Commento

Mafia. Non tocca ai giudici dire se a Roma c’è o no

Alcune riflessioni sul polverone sollevato intorno alla sentenza che ha condannato Carminati e altri imputati a pene pesanti ma senza l’aggravante mafiosa

“E pur si move!”, avrebbe detto Galileo Galilei, lasciando il tribunale dell’Inquisizione dal quale era stato riconosciuto colpevole di eresia e condannato al carcere e a pronunciare l’abiura degli studi e degli esperimenti secondo i quali la Terrà non stava ferma, ma girava intorno al Sole. Galileo fu processato a Roma. Era il 1633. Nonostante quella sentenza, la Terra continuò a girare intorno al Sole.

E’ utile ricordare queste vicende estreme per orientarci in mezzo al polverone sollevato dalle reazioni alla  sentenza che ha condannato Carminati e altri sodali a scontare decine di anni di carcere, ma ha respinto la richiesta dell’accusa di considerare gli imputati componenti di un’associazione per delinquere di stampo mafioso. Il polverone nasce dalla deduzione che a Roma la mafia in questo caso non c’entra e, di conseguenza, non c’è.

È penoso doverlo ricordare: non è la prima volta che la verità giudiziaria non riconosce una realtà effettuale. Accade spesso e per varie ragioni. Non soltanto perché la macchina della giustizia è imperfetta e può sbagliare, ma perché nessuno, neppure una corte di giustizia, può stabilire con apodittica certezza, senza essere contraddetto da altri, che qualcosa sia vero o falso. Di solito il quesito impegna vari soggetti e vari ambiti, ognuno dei quali giudica con i propri criteri. Ed è naturale che possano giungere a conclusioni differenti. Per nostra fortuna non viviamo in un regime che potrebbe impone di aderire alla conclusioni di una corte e di rinnegare le proprie convinzioni. Nella nostra società i fatti esaminati sono veri o falsi in base a criteri di analisi e a valutazioni soggettive e lo sono fino a prova contraria. I filosofi spiegano queste cose dai tempi di Parmenide.

Che cosa deve fare la macchina giudiziaria? Accertare le responsabilità di chi fa torto a qualcuno o al bene comune, individuare il colpevole, punirlo e imporgli la riparazione dei torti. Soltanto accessoriamente i giudici devono stabilire ciò che è vero o falso e devono farlo sempre con procedure formali garantiste che, in caso di dubbio, impongono di non decidere, per evitare al massimo grado il rischio di punire un innocente. Certamente gli accertamenti dei giudici non sostituiscono quelli degli scienziati, degli storici e dei giornalisti.

I criteri garantisti vengono applicati dai giudici al momento di decidere le condanne, le pene e le aggravanti. I giudici di Roma non hanno avuto dubbi sul fatto che gli imputati fossero colpevoli e li hanno puniti molto severamente. Ma al momento di applicare l’aggravante dell’associazione mafiosa proposta dalla pubblica accusa si sono fermati. Nel loro libero convincimento, il dubbio ha prevalso sulla certezza che il metodo impiegato dagli imputati per associarsi fra loro allo scopo di compiere i reati fosse quello mafioso descritto dall’articolo 416 bis del codice penale. L’operato della Corte dice: non ne siamo del tutto convinti e perciò non attribuiamo questa aggravante. La motivazione della sentenza chiarirà questo aspetto. E’ comunque pura speculazione dire che con ciò i giudici hanno dimostrato che a Roma la mafia non esiste.

Anche se ne fossero convinti non tocca a loro stabilirlo, come non toccava all’Inquisizione stabilire se la Terra si muovesse intorno al Sole o stesse ferma. Per non sbagliare, anche i giudici dell’Inquisizione avrebbero dovuto fermarsi davanti al dubbio: la condanna di Galileo non impose alla Terra di fermarsi e agli altri pianeti di girarle intorno. Non cambiò quella realtà e successivamente altri scienziati dimostrarono che Galileo aveva ragione. Dopo 180 anni la chiesa riabilitò Galileo e dopo 359 anni riconobbe che la condanna era stata ingiusta.

Le istituzioni possono negare o contraddire una realtà percepita da altri, possono mascherarla, ma non per sempre, perché prima o poi i fatti si impongono con la forza innegabile dell’evidenza.

Accadrà anche per quanto riguarda l’esistenza della mafia a Roma e non credo che ci vorranno secoli, ma soltanto qualche anno. Anche a Palermo, vera capitale e roccaforte della mafia, è accaduto qualcosa di analogo a ciò che accade a Roma. Fino a poco tempo fa, molti giudici sostenevano che la mafia non esistesse. Era facile perché fino al 1982 il codice non forniva un’identikit di queste particolari organizzazioni criminali. Poi è stato introdotto l’articolo 416 bis, che ha avuto la più ampia e clamorosa applicazione al maxi-processo del 1987. Quel processo ha fatto giurisprudenza, ha messo in circolo un esempio di applicazione di quel nuovo strumento giuridico, ma la capacità di riconoscere queste temibili e camaleontiche organizzazioni criminali ancora non ha permeato la cultura di tutti i giudici italiani. Ci vuole tempo. Ci vuole pazienza. Ma intanto non bisogna smarrire il senso della realtà.

Purtroppo a Roma la mafia c’è. È stato dimostrato soprattutto dalle coraggiose e documentate inchieste giornalistiche di Lirio Abbate, di Federica Angeli e di Giovanni Tizian, e da reportage di altri cronisti che hanno riferito fatti criminali impressionanti che sono veri fino a prova contraria. Proprio in questi giorni Roberto Saviano ha acceso un’altra luce su ciò che accade nella Capitale. Con il dossier “NarcoRoma” ha riferito le prime risultanze delle indagini giudiziarie che mostrano Roma come il più grande hub europeo del traffico di stupefacenti.

Pubblicare inchieste come queste non è facile né esente da rischi personali. Non è un caso che gli autori citati siano costretti da tempo a vivere sotto scorta per difendersi da minacce di morte molto concrete. Non è un caso che in Italia ci siano venti giornalisti sotto scorta e che il 60 per cento di loro viva a Roma. Né è un caso che il Lazio sia la regione con più giornalisti minacciati (il 40%). Né dobbiamo dimenticare che i giornalisti sono testimoni della realtà prima e ancor più dei giudici e che la parola mafia e la parola informazione sono in antitesi assoluta. Se vogliamo sapere cosa accade veramente intorno a noi dobbiamo proteggere e difendere i giornalisti che raccontano i fatti e dobbiamo opporci ai tentativi di denigrarli e di svalutare il loro lavoro quando le informazioni che ci hanno fornito e le loro interpretazioni dei fatti non ottengono il suggello di una sentenza.

ASP

Licenza Creative Commons I contenuti di questo sito, tranne ove espressamente indicato, sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CHIUDI
CLOSE