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Carcere per diffamazione. A Cosenza spunta un nuovo “caso Sallusti”

Se le condanne a Gabriele Carchidi, direttore di iacchite.com, non saranno annullate, il giornalista finirà agli arresti, come accadde nel 2012 al direttore del Giornale

Il giornalista cosentino Gabriele Carchidi rischia di dover scontare effettivamente una pena detentiva. Se ciò accadrà l’Italia sarà nuovamente sottoposta alla gogna come avvenne nel 2012, dopo l’arresto di Alessandro Sallusti: il nostro Paese venne indicato come uno dei paesi occidentali meno rispettosi della libertà di stampa.

Il direttore del giornale online www.iacchite.com ha subito quattro condanne in primo grado per diffamazione a mezzo stampa, cumulando nell’arco di otto mesi una pena a due anni e mezzo di reclusione, senza il beneficio della sospensione condizionale della pena.

Il giornalista è assistito dall’avvocato Nicola Mondelli. Non è finito in carcere perché ha presentato appello e si attende che la Corte si pronunci su ciascuna delle quattro condanne. Ma che cosa accadrà se queste condanne non saranno annullate? E se nel frattempo ne saranno pronunciate altre dello stesso tenore? Si produrrà un nuovo “caso Sallusti”. O accadrà qualcosa di peggio, vista la recidiva dell’Italia?

Nell’autunno del 2012 l’incarcerazione del giornalista Alessandro Sallusti divenne esecutiva a causa di un cumulo di condanne per diffamazione a mezzo stampa divenute definitive.

Poiché la pena detentiva per i giornalisti colpevoli di diffamazione è tipica dei regimi autoritari che, in questo modo, oltre a punire un singolo operatore dei media, intimidiscono tutti i giornalisti che criticano il potere e così limitano la libertà di informazione, l’arresto del giornalista italiano determinò uno scandalo di proporzioni internazionali. Quell’ondata di riprovazione nei confronti della giustizia italiana fu fermata da un provvedimento di clemenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che commutò la pena detentiva in una multa e, contestualmente, sollecitò il Parlamento ad abrogare una volta per tutte la pena del carcere per questo reato, come richiedono anche e da tempo le maggiori organizzazioni internazionali.

Sono trascorsi oltre quattro anni da allora e quella decisione legislativa non è stata ancora adottata. Le vicende processuali di Carchidi confermano che l’appello del presidente Napolitano è caduto nel vuoto. Eppure, dal 2012 il Parlamento discute una proposta di legge che prevede di abrogare la pena del carcere per questo reato, lasciando la multa quale unica pena irrogabile. Questa proposta è stata votata e approvata già tre volte in formulazioni diverse, ma non ancora nella versione definitiva. Il disegno di legge è fermo in Senato, in quarta lettura e non riesce ad andare avanti per mancanza di volontà politica: perché alcuni settori del Parlamento vorrebbero controbilanciare queste e altre innovazioni positive previste con misure che reintrodurrebbero in altra forma le limitazioni abolite.

Forse il caso Carchidi interromperà questa situazione di stallo. Le condanne inflitte a questo giornalista dicono nel modo più clamoroso che in Italia la pena della detenzione continua a essere irrogata senza remora ai colpevoli di diffamazione a mezzo stampa (un reato in gran parte commesso da giornalisti e non sempre con dolo, come invece prescrive la legge). Il caso Carchidi dice che ciò avviene ancora oggi, nella libera Italia, nonostante tutti gli impegni, e nonostante la giurisprudenza europea consideri la pena del carcere applicabile soltanto nei casi in cui la diffamazione si manifesti sotto forma di incitamento all’odio o alla violenza e, negli altri casi, la consideri sempre sproporzionata, eccessiva, tale da esplicare un effetto raggelante generale sull’esercizio della libertà di stampa. Possiamo fare qualcosa adesso? O vogliamo attendere che una campagna di accuse come quella che investì l’Italia cinque anni fa ci costringa a farlo? Certamente non possiamo fingere di non vedere la valanga di condanne che avanza e che ci costringerà rispondere a queste domande.

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