Commento

Non è reato definire “gran bel pezzo di m.” un mafioso ma è l’eccezione

Una riflessione sull’assoluzione del giornalista Rino Giacalone dall’accusa di diffamazione del boss Mariano Agate. Diritto di critica e cultura dell’omertà

La sentenza sul caso Giacalone era sicuramente uno dei provvedimenti più attesi da parte degli avvocati che quotidianamente si occupano di difesa di giornalisti gravati da procedimenti per diffamazione. Le aspettative riguardavano in primo luogo l’approccio che il giudice avrebbe avuto riguardo al palese superamento dei limiti concessi dalla giurisprudenza alla continenza espressiva cui deve uniformarsi ogni giornalista, onde evitare che concetti condivisibili, come quello espresso da Rino Giacalone, diventino lesivi per il ricorso a un linguaggio intrinsecamente offensivo.

La sentenza è davvero interessante perché, una volta riconosciuta l’oggettiva lesività dell’espressione utilizzata da Giacalone, ne afferma la legittimità sotto il profilo del diritto di critica, e giustifica l’indubbio travalicamento della continenza riconoscendo alla frase “gran bel pezzo di merda” forza retorica ed evocativa. In sostanza, il ricorso a espressioni basse e volgari appare funzionale alla demolizione del rispetto sociale e dell’omertà che storicamente hanno protetto soggetti mafiosi, considerati nell’immaginario collettivo uomini d’onore. Ebbene, Giacalone, utilizzando consapevolmente quella frase, raggiunge l’obiettivo di costringere l’opinione pubblica a misurarsi con un nuovo modo, più crudo e realistico, di narrare la mafia.

Dopo questa sentenza non bisogna commettere l’errore di ritenere ammissibile dare del “pezzo di merda” alle persone, sebbene prive di buona reputazione. Infatti, per costante insegnamento della Cassazione, ogni soggetto, anche il più detestabile, ha diritto a vedere tutelato un minimo di reputazione e dignità, un livello sotto il quale non è possibile andare, soprattutto attraverso un linguaggio sconveniente che abbassa il livello del dibattito pubblico. In questo senso la sentenza è audace, poiché, dinanzi al fatto che Giacalone ha pacificamente superato i livelli minimi della continenza, non si è fermata a una valutazione letterale dell’articolo, bensì ne ha ricavato il senso generale della volontà del giornalista, ritenendola molto più alta e più nobile di quanto l’uso delle parole utilizzate non lasciasse intendere a una prima lettura

Avv. Andrea Di Pietro – L’autore è il coordinatore dello Sportello Legale di Ossigeno

Leggi le motivazioni della sentenza di Trapani

Leggi il commento di Alberto Spampinato

 

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