Commento

Sallusti e la parabola del medico, del giudice e del giornalista

Dopo cinque anni e quattro udienze penali, il direttore del Giornale ha fatto notare che lo avevano scambiato con un’altra persona

Un vecchio motto dice che gli errori dei medici sono sotto terra, gli errori dei giudici  in carcere, gli errori dei giornalisti in prima pagina. Ma l’adagio non dice che cosa accade al dottore che non ha saputo curare il paziente, al magistrato che non ha saputo applicare la legge, e al giornalista che ha sbagliato. Lo diciamo noi: ai primi due soggetti non accade pressoché nulla di penalmente rilevante, al terzo tocca la galera. Ne sa qualcosa il giornalista Alessandro Sallusti, finito al centro di una situazione tragicomica, che avrebbe dato a Franz Kafka e a Luigi Pirandello un ottimo spunto per scrivere  un racconto a quattro mani.

Ecco il fatto. Un tribunale sardo ha processato Sallusti  per diffamazione a mezzo stampa, per il reato di omesso controllo su un articolo firmato dal giornalista Luca Fazzo, pubblicato nel 2012. Dopo varie udienze, la pubblica accusa chiedeva per Sallusti sedici mesi di carcere, in quanto direttore responsabile del Giornale .

Non sarebbe stata la prima condanna del genere per Sallusti, come sanno tutti. Degli arresti domiciliari, a cui era stato posto nel 2012 dopo una condanna a 14 mesi di reclusione per reati a mezzo stampa, parlò tutto il mondo e alla fine lo salvò il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, commutando la detenzione in pena pecuniaria.

Ma stavolta, prima che i giudici potessero emettere la fatidica sentenza, l’imputato ha fatto notare che c’era un errore di persona.  Quando fu pubblicato l’articolo di Fazzo, il direttore responsabile del Giornale non era più Sallusti, ma un altro suo collega. In quel periodo – prima della commutazione della pena – Sallusti era agli arresti domiciliari e aveva presentato pubbliche dimissioni dall’incarico. E’ grottesco che ciò sia emerso dopo tanti anni.

E la narrazione kafkian-pirandelliana non si ferma qui. Bisogna aggiungere che gli autori di questa clamorosa svista sono tutti magistrati: il querelante, il pubblico ministero, il Gup, e a questa schiera stava per aggiungersi anche il giudice del dibattimento. Il denunciante è un giudice di Cassazione, il relatore nel processo Sallusti-Cocilovo che portò alla condanna di Sallusti a 14 mesi mesi di carcere. Quando ha querelato non ha controllato la gerenza del Giornale. E non lo ha fatto neppure il suo avvocato. E neppure il magistrato dell’accusa, e tantomeno il giudice che ha rinviato a giudizio il giornalista. L’equivoco è andato avanti fino alla richiesta di condanna a sedici mesi di carcere, che è una condanna pesante e più pesante dell’ordinario. Soltanto a quel punto, con un misto di malizia e ironia, Sallusti ha fermato la macchina della giustizia mettendo sotto il naso dei giudici una carta che era scoperta da cinque anni, fin dall’inizio del procedimento. L’effetto immediato è stata la sospensione del processo. Ovviamente, il procedimento dovrà essere dichiarato nullo e ricominciare daccapo.

E così torniamo al vecchio adagio. Non si perde occasione per rimproverare i giornalisti che non controllano accuratamente i fatti e le circostanze. E quando sono i magistrati a non farlo, che cosa accade?

Se un giornalista danneggia la reputazione di qualcuno commettendo un errore del genere, sia pure senza malizia, evidentemente senza voler diffamare, per la legge ha commesso un reato comunque doloso, cioè intenzionale. Se qualcuno ritiene di essere stato danneggiato per questo, lo fa processare per diffamazione a mezzo stampa e il giornalista rischia una pena fino a sei anni di reclusione.

Si può dire che in questo campo la legge non coincide con la giustizia. Si può querelare per un nonnulla e tenere sotto processo un giornalista per anni anche, con falsi presupposti, come dice il nuovo caso Sallusti.

Ogni anno vengono querelati  5900 giornalisti. Ma poi il novanta per cento dei querelati viene prosciolto o assolto. L’uso strumentale, intimidatorio delle querele è chiaro. Qualcuno dirà che bisogna eccedere perché la reputazione è un bene prezioso e si deve fare di tutto per punire chi la offende. Benissimo. Ma la libertà di una persona che cosa è? Non è un’optional, tant’è vero che chi ne priva un individuo ne deve rispondere penalmente davanti alla legge. E la salute e la vita non sono forse beni primari, assoluti? Eppure il medico che, sbagliando una terapia, danneggia la salute del paziente o addirittura ne causa la  morte, ne risponde per colpa e non per dolo. Perché soltanto il giornalista deve rispondere di dolo anche quando ha commesso un errore in buonafede? Qui ci fermiamo. Soltanto  Kafka e Pirandello potrebbero andare più avanti.

GFM

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Una risposta a Sallusti e la parabola del medico, del giudice e del giornalista

  1. sergio scrive:

    ma sallusti non lo sapeva da subito?
    perché non lo ha riferito immediatamente?

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