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Whistleblower. Entra nel mirino anche chi informa i giornalisti

Lo dicono due episodi di questa settimana. Per tutelare le fonti che segnalano le illegalità c’è un disegno di legge al Senato

Questa settimana Ossigeno per l’Informazione riferisce due episodi di pressioni rivolte non solo nei confronti dei giornalisti e blogger che hanno pubblicato la notizia che ha suscitato così forti reazioni, ma anche nei confronti delle persone che hanno fornito loro le informazioni. Sono gli episodi di Piedimonte Matese (Caserta) e di Bolotana (Nuoro). In entrambi i casi  entra nel mirino la fonte, ovvero le persone che hanno informato il giornalista e il blogger sulle cose che non andavano.

Queste pressioni non sono meno gravi di quelle rivolte ai giornalisti e si verificano sempre più spesso nel mondo dell’informazione. A fronte di notizie sgradite,  quando non si riesce da soli a identificare la fonte, si fa pressione sull’autore dell’articolo per scoprila. Non succede soltanto per i  grandi scandali o complicati intrighi politico-finanziari, ma anche di fronte alla segnalazione di disfunzioni o disservizi che si verificano a danno di semplici cittadini, per i ritardi degli  scuolabus  o per delle tapparelle rotte in una scuola materna.

Sono proprio le segnalazioni dei cittadini che permettono di sapere cosa accade. Perciò a livello europeo si sta cercando di introdurre una tutela rafforzata per queste fonti di informazione sulle  cose che non vanno o che potrebbero avere elementi di illegalità.

In Italia la questione è stata  affrontata solo per la Pubblica Amministrazione con la legge 190 del 2012,   specificata poi con le Linee guida in materia di tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti” emanate dell’Autorità Nazionale Anticorruzione nell’aprile 2015.

Parliamo di quelle figure che in altri Paesi vengono chiamati whistleblower.  Un termine  inglese  che sta per “talpa”, “informatore”, “colui che fa una soffiata”.

C’è anche una proposta di legge votata dalla Camera  nel gennaio 2016 e ora ferma al Senato. Un provvedimento che mira ad allargare anche a chi opera nel settore privato le tutele di colore che  fanno la segnalazione.

Sarebbe un passo in avanti per il contrasto della corruzione e dell’illegalità, ma emerge sùbito un aspetto culturale. Se nei paesi anglosassoni il whistleblower è una figura  ben definita,  una sorta di osservatore interno della legalità e della correttezza,  dalle nostre parti non è così.

Chi riferisce criticità e anomalie, segnalando episodi specifici, vuoi nella pubblica amministrazione che in altri contesti, viene  spesso visto più come un “delatore” o una “spia”,  che come una persona che  compie il suo dovere civico. La cultura dell’omertà, che oggi si manifesta più come la “cultura della fedeltà” (al capo politico, al  superiore, all’azienda), viene prima della cultura della legalità e dei diritti.

Il piano culturale è quindi l’aspetto più importante per far capire che  segnalare cose che non vanno, o che sono potenzialmente illegali, non è solo un diritto, ma un dovere. Sarebbe un passo avanti in un’Italia dove prepotenza, corruzione e malaffare sono ancora largamente presenti

GM

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