La dissolvenza dei fatti | Intervento Ivan Franceschini

Ivan Franceschini,
redattore Cineresie

Di fronte a storie come queste, io, che sono corrispondente da Pechino di un’agenzia fotografica italiana, posso dire che noi giornalisti stranieri in Cina, in qualche modo siamo privilegiati, perché abbiamo delle difficoltà di accesso alle fonti, rischiamo di essere espulsi, ma poi noi ad un certo punto ce ne andiamo, viviamo nella comunità solo per un certo periodo. Quindi il giornalista straniero in Cina bene o male è sempre un privilegiato.

Per quanto riguarda il confronto fra Cina in Italia: io la prima volta che sono arrivato in Cina, nel 2006, mi sono stupito, a modo mio, del giornalismo investigativo in Cina, di quest’apertura. Il mio primo articolo, per esempio, è stato pubblicato da un giornale cinese, ed era un’indagine sul lavoro forzato nelle fornaci clandestine di mattoni. Per me è stata una grande soddisfazione aver trovato questo spazio, quando poi da noi la stampa cinese viene sempre descritta in termini di censure.

Il punto è: che cosa sta succedendo in Cina? C’è una tendenza all’ottimismo, ci sono spazi sempre maggiori sui media, anche se dopo le Olimpiadi, invece che andare verso un clima di maggior apertura, che era quello che ci si poteva aspettare, gli spazi di dibattito si sono ristretti. Ad esempio dopo il premio Nobel nel 2010 a Liu Xiabo, e nel febbraio del 2011 con le rivoluzioni arabe.

Nel momento attuale ci sono segni di miglioramento, in particolare dopo l’incidente ferroviario di Wenzhou, che in qualche modo ha riavviato un dibattito sui giornali cinesi, che hanno ricominciato ad essere attivi e critici.

Noi nel caso cinese enfatizziamo sempre la censura, ma non è il fenomeno più importante, perché la notizia non può più essere cancellata, nascosta. Questo l’hanno imparato i cinesi nel 2008, con i disordini in Tibet, che hanno provato in tutti i modi a rimuovere, senza riuscirci.

Da allora hanno adottato una nuova strategia, chiamata “Guida dell’opinione pubblica”, che è manipolazione, compiuta in maniera consapevole ed intensiva dalle autorità.

Sui media cinesi prevale la manipolazione, non la censura. E questo è molto più pericoloso della censura. Perché è sempre più difficile distinguere la propaganda dalla notizia. Si tratta di confondere le acque, di dare notizie discordanti, si tratta proprio di guidare l’opinione pubblica in una certa direzione: il Partito non è ingenuo come in passato, ha imparato dai suoi errori.

Quindi abbiamo la censura, la manipolazione, l’intimidazione: sono tre componenti differenti del panorama mediatico in Cina oggi.

Il punto è che con questa enfasi sulla manipolazione i cinesi oggi in realtà non sanno più cosa credere, c’è molto scetticismo, anche con l’ascesa di internet. Purtroppo, oltre alla mobilitazione, alla lotta dal basso, spesso si rivela funzionale anche alle strategie del Partito, quindi è un discorso da affrontare con molta prudenza.

La situazione in Cina rimane drammatica, ma lo è meno molto meno di quanto non venga dipinta spesso, è molto più sfaccettata, più complessa. Allo stesso tempo, noi prima di far la morale ai cinesi, dovremmo guardarci in casa.

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