilità professionali viene esaminata la figura problematica del direttore di un giornale. A questo riguardo l’articolo 57 del codice penale prevede la sua responsabilità quando omette di esercitare, sul contenuto del periodico da lui diretto, il controllo necessario ad impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati. La responsabilità penale del direttore trova il fondamento nella sua posizione, che comporta uno specifico potere di controllo e di censura sul contenuto degli scritti, fino a quello di sostituzione dell’estensore, al fine di garantire che la pubblicazione risulti in conformità alle disposizioni sulla stampa. Il direttore responsabile può essere, inoltre, chiamato a rispondere del reato di diffamazione a mezzo stampa in concorso con l’autore dell’articolo.

Ancora più particolare è il caso della pubblicazione di un articolo diffamante, anonimo o con uno pseudonimo. La Suprema Corte, riguardo ciò, ha stabilito che la pubblicazione di un “pezzo” senza nome comporta la sua attribuzione alla redazione, quindi uno “spostamento automatico” della responsabilità dall’ignoto autore al direttore.

La firma serve ad individuare la persona professionalmente responsabile della notizia; nel caso in cui essa manchi, il direttore assume la responsabilità in prima persona del contenuto anonimo, poiché ha utilizzato, per la sua diffusione, lo strumento di cui dispone. La Corte ritiene che, in caso contrario, si consentirebbe la sussistenza di una sorta di “zona franca”, ovvero l’impossibilità di individuare il soggetto che risponda del delitto di diffamazione rispetto al contenuto di articoli anonimi, comportando la violazione del principio di uguaglianza dei soggetti lesi.

Nella tesi si è esaminato il “caso Sallusti” come un esempio giurisprudenziale di pubblicazione di un articolo diffamante firmato con uno pseudonimo. La Cassazione, con sentenza del settembre 2012, respingeva il ricorso dell’allora direttore responsabile del quotidiano “Libero”, Alessandro Sallusti, confermando la condanna a 14 mesi di reclusione comminata dalla Corte di Appello di Milano nel giugno 2011, per concorso nel reato di diffamazione a mezzo stampa. Nella fattispecie, era stato pubblicato un articolo diffamatorio nei confronti di un magistrato, sotto lo pseudonimo “Dreyfus”, firma ritenuta non identificabile: un caso esemplare, dunque, del suddetto “spostamento automatico” della responsabilità dall’ignoto autore al direttore. Riguardo il diritto di cronaca, si analizza il suo fondamento costituzionale che risiede nell’articolo 21 della legge fondamentale, che recita così: «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

Ma fino a che punto può spingersi la libertà di stampa, senza ledere interessi rilevanti quali il decoro e l’onore dei protagonisti dei fatti riportati? La pena prevista dal codice penale Rocco all’articolo 595, per colui che offende l’altrui reputazione per mezzo della stampa, è la reclusione. Nella tesi, si procede osservando come la Corte Europea dei diritti dell’Uomo si sia atteggiata sul principio della libertà di espressione, previsto dall’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Nel 2013, infatti, ha affermato, in seguito all’esame del ricorso proposto dal direttore responsabile del quotidiano “Il Giornale”, l’incompatibilità della pena detentiva con la libertà d’espressione. Essa richiama il leading case della sentenza “Cumpana e Mazare c. Romania”, in cui si legge che, se in un sistema sanzionatorio del diritto interno di uno Stato sia prevista per il reato di diffamazione a mezzo stampa la reclusione, ciò può provocare nel giornalista un chilling effect, ovvero il rischio di un’autocensura. La pena detentiva è compatibile con la libertà di espressione giornalistica solo in circostanze eccezionali, che si verificano quando «altri diritti fondamentali siano stati gravemente lesi, come nel caso, ad esempio, della diffusione di un discorso di odio o di incitazione alla violenza». La decisione si inserisce in un filone giurisprudenziale ormai cospicuo, che induce molti giuristi a chiedersi se non sia ipotizzabile il rinvio alla Corte costituzionale della questione di costituzionalità della vigente disciplina penale della diffamazione, attraverso il parametro interposto dell’art. 117 Costituzione, per violazione dello stesso art. 10 della Convenzione.

Si giunge così alla questione centrale dello studio svolto sul trattamento sanzionatorio in vigore e sulle proposte di riforma. Dal 2013, il Parlamento italiano sta lavorando per allinearsi alla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. Riguardo le variazioni apportate alla legge sulla stampa, la più rilevante è l’eliminazione della pena della reclusione e la previsione della sola sanzione pecuniaria.

La tesi evidenzia, però, che tale obiettivo, seppur mosso dal lodevole intento di impedire che siano poste “briglie” alla libertà giornalistica, comporta non pochi risvolti negativi. Infatti, alcuni editori potrebbero mettere in atto, con maggior agio, delle “campagne” diffamatorie nei confronti di soggetti ben individuati, accantonando le finanze necessarie a tenere indenni i propri giornalisti dalle eventuali condanne per diffamazione. Un’altra norma rilevante della riforma è quella sulle dichiarazioni o rettifiche, che prevede che la loro diffusione, a date condizioni, sia causa di non punibilità, sia per il direttore che per l’autore del “pezzo”. Questa norma, apparentemente favorevole, potrebbe indurre i responsabili a fare una scelta umiliante pur di evitare il processo.

A ciò si aggiunge che oggetto di forti perplessità è la pubblicazione senza possibilità di commento e risposta da parte della redazione. Se questa norma venisse usata in maniera estrema dal soggetto passivo, un errore nel “pezzo”, pur non rilevante ai fini della notizia, potrebbe causare l’annullamento del lavoro dell’estensore e, quindi, la limitazione del diritto di informazione per la società. Gli unici impedimenti si configurano quando tali dichiarazioni «abbiano contenuto suscettibile di incriminazione penale» oppure «siano inequivocabilmente false». Ma come si può accertare che le dichiarazioni di rettifica contengano “rilevanza penale” o siano “inequivocabilmente” false? E quali sono i criteri su cui dovrebbe basarsi la loro selezione? I problemi che potrebbero presentarsi al direttore, nel vagliare la pubblicazione o meno delle rettifiche, sono principalmente due. Il primo si verificherebbe quando una dichiarazione, sebbene formalmente corretta, sia posta in modo tale da essere percepita come offensiva per la redazione; quindi a sua volta suscettibile di “incriminazione penale”. Il secondo si potrebbe concretizzare nella valutazione di un contenuto “inequivocabilmente” falso. Viene evidenziato che un caso limite potrebbe essere quello di un famoso esponente di un’organizzazione malavitosa che voglia esercitare il suo diritto di rettifica, riguardo un articolo inerente la sua condotta, dichiarando di essere una persona di una moralità ineccepibile. In conclusione, le nuove norme eliminano la pena detentiva ma inaspriscono fortemente le pene pecuniarie, impediscono qualsiasi intervento sulle rettifiche, così consentendo la veicolazione di notizie nel migliore dei casi solamente imprecise.

Indice della tesi

PROFILI GENERALI
1.1 Articolo 595 del codice penale
1.2 L’elemento oggettivo
1.2.1 Un caso giurisprudenziale
1.2.2 Differenze sanzionatorie tra i reati di ingiuria e diffamazione
1.3 Soggetto passivo
1.4 Elemento psicologico

RESPONSABILITÀ PROFESSIONALI IN AMBITO GIORNALISTICO
2.1 La figura del direttore responsabile
2.1.1 Il direttore editoriale
2.2 Le responsabilità del direttore
2.2.1 La responsabilità per omesso controllo
2.2.2 La responsabilità a titolo di concorso
2.3 Il problema della delega delle funzioni del direttore
2.3.1 Un caso giurisprudenziale
2.3.2 La responsabilità del direttore ai sensi dell’articolo 57 del codice penale durante il periodo di ferie
2.3.2.1 Un caso giurisprudenziale
2.4 Il risarcimento del danno da diffamazione a mezzo stampa: le posizioni dell’articolista, del direttore e dell’editore
2.5 Risposte e rettifiche
2.6 La pubblicazione obbligatoria di sentenze

SEZIONE 1
IL DIRITTO DI CRONACA
3.1 Natura e limiti del diritto di cronaca
3.2 La verità
3.2.1 Ipotesi di violazione del limite della verità
3.2.2 La verità putativa
3.3 La continenza nella forma espressiva
3.4 L’interesse pubblico

SEZIONE 2
IL TRATTAMENTO SANZIONATORIO DEL REATO DI DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA
3.5 L’evoluzione storica della libertà di stampa e delle relative sanzioni
3.6 Il trattamento sanzionatorio vigente in Italia per il reato di diffamazione a mezzo stampa
3.7 La giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo
3.8 La proposta di riforma
3.9 Commenti alla riforma

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