Commento

La vittoria dell’Ufficio Legale di Ossigeno sul caso Aldi

La giornalista fu querelata 14 anni fa e condannata in primo grado per un’intervista. Ha rinunciato alla prescrizione ed è stata assolta in appello a Perugia

Il processo per diffamazione a mezzo stampa alla giornalista Claudia Aldi, assolta dopo 14 anni leggi e assistita dall’Ufficio Legale di Ossigeno, è un caso di scuola.

La vicenda si riassume in poche parole. Nel 2003, ad Arcille, una frazione del Comune di Compagnatico, in provincia di Grosseto, viene scoperto un crimine terribile: il parroco del paese adesca i bambini che frequentano il catechismo e compie abusi sessuali su di loro. La notizia di un prete pedofilo avrebbe sconvolto anche una grande metropoli, avrebbe occupato le prime pagine dei quotidiani nazionali. Figuriamoci quindi l’impatto che il fatto ebbe su quella piccola comunità maremmana di duecento anime.

Claudia Aldi, giovane cronista, fu inviata ad Arcille dal direttore del Corriere della Maremma per occuparsi del caso e pubblicò un reportage di quattro pagine. Raccontò dettagliatamente e con toni encomiastici l’operazione della polizia giudiziaria, che aveva scoperto le gravissime condotte del parroco.

Nell’ambito di quel reportage fu data voce al padre di un bambino, che rilasciò un’intervista mai smentita. Quel genitore, parlando fuori da dal coro, difese pubblicamente il parroco dicendo: “E’ tutto falso. Le indagini sono state vergognose. Hanno messo le parole in bocca ai bambini interrogati. Si è voluto trovare per forza il capro espiatorio”. E ancora: “Mio figlio ha undici anni ed è stato spaventato dai poliziotti e dai carabinieri… Agli interrogatori non era presente neanche uno psicologo”.

Per queste dichiarazioni dell’intervistato, Claudia Aldi è stata querelata da tre agenti della polizia giudiziaria, nemmeno indicati nell’articolo. Fu condannata in primo grado, sia penalmente sia al risarcimento del danno. Secondo il tribunale era colpevole, perché non avrebbe dovuto pubblicare quella intervista e per averla pubblicata non poteva invocare il diritto di cronaca che scrimina (cioè annulla la punibilità per un reato) la diffamazione, posto che – proseguiva il tribunale – le affermazioni dell’intervistato erano palesemente false e la giornalista non le aveva in alcun modo controllate.

Secondo il tribunale che ha condannato, la scriminante non è invocabile quando l’intervistato esprima valutazioni critiche gratuitamente offensive, perché in quel caso l’illiceità della dichiarazione è immediatamente rilevabile dal giornalista, senza neppure l’esigenza di svolgere indagini per verificarne la corrispondenza ai fatti. Tradotto in termini più semplici, secondo il primo giudice il giornalista che raccoglie dichiarazioni potenzialmente offensive dovrebbe astenersi dal pubblicarle, anche in presenza di un indubbio interesse pubblico.

Quella condanna in primo grado si basava su un principio di diritto già superato al momento della sentenza e lo abbiamo dimostrato in appello. Abbiamo anche dimostrato che l’intervistato non diceva il falso. Ma soprattutto, abbiamo convinto la Corte di Appello di Perugia che, anche se l’intervistato avesse detto il falso, comunque la giornalista avrebbe dovuto pubblicare le sue dichiarazioni per l’evidente e intrinseco interesse pubblico delle stesse, elemento che già da solo solleva la giornalista dall’onere del controllo.

Ormai, la giurisprudenza della Corte di Cassazione si è definitivamente attestata su questa posizione di maggiore garanzia nei confronti del diritto di cronaca, in particolare in tema di interviste, stabilendo che la posizione imparziale dell’intervistatore lo rende immune da censure.

In particolare, la Cassazione penale, sez. V, sentenza 22/02/2016 n° 6911, ha affermato che pretendere che il giornalista intervistatore controlli la verità storica del contenuto dell’intervista potrebbe comportare una grave limitazione alla libertà di stampa; e pretendere che si astenga dal pubblicare l’intervista perché contenente espressioni offensive ai danni di altro soggetto noto, significherebbe comprimere il diritto-dovere di informare l’opinione pubblica su tale evento. Tra l’altro, non si può attribuire al giornalista il compito di purgare il contenuto di un’intervista dalle espressioni offensive, sia perché gli verrebbe attribuito un potere di censura  non di sua competenza, sia perché la notizia, costituita appunto dal giudizio non lusinghiero, espresso con parole forti da un soggetto noto all’indirizzo di altro soggetto noto, verrebbe a essere svuotata del suo reale significato.

Parole più chiare in difesa della libertà del giornalista di raccogliere dichiarazioni di interesse pubblico, anche se offensive, non potevano essere pronunciate.

L’avv. Andrea Di Pietro è il responsabile dell’Ufficio di Assistenza Legale di Ossigeno

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