Memoria

Giancarlo Siani 31 anni dopo. Una ricostruzione su Raistoria

In onda venerdì 23 settembre alle 22:30 nell’anniversario dell’assassinio del giornalista. Il ricordo di Roberto Saviano e dei familiari

La Napoli in fermento culturale, artistico, musicale. Ma anche la Napoli della “guerra” dove si affrontavano a colpi di omicidi i clan della Nuova Famiglia, il cartello avversario della Nuova Camorra Organizzata di Cutolo. E’ la citta’ degli anni ’80, quella di Giancarlo Siani, il giovane cronista del “Mattino” ucciso il 23 settembre 1985. Rai Storia lo ricorda nel documentario “L’estate sta finendo”, di Alessandro Chiappetta con la regia di Graziano Conversano, in onda venerdi’ 23 settembre alle 23.00 su Rai Storia, introdotto dal Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti. 

La vicenda di Siani viene rivisitata dalla nipote Ludovica, anche lei giornalista, e rivive attraverso le affettuose testimonianze del fratello Paolo, dell’amica Chiara Grattoni, oltre alle ricostruzioni di Roberto Saviano, Maurizio De Giovanni, Luigi Necco, Sandro Ruotolo, Alessandro Barbano, direttore del Mattino, e molti altri.

Di fronte all’omicidio – che colpisce il cuore della sua gente e coinvolge il quartiere borghese del Vomero – la citta’ resta stordita. E’ una ferita che porta a indagini affrettate e all’oblio. Fino al 1997, alle prime condanne.

“All’inizio Napoli rifiuta Siani – spiega Roberto Saviano – i giornalisti dicono: ma come, io mi occupo molto di piu’ di camorra, e uccidono te che ‘n si’ nisciun? Volevano che questo non fosse un omicidio di camorra, per sentirsi sollevati da responsabilita’ personali, da responsabilita’ lavorative, da responsabilita’ civili”.

I familiari ricostruiscono la figura di Giancarlo Siani, giornalista “abusivo” in attesa del primo contratto, attraverso gli articoli e raccontano le sue passioni e la sua visione del mondo, della vita e della sua Napoli in quell’estate del 1985.

“Giancarlo – ricorda il fratello Paolo – era un ragazzo normale, e niente affatto un eroe. Non aveva mai scritto in prima pagina, non aveva mai scritto un fondo, scriveva nelle parti basse del giornale, le parti che nessuno leggeva. Bisognava cercarlo, l’articolo, non balzava agli occhi. Lo faceva perche’ era il suo lavoro, era una persona assolutamente normale”.

Siani era entrato nel mirino dei clan per un articolo che raccontava lo strano arresto del boss di Torre Annunziata, Valentino Gionta.

“Chi prende l’informazione e la trasforma – sostiene Saviano – allora inizia a dare fastidio. In questo caso, Giancarlo Siani fa esattamente questo: continua a scrivere di loro anche quando non c’e’ l’emergenza, prima cosa che li infastidisce, che li rende aperti all’ipotesi dell’omicidio. Secondo, si e’ preso la briga di interpretare, e di azzeccarci, cioe’ di centrare esattamente quello che era successo, attraverso l’analisi, quindi un cervello da fermare”.

La sera in cui fu ucciso, Giancarlo Siani cercava i biglietti per il concerto di Vasco Rossi. Era a bordo di una Mehari, una macchina allegra e rumorosa. Anche questa è una testimonianza della sua vitalita’ e della sua “normalita'”.

“Per questo – conclude Saviano – Siani diventa attuale. Un ragazzo di oggi mica lo vede distante, in fondo. Con desideri, voglie, e condizioni simili. Ma chi lo vuole conoscere lo deve leggere. E’ uno sforzo, come tutte le cose importanti. Altrimenti, se vuoi conoscere Siani, senza alcun impegno, ti perdi il meglio. I suoi articoli sono una scoperta”. (ANSA)

ASP 

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