Libertà d'informazione

Diffamazione. Indietro tutta del Senato sull’aumento del carcere

Cancellato dal testo ogni riferimento all’art. 595 del C.P. Cosa avrebbe prodotto. L’allarme di Ossigeno e le pressioni congiunte del mondo giornalistico hanno avuto effetto

L’Assemblea del Senato, nella seduta dell’8 giugno 2016, ha cancellato dal disegno di legge Lo Moro la norma che avrebbe permesso di inasprire le pene detentive per i colpevoli di diffamazione, portando la pena massima prevista da sei a nove anni di carcere per i giornalisti.

L’inasprimento era contenuto nel disegno di legge che introduce un’aggravante per alcuni reati commessi  a scopo di ritorsione contro gli amministratori pubblici, i politici, i parlamentari, i magistratI. Una proposta di legge che con il richiamo all’articolo 595 del Codice Penale, quello che punisce la diffamazione, tradiva le buone intenzioni. L’articolo 3 del disegno di legge elencava il reato di diffamazione a mezzo stampa tra quelli da punire con un’ulteriore aggravante nel caso di iniziative a scopo intimidatorio o ritorsivo. Di fatto, si sarebbe così consentito di assimilare l’attività giornalistica a comportamenti delinquenziali, come quelli di chi minaccia, usa violenza, provoca lesioni.

Il disegno di legge era stato licenziato, lontano dai riflettori, dalla Commissione Giustizia del Senato il 3 maggio 2016 ma si è saputo soltanto il 27, quando c’è stato l’annuncio dell’imminente esame in Aula. In effetti mercoledì 8 giugno il testo è stato approvato, ma con la modifica sostanziale che abbiamo detto: nessun riferimento all’articolo 595 del Codice Penale e alla diffamazione a mezzo stampa.

La proposta di legge era stata presentata dalla senatrice Doris Lo Moro dopo la conclusione di  un’indagine parlamentare sul grave fenomeno degli amministratori locali intimiditi e minacciati, anche con atti violenti,  per non consentire loro di svolgere il mandato. L’indagine è stata svolta da una Commissione parlamentare ad hoc presieduta dalla stessa senatrice Lo Moro che aveva accertato la necessità di proteggerli giuridicamente punendo in modo aggravato le violenze ritorsive nei loro confronti. Ma al momento di scrivere la norma, il legislatore aveva aggiunto agli  amministratori locali i parlamentari e i magistrati. Insomma, gli esponenti di Corpo politico, amministrativo o giudiziario, ormai da dieci anni comunemente indicati come “la casta”. Chi agisce contro questi soggetti a scopo ritorsivo per atti compiuti o non compiuti nell’esercizio del mandato vedrà applicarsi un aggravante della pena per il reato commesso da un minimo di un terzo alla metà della stessa.

Ciò sarebbe accaduto anche ai giornalisti, se riconosciuti colpevoli di diffamazione a mezzo stampa commessa a scopo ritorsivo. Una norma che avrebbe prodotto un effetto raggelante sull’attività di informazione, considerata la gravità della pena. Un’inchiesta giornalistica sull’attività di un Comune e dei suoi amministratori avrebbe potuto essere bloccata da una querela per diffamazione a scopo ritorsivo: per avere una sentenza sarebbero trascorsi anni, ma intanto giornalista e testata sarebbero stati intimiditi e probabilmente messi anche a tacere. Inoltre, una norma così concepita sarebbe stata esposta a difficoltà e a difformità interpretative di vasta portata.

La marcia indietro si è avuta l’8 giugno: il relatore Giuseppe Cucca ha presentato un emendamento, approvato dall’Assemblea,  per espungere l’articolo 595 del codice penale (diffamazione) dalle ipotesi di reato soggette all’aggravante della pena. La decisione è stata accolta positivamente dal Presidente del Senato, Pietro Grasso.

Contro queste previsioni del disegno di legge alla fine di maggio si era levato subito l’allarme dell’Osce con una ferma presa di posizione della Rappresentante per la libertà dei media, Dunja Mijatovic. Preoccupazione era stata espressa anche dalla Piattaforma per la protezione del giornalismo e la sicurezza dei giornalisti del Consiglio d’Europa, dall’EFJ (European Federation of Journalists), IPI e Index on Censorship. In Italia avevano reagito con voci concordi l’Ordine dei giornalisti, la Federazione della Stampa e Ossigeno per l’Informazione. Senza queste pressioni congiunte non ci sarebbe stato il risultato positivo della seduta del Senato dell’8 giugno.

GFM

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