Commento

Fughe di notizie e Caso Consip. Il fine non giustifica i mezzi

Il commento dopo le perquisizioni e i sequestri dei computer e dei cellulari di giornalisti

La perquisizione a casa del cronista del Fatto Quotidiano Marco Lillo (leggi), pochi giorni dopo il sequestro del telefonino di Federica Sciarelli, effettuata allo scopo di scoprire la fonte che ha rivelato alcuni importanti particolari del fascicolo dell’inchiesta giudiziaria sulla Consip, conferma che in Italia i giornalisti hanno poche e deboli prerogative a difesa del diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni di pubblico interesse e di proteggere le loro fonti fiduciarie. Dimostra che le poche regole a loro favore vengono aggirate facilmente ricorrendo a iniziative machiavelliche e furbesche che forzano i principi cui anche l’Italia dovrebbe attenersi.

Alcune di queste forzature non sono prive di inventiva e possono cogliere alla sprovvista controllori un po’ distratti. Ma altre forzature, come quelle di questi giorni, non possono ingannare nessuno. Sono ben note, in quanto si ripetono da decenni, sono giustificate soltanto dal fine che si prefiggono, suscitano da decenni le stesse proteste e gli stessi richiami alle regole.

Sono forzature ingiustificabili, che la Corte dei diritti umani di Strasburgo non esita a condannare e censurare ogni volta che viene chiamata a giudicarle. Ciò purtroppo può avvenire soltanto a distanza di tempo: dopo circa dieci anni, a babbo morto, cioè quando le forzature e i soprusi compiuti hanno dispiegato tutto il loro effetto strumentale, intimidatorio e censorio a danno di giornalisti che hanno fatto bene il loro mestiere e di lettori che, per effetto di simili iniziative, non hanno più ricevuto le notizie che avevano il diritto di conoscere.

È triste ripetere sempre la stessa solfa per colpa di un Parlamento che, sebbene nel frattempo si è rinnovato più volte, non ha né la voglia né il coraggio di aggiornare le nostre norme borboniche, e per colpa di inquirenti che a quelle norme si richiamano invece di applicare la più moderna e liberale giurisprudenza europea che, a filo di diritto, è immediatamente applicabile, sol che si voglia farlo.

È triste vedere questo immobilismo immutabile e confrontarlo con il dinamismo di altri paesi che affrontano i problemi di petto mano a mano che si presentano. In Germania, ad esempio, nel 2010 di fronte a un caso simile, a difesa dei giornalisti si mobilitò l’intero governo e nel giro di un anno il Parlamento cambiò il codice penale riscrivendo l’articolo 335b per stabilire espressamente (leggi come è andata) che nel caso di violazione del segreto su atti riservati, di natura giudiziaria o di altra specie (in quel caso erano documenti dei servizi segreti) non è perseguibile il giornalista che ne rende noto il contenuto, ma il funzionario pubblico che ha consentito la fuga di notizie venendo meno alla consegna del segreto cui era tenuto da leggi, regolamenti e doveri deontologici. Da noi il fine giustifica i mezzi e la rassegnazione è grande.

ASP

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