Rapporto 2006/2009

Rapporto 2006/2009. Reportage in Sicilia

Il reportage di Luciano Mirone – Rapporto Ossigeno 2006/2009

Gli otto giornalisti uccisi in questa regione in quarant’anni sono soltanto la punta dell’iceberg. Nella terra in cui tanti «portatori di verità» vengono soppressi per aver condotto un’inchiesta o per aver semplicemente scritto un articolo, certamente la democrazia è debole. Lo sa bene chi ha raccolto il testimone di impegno degli otto colleghi assassinati e facendo quotidianamente il proprio dovere si trova di fronte a ostacoli, a un dramma di cui non si ha la chiara percezione. Sì, perché in Sicilia non esiste solo un giornalismo che muore di lupara. Esiste un giornalismo fatto di ordigni inesplosi, pneumatici tagliati, automobili date alle fiamme e bossoli recapitati a casa, vetri infranti e di cazzotti in bocca, sputi in faccia e lettere anonime, querele per diffamazione e richieste di risarcimento pazzeschi, mancate tutele sindacali e bollette non pagate, cronisti sotto scorta e ridotti in povertà, sfruttamento e solitudine.

«È più facile fare il giornalista a Kabul o a Bagdad che a Palermo», ha detto in un recente convegno Attilio Bolzoni, reporter di punta de «la Repubblica» che negli Anni Ottanta, mentre era cronista a Palermo, assieme al collega Saverio Lodato de «l’Unità» si fece alcuni giorni in carcere per avere pubblicato una notizia.

Una realtà, quella siciliana, di cui si parla poco, solo quando scoppia il caso clamoroso, ma che nell’isola è presente con una sindrome non sempre facile da descrivere e da spiegare.

La domanda è: fino a che punto si può fare informazione libera in una regione difficile come la Sicilia, dove la mafia condiziona pesantemente buona parte della vita politica, sociale ed economica, e dove gli editori non sempre stanno dalla parte dei giornalisti? Abbiamo cercato di rispondere parlandone con cronisti di varia estrazione e orientamento, ascoltando chi subisce minacce, anche chi non è «contrattualizzato» e chi non è iscritto all’Ordine professionale. Una condizione, quest’ultima, molto diffusa nell’Isola. Anzi, spesso sono proprio loro, i giornalisti che lavorano «in nero», a tirare la carretta della cronaca locale, a trovare le notizie sul territorio muovendosi a diretto contatto con le fonti. Sono tanti i «negri» dei giornali che vivono di lavoro precario e di notizie pagate pochi spiccioli, che sognano un tesserino professionale spesso irraggiungibile.

Abbiamo ascoltato anche alcuni giornalisti «anomali», transfughi e ribelli in fuga dal giornalismo ufficiale, che hanno fondato giornali, blog, emittenti locali con il proposito di veicolare informazioni che altri media lasciano inedite. Voci deboli ma paradossalmente forti al tempo stesso. Deboli perché dietro di loro non ci sono editori condizionati da certi interessi. Forti perché possono contare sull’unica cosa che consente di dire ciò che altri non dicono: la libertà. È emerso un quadro drammatico ma per certi versi edificante perché, malgrado i grossi problemi da affrontare, non sono pochi i giornalisti che con tenacia e abnegazione proseguono la battaglia per una informazione autenticamente libera.

C’è la storia di Lirio Abbate, cronista giudiziario e di nera dell’Ansa, che da due anni vive sotto scorta per avere dato, attraverso l’agenzia di stampa per la quale lavora, notizie ben informate su alcuni affari di mafia, e per aver pubblicato assieme a Peter Gomez, giornalista di Milano de «L’espresso», il libro-inchiesta «I complici», in cui si spiega lucidamente, sulla base delle carte processuali, come e grazie a chi è stato possibile al capo dei capi Bernardo Provenzano prolungare la latitanza per quarant’anni e fare affari con altri componenti di Cosa Nostra collegati a politici siciliani di entrambi gli schieramenti. Nel maggio 2007, grazie alle intercettazioni telefoniche, la polizia ha sventato un attentato in preparazione ai suoi danni. Lirio ha lasciato Palermo per qualche mese. A settembre, tornato in Sicilia, è stato bersaglio di un altro attentato dinamitardo sventato in extremis. Malgrado questo, ha deciso di restare nella sua città continuando a scrivere delle cose sgradite ai boss. Il 4 ottobre è Leoluca Bagarella in persona a fargli pervenire un messaggio preciso. Succede mentre il capomafia corleonese – assoggettato all’isolamento speciale del 41 bis – è sotto processo per omicidio. In aula si cita in un contesto minaccioso una notizia che il cronista Abbate ha dato in esclusiva qualche ora prima attraverso l’Ansa: lo scambio degli anelli nuziali fra lo stesso Bagarella e il boss catanese Nitto Santapaola per sancire la nuova alleanza in carcere. Come avrà fatto dal 41 bis a seguire il notiziario dell’Ansa.

Lirio è un cronista di razza e un giornalista coraggioso ma sulle sue vicissitudini personali preferisce sorvolare: «Sono cose personali che mi addolorano e che preferisco non pubblicizzare. A chiarire i fatti ci penserà la magistratura. Io continuo a fare un lavoro che in Sicilia fanno quotidianamente decine di colleghi perbene: raccontare i fatti per quello che sono, senza la pretesa di fare gli eroi ma semplicemente con la voglia di fare il proprio dovere».

C’è la storia di Pino Maniaci di Partinico (Palermo) – attualmente sotto tutela della polizia – direttore di Telejato, una emittente che quest’anno festeggia i dieci anni di trasmissioni: nei suoi editoriali, mandati in onda nel corso dei telegiornali, Pino intercala i discorsi in italiano con battute in dialetto. E buca il video. Da un decennio il Tg di Maniaci – in cui sono coinvolti come giornalisti e cameraman la moglie e i due figli – registra altissimi indici di ascolto, viene visto dagli abitanti della zona (San Giuseppe Jato, San Cipirrello, Terrasini, Corleone, tutti centri ad altissima densità mafiosa, ma anche da fuori mediante il sito www.telejato.it) come un appuntamento quotidiano, come un «luogo» dove si dicono le cose che gli altri non dicono, le sentenze dei processi, le battaglie contro la distilleria più inquinante d’Europa, i nomi che nessuno osa pronunciare. Per esempio quello di Vito Vitale, potente boss di Partinico alleato con i corleonesi, il cui rampollo primogenito, lo scorso anno, mentre Pino era fermo al semaforo, lo prese a cazzotti perché si era permesso di dire ciò che a Partinico sanno anche le pietre: che i Vitale sono mafiosi. Un occhio pesto e alcuni giorni di prognosi. Un avvertimento, un monito nel caso in cui qualcun altro dovesse mettersi strane idee in testa. Che lo scriva un giornale del Nord passi, ma che lo dica una televisione dello stesso paese, per giunta con quel tono beffardo, è un affronto che non può restare impunito. «Noi facciamo quello che dovrebbero fare tutti i mezzi di informazione», dice Maniaci, «cioè semplicemente informare. In questi dieci anni abbiamo avuto una quarantina di volte le gomme della macchina tagliate, i vetri della macchina fracassati da spari, minacce telefoniche, lettere intimidatorie ». Del resto Telejato ha uno slogan: «La lotta alla mafia senza se e senza ma». I mafiosi non gradiscono e si incazzano come bestie. Pino va avanti come un treno. Anche a lui qualche benpensante dice: ma chi te lo fa fare? «Faccio questa battaglia per dare un contributo al riscatto della nostra terra. Mi vergogno quando esco dalla Sicilia e mi sento dire: siciliano? Mafioso! Ci siamo beccati 277 querele ma andiamo avanti. Certo, c’è da scoraggiarsi quando i siciliani continuano a votare Salvatore Cuffaro o Marcello Dell’Utri, condannati per mafia. Ma l’informazione serve a formare le coscienze, e noi vogliamo fare questo». E poi: «Non facciamo televisione per fare soldi: per noi è una missione, facciamo il nostro lavoro non guardando se ci perdiamo, se ci guadagniamo, se ci rimettiamo di tasca, se oggi mangiamo il panino o se non riusciamo a dormire per il gran lavoro che c’è. I problemi economici ci sono e non sono pochi: ci sono mesi in cui non riesco a pagare la bolletta della luce o del telefono». Tutta la tua famiglia è d’accordo o qualcuno preferirebbe cambiare vita?

«L’anno scorso», risponde Maniaci, «quando subii l’aggressione, ho detto a mia figlia di allentare un poco, di mollare, di andarci piano. Mi rispose: “Vai a riposare che ci pensiamo noi”. Buon sangue non mente, stiamo andando avanti e andremo avanti». Storie di minacce e di intimidazioni che si ripetono – seppure con sfumature e accenti diversi – da un capo all’altro dell’isola.

Come i segnali arrivati a Dino Paternostro e al trapanese Aldo Virzì (gomme tagliate), quest’ultimo letteralmente scomparso dalle colonne del quotidiano catanese «La Sicilia» dopo anni di approfonditi reportage sulle collusioni fra mafia, politica, massoneria e servizi segreti che nel trapanese hanno sempre avuto un ruolo centrale, specie nel delitto del giornalista Mauro Rostagno.

A Trapani questo ruolo oggi è svolto da Rino Giacalone, cronista de «La Sicilia» che quotidianamente denuncia il verminaio di una città che, per la sua posizione strategica, si trova al centro di interessi colossali, dal traffico di armi e droga ai comitati di affari.

Cronache che per importanza spesso travalicano i confini locali ma che stranamente vengono relegate nelle pagine trapanesi del quotidiano, non dando la possibilità al resto dei siciliani dileggerle. In compenso le inchieste di Rino Giacalone vengonopubblicate su siti internet di successo, «Articolo 21» e «LiberaInformazione». Un suo recente intervento ha fatto rumore e lo ha contrapposto a Vittorio Sgarbi, neo sindaco di Salemi, grandeassertore della tesi, ripresa con grande enfasi da giornali e tivù nazionali, secondo la quale «in Sicilia la mafia non esiste dopo l’arresto dei grandi boss». La teoria è stata confutata da Giacalone in un articolo pubblicato sul sito di «Libera Informazione» che ha scatenato le ire del primo cittadino di Salemi, il quale in una conferenza stampa ha dichiarato che chi scrive queste cose è mafioso. Giacalone ci ha visto un tentativo di intimidazione e ha ottenuto la solidarietà dei colleghi. «È un fatto assolutamente notorio», dice il cronista, «che Sgarbi abbia vinto le elezioni grazie ai voti di Pino Giammarinaro, definito dal critico d’arte “una delle menti eccelse della politica siciliana”. Giammarinaro, deputato regionale eletto dal ’91 al ’96 grazie ai 50mila voti con cui sbaragliò i vecchi notabili democristiani, è stato capo indiscusso degli andreottiani in provincia fino agli anni Novanta. In quel periodo fu costretto a darsi alla latitanza fra la Croazia e la Tunisia per sfuggire a un mandato di cattura. Nel corso del dibattimento entrarono in vigore le norme sul giusto processo: i pentiti che lo avevano accusato si avvalsero della facoltà di non rispondere e Giammarinaro fu assolto. Poco tempo dopo gli venne applicata la misura di sorveglianza speciale per quattro anni. La Commissione parlamentare antimafia, venuta in provincia nel 2005, lo individuò come uno dei responsabili delle disfunzioni della sanità trapanese per i suoi presunti legami con la mafia. È notoria l’indagine in corso della Dda di Palermo su infiltrazioni di Cosa Nostra nella sanità che passerebbero proprio da lui. Come si fa a dire che la mafia non esiste se recentemente, attraverso un’operazione antimafia, è stato scoperto un gruppo di imprenditori che gestiva i fondi della legge 488? Dicendo che la mafia non esiste, quale messaggio si vuole lanciare? Questo ho scritto e per questo sono stato definito mafioso».

Il caso di Rino Giacalone è interessante perché fa capire quali sono i rischi peculiari di chi fa informazione locale. Innanzi tutto quello del condizionamento che in un ambiente piccolo è più forte. «Vivendo in un piccolo centro di provincia», afferma Lirio Abbate, «se sei un cronista prima o poi devi scrivere di qualcuno, che magari è il sindaco in carica, che ha preso una tangente, del mafioso che è stato arrestato, dell’estortore che ha chiesto il pizzo al negozio. Magari qualcuno è anche tuo vicino di casa e quando ti incontra al bar ti dice: “Dottore! Glielo posso offrire un caffè?”. È difficile parlare con assoluta franchezza di queste persone vivendoci accanto, e quando gli editori ti pagano da uno a tre euro a pezzo. Con compensi del genere si fa una vita precaria e si è sempre sul punto di essere emarginati».

Se si approfondisce l’argomento si scopre una situazione davvero al limite del surreale. «Una delle piaghe del  giornalismo siciliano », seguita Abbate, è il precariato: «Molti cronisti non percepiscono uno stipendio, sono pagati “a pezzo”, per racimolare un gruzzolo che consenta loro di sopravvivere sono costretti a produrre quantità enormi di articoli. Purtroppo la situazione contrattuale permette agli editori di spremere come un limone chi vuole avviarsi alla professione e anche chi è già avviato, o addirittura chi è laureato in giornalismo; i compensi così bassi e la perenne precarietà rendono più difficile, quasi impossibile opporre un rifiuto alla richiesta di nascondere questa o quest’altra notizia o di darla in modo superficiale. Ci vorrebbe un contratto diverso e una attenzione maggiore verso i giovani cronisti che stanno dentro le redazioni, specie da parte degli ispettori del lavoro. Avremmo giornalisti più garantiti e una informazione migliore. Non so se il sindacato si sia mai reso conto che ci sono redazioni piene di precari e cronisti che si alzano alle cinque del mattino e hanno come primo scopo quello di piazzare quanti più articoli per sbarcare il lunario. Non voglio dare colpe, però il dato di fatto è questo: ci sono testate che sfruttano moltissimo i collaboratori». Ma cosa succede nelle redazioni dei giornali siciliani quando si deve gestire una notizia particolarmente delicata? Non se ne parla apertamente, ma i problemi esistono e ogni tanto affiorano, come rivelano alcune recenti vicende.

Al «Giornale di Sicilia» di Palermo il 30 dicembre 2007 la redazione ha scioperato, come ha spiegato il Comitato di Redazione, «contro la censura preventiva della direzione che ha impedito la pubblicazione, con un giorno di anticipo rispetto al concorrente (“la Repubblica”, n.d.r.), di una notizia certa e verificata sulla collaborazione con la giustizia di un uomo d’onore del clan Lo Piccolo ». L’autore dell’articolo aveva accertato la fondatezza della notizia sulle rivelazioni del «pentito», aveva altresì accertato che non avrebbe messo a rischio l’incolumità di alcuno. Questo non era stato considerato sufficiente dalla direzione del giornale, che aveva chiesto come garanzia di correttezza «un virgolettato ufficiale a corredo del pezzo» da parte della fonte confidenziale, che uscendo allo scoperto avrebbe commesso un reato. «Tuttavia lo stesso giorno e anche nei giorni successivi – faceva notare il Comitato di Redazione – la direzione ha autorizzato la pubblicazione di altre notizie formalmente e giuridicamente ancora coperte dal segreto istruttorio, solo perché erano state pubblicate da altri organi di informazione». Il giornale concorrente, «la Repubblica», pubblicò la notizia in esclusiva ma per quella pubblicazione subì una perquisizione giudiziaria che bloccò l’attività della redazione per qualche giorno.

Alla Rai di Palermo, nel gennaio 2008, ha fatto discutere il tono «minimalista» con il quale alcuni cronisti hanno dato la notizia della condanna a cinque anni di reclusione inflitta all’ex presidente della Regione Totò Cuffaro. Qualche settimana dopo Cuffaro fu costretto alle dimissioni e fu sospeso dalla carica di deputato regionale dall’allora governo Prodi. La condanna a Cuffaro fu presentata dal Tg regionale come una vittoria dell’imputato perché, invece di essere condannato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, gli fu dato il favoreggiamento semplice.

Alla «Gazzetta del Sud» di Messina, a gennaio, la proprietà ha citato in giudizio per danni il giornalista Filippo Pinnizzotto, chiedendogli di rimborsare all’azienda la somma pagata a seguito di una condanna per diffamazione per un suo articolo pubblicato nel 2000. La redazione ha protestato unanimemente.

A «La Sicilia» di Catania l’ultimo caso eclatante è stato registrato lo scorso ottobre, quando il giornale ha pubblicato in evidenza e senza commento la lunga lettera di un detenuto mafioso sottoposto al regime di isolamento speciale, una missiva che contiene frasi ambigue e probabilmente minacciose. La lettera è di Vincenzo Santapaola. Il quotidiano – che non ha ritenuto di spiegare al lettore chi è costui e perché si trova in galera – l’ha pubblicata sotto la testatina «Lettera dal carcere». Il titolo: «Santapaola jr.: contro di me pregiudizi perché porto un nome pesante», e un distico di tre righe: «Vincenzo Santapaola, 38 anni, il maggiore dei figli di Benedetto Santapaola, ci invia da un carcere del Nord Italia, dove si trova al 41 bis, questa lettera».

Episodi indicativi del clima pesante che a volte si respira nelle redazioni dei tre maggiori quotidiani dell’Isola. Chi ha preso atto della situazione e ha rifiutato questo mondo fatto di precarietà e di subordinazione è il giornalista e storico ragusano Carlo Ruta, che non è iscritto all’Ordine e si è impegnato in una attività di documentazione su internet pubblicando alcune inchieste esplosive sui poteri forti: alcune vicende della Banca agricola popolare di Ragusa, della Banca Antonveneta, i retroscena delle indagini per un omicidio compiuto a Ragusa di cui si era occupato il giornalista Giovanni Spampinato, ucciso nel 1972; e inoltre la mafia di Vittoria e di Gela, i discussi rapporti finanziari fra la Sicilia e le regioni del Nord Est, il caso dell’immobiliarista Danilo Coppola. «Nel 2004 il mio sito www.accadeinsicilia.it fu oscurato dalla Procura della Repubblica dopo una inchiesta esplosiva sull’Antonveneta. A quel punto decisi di crearne un altro registrandolo in America. Si chiama www.leinchieste.it Non può essere più chiuso perché non è un sito italiano. In Italia chi fa informazione libera attraverso i web corre dei rischi notevoli, quello dell’oscuramento ma anche quello di essere accusato di stampa clandestina. Così, per evitare tutto questo, ho registrato il sito all’estero. Una volta», seguita Ruta, «si andava incontro a intimidazioni di tipo mafioso, oggi chi tira fuori notizie sgradite è sottoposto a un logorio più sottile: l’intimidazione può arrivare attraverso mezzi legali come la querela per diffamazione. Finora ne ho subite ventisette, sono stato assolto venti volte, altri sette processi sono in corso». Carlo riesce a mantenere la famiglia e i figli all’università. Come? «Scrivo libri-inchiesta e li vendo mediante la mia piccola casa editrice: finora i miei volumi hanno avuto successo. Questo mi permette di campare, ma le difficoltà sono enormi».

Riccardo Orioles è un giornalista che vive fra Catania, Roma e Milazzo (suo paese d’origine). Da tanti anni denuncia le contraddizioni del giornalismo siciliano. Fondatore nel 1982 della rivista «I Siciliani» assieme al direttore storico Giuseppe Fava (ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984) e a una dozzina di giornalisti, Orioles si è sempre contraddistinto per le battaglie sulla libertà di informazione (fondando successivamente a Roma il settimanale «Avvenimenti» e a Catania la rivista «Casablanca», entrambi chiusi dopo anni di impegno). Da dieci anni, da giornalista iscritto all’albo dei professionisti, presta la sua firma «a distanza» come direttore responsabile di Telejato a Pino Maniaci, che non ha la tessera di giornalista. È lui che risponde legalmente delle 277 querele presentate contro la Tv di Partinico. «Me la cavo anche perché ho 60 anni compiuti», spiega Orioles, «e bene o male sono conosciuto, ma ci sono tanti bravi giornalisti formatisi ne “I Siciliani” che ormai per campare fanno lavori di ripiego, come quello di cameriere occasionale. Eppure continuano a credere in questo mestiere. La disgrazia vera è che a Catania è stata eliminata una generazione di reporter. Io ho cominciato prima di loro e sono sopravvissuto, ma altri che fanno benissimo questo mestiere sono stati espulsi dal mondo giornalistico».

Un altro che a Catania continua a resistere fra problemi di ogni tipo è Marco Benanti, quarantenne free lance, che scrive per piccole testate locali. Benanti è uno dei giornalisti catanesi maggiormente invisi al potere per le inchieste che svolge. «In questa città », afferma, «le condizioni di base sono quasi tutte alterate. Non c’è un mercato libero, non ci sono delle regole, non ci sono degli organi che tutelino chi si espone, non c’è una giustizia degna di tal nome. E poi c’è una condizione sociale di grande degrado».

Anche Marco ha una storia da raccontare: «Dato che come free lance si guadagna poco e niente, nel 2004 decisi di cercarmi un lavoro da conciliare con il giornalismo: scaricatore di merci presso la base Nato di Sigonella, 900 euro al mese. Contemporaneamente dirigevo un giornale on line (“L’erroneo”) in cui, oltre a fare le inchieste sul sistema politico-mafioso, si denunciavano le infiltrazioni della mafia a Sigonella, e gli errori della politica americana a livello internazionale. Per il periodo in cui lavorai nella base ovviamente mi astenni dal parlare di questi argomenti, ma ad altri cronisti – siccome il sito è assolutamente libero – non potevo vietare di fare altrettanto. A un certo punto la ditta decise di non rinnovarmi il contratto. Su un gruppo di otto operai, l’unica persona licenziata fui io. Ho fatto una causa di lavoro e l’ho persa, adesso si farà l’appello, ma in udienza è emerso che ero stato mandato a casa perché ritenuto un giornalista sgradito al governo americano. Da allora continuo a fare il free lance sottopagato e mortificato. Mi auguro di vedere un giorno il sindacato dei giornalisti che faccia qualcosa di serio per tutta la categoria.

In Sicilia ti ammazzano anche con la calunnia, con la denigrazione, col silenzio, e nessuno ti difende».

Poi c’è Graziella Proto, anche lei catanese, una laurea in Biologia e una brillante carriera di ricercatrice all’università. All’inizio degli Anni Ottanta, lasciò il mondo accademico per fare la giornalista ne «I Siciliani». Dopo il fallimento giudiziario del giornale, è stata una di quelle persone che hanno pagato un conto salato l’impegno antimafia: decine di milioni da saldare e i mobili pignorati dall’ufficiale giudiziario. Eppure non ha mai recriminato, ha pagato i suoi debiti in silenzio e invece di rintanarsi nel privato, ha continuato tenacemente le sue battaglie. L’ultima è stata quella di «Casablanca», di cui è stata editore e direttore(anche lei senza tessera di giornalista; il responsabile era Orioles). «Casablanca ha chiuso perché non ha ricevuto la pubblicità che le era stata promessa: il governo di centrosinistra non ha applicato le leggi sul finanziamento pubblico dei giornali. Eppure il diritto ad informare è sancito dalla Carta costituzionale. Non pretendevo gli spazi che si danno a “la Repubblica” o a “L’espresso”, ma se mi tocca una briciola la pretendo. Tutti mi dicevano: “Bellissimo questo giornale, uno strumento indispensabile per la lotta alla mafia. Faremo la pubblicità istituzionale, ci conti”. Ancora aspetto. Ho scoperto che nei ministeri non esiste un ufficio o un funzionario preposti a ricevere una richiesta del genere. Resistere due anni in queste condizioni è stato un grosso successo. Non mi sembrava il caso di continuare ad indebitarmi e ho chiuso bottega, l’antimafia non è una cosa personale, è di tutti. Ho ipotecato la mia pensione per 9 anni. Prendo 180 euro al mese, con il resto pago i debiti».

Perché succede tutto questo, in Sicilia, dove molte notizie non arrivano all’opinione pubblica? Orioles risponde con un’amara considerazione: «Perché la società siciliana è debole, non è occidentale », risponde Orioles. «Non c’è mai stato un editore vero, che so, un “Corriere della Sera”, un Gruppo De Benedetti. E non c’è mai stata una sinistra vera. Per non parlare dell’Ordine dei Giornalisti e del sindacato, inesistenti da decenni. A Catania, per esempio, entrambe le categorie sono rappresentate da persone che lavorano alle dipendenze di Mario Ciancio».

Mario Ciancio. Non è un nome pronunciato a casaccio e non è solo un nome. È un caso editoriale che fa molto discutere. Nel capoluogo etneo, ma non solo – attraverso «La Sicilia» e le tre emittenti televisive più potenti della regione – Ciancio detiene il monopolio pressoché assoluto dell’informazione. Secondo un coro unanime, chiunque – specie del mondo politico – voglia avere visibilità, deve rivolgersi a lui, allo «zio Mario» (come lo chiamano affettuosamente in redazione). Il quale non fa soltanto l’editore: costruisce alberghi in zone inedificabili (come è successo a Taormina); è proprietario di fondi agricoli che in Consiglio comunale diventano commerciali in una notte; è impegnato in vari settori dell’imprenditoria privata: dall’edilizia all’agricoltura. Fra l’altro, negli ultimi anni il suo giornale si è distinto in una campagna martellante a favore della costruzione del Ponte sullo Stretto. Ciancio è da tempo criticato perché, sia detto solo per ricordarlo, nel suo stabilimento vengono stampati diversi quotidiani nazionali, fra cui il «Corriere della Sera» e «la Repubblica» e di quest’ultima testata si stampa anche il supplemento siciliano, che però viene distribuito solo in sei province dell’isola, mentre in altre tre (Siracusa, Ragusa e Catania) l’inserto non arriva.

Il caso viene citato spesso come esempio di accordi che limitano la libera circolazione dei mezzi di informazione e la pluralità delle voci. Pare che fra l’editore catanese e il gruppo Espresso-Repubblica – di cui Ciancio è azionista di minoranza di un certo peso, al punto da risultare determinante affinché le testate di De Benedetti, nel 1988, non finissero nelle mani di Berlusconi – si stabilì un accordo a favore di Ciancio che prevedeva la stampa del quotidiano romano negli stabilimenti dell’imprenditore siciliano, con la clausola che a Catania, Siracusa e Ragusa si vendesse solo l’edizione nazionale. In virtù di questo patto, fra l’altro, fu accantonato il progetto di aprire a Catania una redazione de «la Repubblica» che avrebbe dato alla città etnea una voce distinta da quella de «La Sicilia». Da allora «la Repubblica» fa le pagine regionali a Palermo. Da alcuni mesi c’è stato un piccolo cambiamento: il giornale diretto da Ezio Mauro con il supplemento siciliano si può comprare nelle edicole della stazione ferroviaria e dell’aeroporto di Catania. Una piccola apertura che non scalfisce il potere di Ciancio sulla città ma è il segno, dice qualcuno, che qualcosa sta cambiando.

Di episodi su Ciancio e sul suo giornale se ne potrebbero raccontare a bizzeffe. Per esempio la censura assoluta dell’attività svolta dall’europarlamentare Claudio Fava (fondatore anche lui

de «I Siciliani») che anche quando svolge attività di interesse pubblico rilevante subisce l’ostracismo sulle pagine del quotidiano e sugli schermi delle emittenti del gruppo. L’ultimo episodio della serie ha del grottesco: lo scorso 5 gennaio il parlamentare europeo ha organizzato a Catania un convegno per ricordare il venticinquesimo anniversario dell’omicidio del padre. Sul giornale è uscito un resoconto con una foto visibilmente tagliata che ritrae tre dei quattro relatori. Il quarto, Claudio Fava, è stato cancellato dalla foto, è rimasto solo un ginocchio.

Fra i mali che affliggono i molti cronisti siciliani non rassegnati a piegare la schiena a logiche di interesse e di potere, ci sono l’isolamento e la solitudine. E anche un senso di frustrazione che spinge a non parlare di queste cose. Cose che hanno riflessi sulla libertà, sul pluralismo e sulla completezza dell’informazione e hanno anche un costo umano molto alto. Anche di questo, per pudicizia e per un malinteso senso di vergogna, si preferisce non parlare.

Bisogna rivolgersi a un bastian contrario irriducibile e generoso come Orioles per avere una testimonianza umana che dà l’idea di cosa può significare navigare controcorrente. «L’isolamento, l’emarginazione» – spiega Orioles – «sono cose che uno rimuove. Sei costretto a vivere una vita che non è completamente umana, non è bella. Ho molte consolazioni. Gli amici, il lavoro, la consapevolezza di quello che sto facendo, una donna come Antonella, la mia compagna, che l’estate scorsa, senza neppure accusarmi, ha detto: “Sì, però noi non ci siamo fatti una famiglia!”. È così, non abbiamo vissuto come avremmo voluto i nostri venticinque anni insieme. Questo è il costo umano. È una cosa tremenda. Nessuno ci fa una fiction, ma è la chiave di tutto».

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