Libertà d'informazione

Saviano riflette su giornalisti, cronaca giudiziaria e camorra

Lo scrittore riflette sul rapporto fra i cronisti che si occupano di criminalità organizzata e le loro fonti a partire da alcuni casi concreti. Eccone un estratto

Nell’articolo “Il carabiniere infedele nel paese che fabbrica i dossier”, pubblicato il 3 agosto 2016 dal quotidiano “La Repubblica”, di cui proponiamo di seguito un estratto, Roberto Saviano riflette sul “tema dei giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria”. Lo fa per sottolineare quanto sia importante il rispetto della deontologia professionale per il trattamento corretto delle delicate informazioni di cui un giornalista con queste mansioni entra in possesso. Egli, in quanto giornalista, raccoglie le informazioni nell’interesse pubblico e allo scopo di fare conoscere ai lettori/ascoltatori le informazioni necessarie per formarsi un’opinione. Ben altra cosa, ricorda Saviano, è l’attività di chi raccoglie informazioni riservate per destinarle ad altri usi, ad esempio alla costruzione di dossier per ricattare qualcuno. ASP

Dall’articolo “Camorra. La fabbrica dei dossier“, la Repubblica, 3 agosto 2016, di Roberto Saviano:

Ci sono diversi modi di fare cronaca giudiziaria e uno è chiaramente quello di sondare l’universo degli informatori, appartenenti alle forze dell’ordine e in qualche caso alla criminalità, comune o anche organizzata. L’equilibrio e la deontologia, su questo crinale, sono essenziali, poiché la possibilità di entrare in possesso di dati sensibili o di atti coperti dal segreto d’ufficio è alta: se mancano equilibrio e deontologia, si aprono le praterie del dossieraggio e del traffico di informazioni riservate; si apre il varco all’affermarsi di figure di confine, tra servitori infedeli dello stato e giornalisti pronti a costruirsi una identità parallela: informatori al soldo del migliore offerente, anche a rischio di favorire la criminalità organizzata.

La procura della Repubblica di Napoli, prima che la Dda si interessasse a Giuseppe Iannini, aveva focalizzato la sua attenzione e in alcuni casi ha indagato e poi ottenuto importanti risultati su una serie di figure chiave, che in parte ritornano anche in quest’ultima indagine. I nomi sono tutti accomunati dalla raccolta illecita di informazioni, finalizzata a un utilizzo di queste nella lotta politica e in ambito economico-finanziario.

Qualche settimana fa, in un’intervista rilasciata a Dario Del Porto per questo giornale, il procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli, uno dei pilastri della procura partenopea, nel commentare l’esito di un processo su una fuga di notizie che ha visto condannati un avvocato e un cancelliere dell’ufficio Gip di Napoli, ha parlato chiaramente di una “operazione di spionaggio”. Quell’intervista riguardava non una fuga di notizie qualsiasi, ma quella che aveva favorito la latitanza di Valter Lavitola: le informazioni riservate furono pubblicate da Panorama, settimanale di proprietà di Silvio Berlusconi (che personalmente aveva consigliato a Lavitola, sulla base di quell’informazione, di stare alla larga dall’Italia), e furono acquisite da un giornalista, Giacomo Amadori, inizialmente indagato insieme al direttore del settimanale, Giorgio Mulè; le due posizioni sono state poi archiviate.

Il nome di Amadori ritorna anche in un’altra vicenda napoletana, quella relativa alle minacce contenute nell’istanza di rimessione letta dall’avvocato Michele Santonastaso, nel corso del processo di appello Spartacus. All’esito dell’istruttoria di quel processo, infatti, è emerso un rapporto assai stretto tra Santonastaso e Giacomo Amadori, finalizzato secondo quanto sostenuto da Santonastaso alla acquisizione, da parte del giornalista, di un’intercettazione telefonica tra due collaboratori di giustizia, nella quale si parlava di ipotetiche pressioni – mai accertate – perché gli stessi formulassero accuse dirette al premier in carica Berlusconi. Quell’intercettazione fu effettivamente pubblicata da Panorama, pochi giorni dopo l’istanza di rimessione, mentre il giorno successivo la lettura in aula, Santonastaso, nelle parole del tribunale che lo ha condannato per le minacce nei miei confronti, “sfruttava la propria conoscenza con il giornalista Amadori per rendere proprie dichiarazioni su quanto avvenuto il giorno prima in udienza e per aumentare il clamore mediatico della notizia”.

Questa conclusione è impressionante se letta insieme a un altro passaggio di quella sentenza, che chiarisce come quel clamore mediatico fosse stato appositamente cercato per pubblicizzare alla platea degli affiliati casalesi e “nel linguaggio della camorra”, un “perentorio invito ai magistrati e ai giornalisti a non cooperare più tra loro e a rientrare nell’ambito delle rispettive competenze, mantenendo un profilo più basso e smettendo di operare con clamore”. Anche nell’indagine che riguarda Iannini tornano nomi noti: quello di Valter Lavitola, la cui abitazione è stata perquisita, come quella di un altro carabiniere a suo tempo coinvolto nell’indagine sulla cosiddetta P4 (una struttura finalizzata alla acquisizione di informazioni riservate per aggredire politici e imprenditori), Enrico La Monica. In relazione a quella vicenda è stato condannato Luigi Bisignani (ha patteggiato una pena a un anno e sette mesi di reclusione, senza la condizionale, a causa di una precedente condanna), la figura più eminente di giornalista borderline attualmente attiva in Italia.

Bisignani, fino a quella indagine, era un uomo di grande potere nel sistema berlusconiano, dopo aver mosso i primi passi all’ombra di Andreotti. Nonostante la pena, Bisignani continua a camminare per le stesse strade di sempre e il 5 maggio scorso, in un editoriale su Il Tempo , passato inosservato ai più, ma ancora disponibile online, ha mandato un messaggio durissimo a un fedelissimo di Matteo Renzi, Marco Carrai. Bisignani ha scritto: “Ora che da pochi mesi ha tra le braccia la sua bimba, Florence, chi glielo fa fare di mettersi in un “affaire” del quale sa poco quando invece ha dimostrato di essere un imprenditore di successo”. Carrai era in procinto di assumere un ruolo di primo piano, di nomina governativa, nell’ambito della cyber security, incarico che ad oggi pare essere tramontato. Quell’editoriale è il modello fedele del lavoro che Bisignani ha svolto nell’ombra per molti anni. E mi viene in mente un paragone, per le allusioni utilizzate, per i riferimenti più o meno metaforici e il linguaggio criptico, tra lo scritto di Bisignani e la lettera inviata in carcere al boss Michele Zagaria. In quella lettera, secondo una mia interpretazione pubblicata su questo giornale, si faceva probabilmente riferimento a Nicola Cosentino (che mi ha citato in giudizio, ma ha perso). Anche in quel caso bisognava sapere leggere tra le righe. Le informazioni ridotte a minaccia, a dossier, manipolate sono il più grande pericolo per il giornalismo italiano.

Questa inchiesta della Dda di Napoli, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e seguita dai pm Alessandro D’Alessio, Fabrizio Vanorio e Antonello Ardituro (da due anni al Csm), ha una assoluta rilevanza, poiché sta disvelando l’esistenza di un sistema di dossieraggio, realizzato attraverso il furto di atti riservati e la manipolazione delle informazioni, il cui fine era la distruzione degli avversari politici.

Le indagini delineano un quadro allarmante, ai limiti dell’eversione dell’ordine democratico, popolato di personaggi inquietanti, spesso millantatori o peggio estorsori travestiti da giornalisti, e purtroppo anche da molti che dovrebbero servire lo Stato e che invece, come scrive il gip nell’ordinanza di arresto di Iannini, “sono funzionali ad un sistema che si oppone alle forze sane della polizia che ogni giorno si sacrificano per accertare non chi spaccia in strada, ma chi reinveste quei profitti con l’aiuto di imprenditori e amministratori compiacenti”.

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