Rapporto 2006/2009

Rapporto 2006/2009. Una cronista nella zona grigia

L’approfondimento di Angelo Agostini su Rosaria Capacchione- Rapporto Ossigeno 2006/2009

Che sia terra di contrasti è ovvio. Scendi alla stazione, il giardino all’inglese di fronte alla Reggia è transennato. Frecce gialle indicano le direzioni pedonali, mentre le auto sfrecciano dappertutto. Truppe di migranti si mescolano agli studenti nell’attesa dei bus. La Reggia è un incanto, ma l’ala destra è fatiscente. È stata una caserma. Ora c’è un parcheggio. Se vuoi saltare la gimcana delle transenne, per arrivare all’ingresso principale, devi passare proprio per le macchine accatastate. Poi, di là, una volta entrati, la magnifica cortesia degli uomini del Sud ti concede anche il privilegio di una visita guidata, tutto da solo, con un funzionario che ne sa più dei libri che ha studiato (grazie, a proposito). I saloni reali, le ricostruzioni dopo la Guerra, dopo che tedeschi e americani ne avevano fatto quartiere generale, gli ultimi tocchi per quel G8 famoso di allora, quello di Napoli e dell’avviso di garanzia, Berlusconi presidente ieri come oggi. E il parco di dietro, dopo le volte di Vanvitelli. Tre chilometri andare, altrettanti a tornare, con tutte le sue piscine, le cascate, i delfini di travertino. Sulla mappa della città fa un terzo dell’agglomerato urbano.

Caserta, accidenti. Il Sud, accidenti. È possibile che la prima cosa che salta all’occhio siano sempre le contraddizioni? C’è un corso che dovrebbe essere pedonale. Giovani e coppie mature lo passano in auto per vedere le vetrine. Non è che passino soltanto. Si fermano, s’accostano, magari scendono. Entrano, due acquisti e poi di nuovo in macchina, lasciata rigorosamente col motore acceso.

Quisquilie, bazzecole, pinzillacchere? Bah. C’è la scia di sangue, per esempio, un poco più pesante della maleducazione stradale. Il 2 maggio 2008 a Casal di Principe ammazzano Umberto Bidognetti, padre del pentito Domenico. Il 16 viene accoppato il titolare di una scuola guida, Domenico Noviello, aveva denunciato gli estortori. Il 1° giugno è la volta di Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti. l’11 luglio tocca a un altro che non voleva pagare pizzo, Raffaele Granata, imprenditore balneare. Il 18 agosto non ci scappa il morto, «solo» una sventagliata di mitra contro la casa di un nigeriano Teddy Egonwman che si batte contro la prostituzione. Un mese dopo un altro morto ammazzato, è Antonio

Celiento esattore dei clan, pare non proprio fedele. La stessa sera ed è la strage di Castelvolturno, restano a terra sei persone. Il 5 ottobre tocca a un altro parente di pentiti, Stanislao Cantelli, zio di Luigi Dona. Basta così? Ne abbiamo abbastanza della conta dei morti ammazzati, scannati, smitragliati? No, non basta proprio per nulla. Perché a fare questi elenchi sono buoni tutti, appuntati in Questura, funzionari di tribunale, ricercatori in sociologia criminale. E il nodo, invece, sta lì: in quelle contraddizioni dalla stridente visibilità appena scesi dal vagone ferroviario, appena messo il naso sulla piazza non piazza che sta giusto di fronte ad uno dei massimi monumenti architettonici non del Mezzogiorno, ma dell’Italia intera.

Per dirne una, ma è davvero la più facile, tant’è eclatante, non ero arrivato che da poche ore a Caserta quando nella redazione del giornale che mi ospita iniziano ad arrivare agenzie e comunicati sull’ennesimo attentato a Enzo Palmesano. Palmesano è un giornalista investigativo, lavora da anni sulla camorra, ha subito una lunga serie d’intimidazioni e minacce. Ormai è sostanzialmente un free lance, perché poche o nessuna delle testate locali lo lasciano scrivere per motivi accettabili o meno. La sequenza delle angherie subite negli anni la trovate nella cronologia pubblicata in questo fascicolo. Aggiungete, però, anche questa: il 25 febbraio s’è visto cospargere di benzina il cofano dell’auto parcheggiata sotto casa. Se n’è accorto in tempo, affacciandosi alla finestra di casa. Con l’aiuto dei carabinieri è riuscito a evitare l’esplosione. L’attacco è avvenuto un paio di giorni dopo l’arresto di un gruppo di camorristi, in seguito a indagini alle quali lo stesso Palmesano aveva dato una mano, come avevano ammesso le stesse forze dell’ordine. «Fino a quando le manette non scatteranno ai polsi dei referenti e dei protettori politici della camorra», – ha detto Palmesano – «io sono in grave pericolo, perché padroni del potere e padrini mafiosi non sono riusciti altrimenti a mettermi a tacere con le pressioni, con le querele, le minacce le ritorsioni professionali ». Ed è curioso, come sempre in questi casi, andarsi a rileggere la polemica uscita il giorno prima sul periodico on line «Caserta c’è » (www.casertace.it) tra lo stesso Palmesano e l’ex direttore del «Corriere di Caserta», Gianluigi Guarino, col primo che accusa il secondo di avere ceduto a pressioni camorristiche per allontanarlo dal quotidiano. E l’altro che gli risponde picche, tanto che aveva lasciato la direzione di quel giornale, andandosene per una vicenda oscura che vedremo tra un poco. Vogliamo prenderla un poco alla larga? Perché anche quest’altra è una contraddizione di quelle che stridono assai. Caserta, per dire fa più o meno ottantamila abitanti, la provincia circa ottocentomila. Dovrebbe essere un bel bacino d’utenza per lettori, telespettatori, navigatori e ascoltatori. Lasciando da parte radio, tv e web, difficilmente quantificabili se non altro nell’influenza sull’opinione pubblica, basta andare in edicola e percepire il paradosso. C’è «Il Mattino», ovviamente egemone nella sua edizione casertana (nel 2008, anno di crisi nera, ha fatto +1,3% con una media di 9.911 copie). C’è il «Corriere di Caserta», seconda testata (5.540 copie, -7,8%). Quindi «la Repubblica», che è però presente con il fascicolo napoletano (2.328, -8,4). Poi il «Corriere della Sera» con il «Corriere del Mezzogiorno», anch’esso molto napoletano (1.497, -4,4). Infine la «Gazzetta di Caserta» e «Buongiorno Campania», che vendono rispettivamente 1.401 e 852 copie quotidianamente (dati i consueti balletti delle cifre tra editori, s’è preferito usare una sola fonte; la rivista è ovviamente disposta a qualunque plausibile correzione, n.d.r) Non sono neppure ventiduemila copie su un bacino potenziale incomparabilmente più ampio, ma si sa questo è fisiologico al Sud. Stupisce piuttosto che nella lotta tra il principale quotidiano locale e i due concorrenti nazionali, competizione ben nota a tante altre regioni italiane, s’inseriscano, seppure senza dare troppo fastidio ben altre tre testate. Che giornali sono?

E allora qui, stando bene attenti a non mettere il piede sulla classica buccia di banana, bisogna andare a raccontare due storie. Due storie differenti, che rischiano però d’intersecarsi una nell’altra. La prima porta almeno una data. È quella del 10 dicembre 2003, quando il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, dott. Raffaele Piccirillo, accoglie la richiesta d’ordinanza cautelare nei confronti di Maurizio Clemente, nato a Montesarchio il 19.8.1961. Clemente è l’editore del «Corriere di Caserta», o «dominus del predetto quotidiano», come scrive il giudice. Nell’arco del tempo Clemente avrebbe fatto un po’ di tutto, secondo l’ordinanza. Insieme all’allora sindaco di Caserta avrebbe tentato di estorcere a Pasquale Piccirillo le sue quote dell’emittente locale Tele Luna. Avrebbe poi tentato di farsi forzatamente versare contributi pubblicitari da Ermes Tornatore, titolare della casa di cura Sant’Anna, altrettanto avrebbe fatto con Vincenzo Ceruzzi, titolare di un centro di riabilitazione per malati mentali, e così con l’imprenditore edile Salvatore Capacchione, e quindi con il sindaco di S.Maria Capua Vetere, fino al senatore Lorenzo Diana, che avrebbe addirittura dovuto farsi collettore di contributi e consulenze tra i sindaci dell’area politica cui lui apparteneva. Ovvia, identica, scontata per tutti la medesima minaccia: se non lo fate vi scateno contro il «Corriere di Caserta». Il Gip conclude l’ordinanza lodando il lavoro scrupoloso dei PM e dispone la custodia cautelare in carcere di Maurizio Clemente, dando ordine agli agenti di polizia giudiziaria di catturarlo al più presto.

Assumiamo pure su questa vicenda la stessa agnostica prudenza mostrata dagli organismi regionali dell’Ordine dei giornalisti. Maurizio Clemente s’è fatto qualche mese di custodia cautelare, ora è fuori in attesa di un processo che forse verrà istruito questa primavera. Quale sia oggi la sua effettiva incidenza sul «Corriere di Caserta», a noi non è dato sapere. Sappiamo che l’allora direttore, come abbiamo ricordato, se n’è andato proprio per queste ragioni. Le voci giornalistiche della città dicono che la redazione del «Corriere» abbia fatto molti sforzi per riconquistare dignità, leggibilità, attendibilità. Vedremo tra poco che il punto è forse un altro, ma in assenza di riscontri sui tempi lunghi possiamo anche prendere quelle voci per buone.

Paradossalmente l’accredito più importante è venuto da Francesco Schiavone «Sandokan», il grande capo. Qualche tempo fa ha scritto una lettera alla «Gazzetta di Caserta», per altro riprodotta in originale in prima pagina, in cui diceva sostanzialmente: non mi fido più del «Corriere», vedete di comportarvi bene almeno voi, perché ho intenzione di passare a leggere il vostro giornale. La risposta del direttore iniziava con «Caro Signor Schiavone, grazie per la stima…». Una boutade? Non proprio. Prima il Gip di Napoli poi la Corte d’Assise della stessa città hanno disposto che a un altro dei capi, ad Aniello Bidognetti, fosse impedito di avere i giornali, con esclusione tassativa della stampa locale. Forse qualche foglio locale non è del tutto ininfluente tra i canali di comunicazione di chi sta in galera e chi fuori. Così, almeno, la pensano i giudici che gliene vietano la lettura.

Diciamo che a guardarli, a leggerli con attenzione quei quattro fogli cittadini, offrono immagini decisamente differenti della quotidianità casertana. A partire dal numero di notizie riportate in prima, per arrivare ovviamente alla scelta degli eventi di primo piano. Due quotidiani appaiono nettamente più sobri, per quanta sobrietà possa regalare una normale giornata a Caserta. Il 25 febbraio «Buongiorno Campania» e «Il Mattino» portano entrambi dieci notizie in prima pagina, tra titoli d’apertura, strilli e foto notizie. Il primo con le notizie sull’inchiesta a proposito della guerra tra il clan Ligato e il gruppo di Schiavone, subito sotto un’intervista a Antonio Bassolino. Il secondo dà l’apertura alla pronuncia del Tar per l’affidamento di un servizio di smaltimento rifiuti, e di spalla due notizie sui contrasti interni al Pd nel paese di Marcianise. Pagine ordinate, cronaca di camorra ce n’è ovviamente, ma c’è anche società civile e qualche notizia di bianca. Con gli altri due la musica cambia totalmente. La «Gazzetta di Caserta», porta diciassette notizie, il «Corriere», venti. Su questo giornale l’apertura è per uno spacciatore di coca preso al carnevale di Capua, con un titolo a otto colonne, subito sotto la ricostruzione del delitto Abbate a Pignataro Maggiore. Delle venti notizie, nove sono legate alla criminalità, due sono politiche, il resto è nera e bianca. Sulla «Gazzetta» delle diciassette notizie sette sono di criminalità, il resto è nera o politica, ma tanto per dare il polso, il titolo su uno scontro interno al Comune di Marcianise con riflessi sulla Provincia di Caserta ha due belle righe a caratteri cubitali: «De Franciscis ha pugnalato / Fecondo: ecco i retroscena». Giornali, questi ultimi due, come si facevano trent’anni fa, soltanto l’aggiunta del colore e un grande uso di «testine», le foto segnaletiche degli arrestati, dei ricercati, dei morti. Viene quasi in mente Franco Rositi, il grande sociologo tra i fondatori della massmediologia, quando agli inizi degli Anni Settanta, prima che «la Repubblica» imponesse a tutti i giornali italiani il modello del quotidiano tematico, scriveva che la frammentazione, la «francobollizzazione» delle notizie dentro tante piccole unità giustapposte una all’altra impedivano al lettore di farsi un quadro d’insieme. E figuriamoci in questi casi, dove si arrivano a leggere spezzoni di cronaca sulla stessa inchiesta anti camorra divise per le pagine locali dei vari paesi ai quali appartengono capi, sottocapi e uomini d’azione.

Colpa dei cronisti, colpa dei direttori, colpa degli editori? Una risposta certa non c’è. Di certo resta che molti colleghi vivono una precarietà insostenibile, abusivi, contratti a termine; contratti a termine che vengono interrotti, ma intanto il collega o la collega continuano a lavorare (in nero) come se niente fosse, altrimenti il prossimo contratto chissà quando arriverà. Ogni tanto, dicono, arrivano le visite dell’Inpgi. Eppure, non si sa bene come, sono sempre in qualche modo preannunciate e portano a poco o nulla.

Qualcuno, tra i più scafati, dice che basterebbe confrontare un giorno le firme di tutte le pagine del giornale e verificarle con quelle dei giornalisti effettivamente a libro paga. C’è, comunque, che questa non è una specificità casertana. Anzi. La zona grigia, insomma non è soltanto nella società civile (è almeno la metà della Provincia di Caserta che ha a che fare con la Camorra, in un modo o nell’altro, subendola o facendone parte, racconta un collega). La zona grigia è anche nella professione, tra i giornali stessi.

E allora come si vive, come vive chi ha deciso di restare, di scrivere, di raccontare e non solo notizia per notizia, frammento per frammento, ma chi ha deciso che il suo lavoro vero sia tenere il più possibile unito un quadro d’insieme: quel quadro dal quale non escono piccoli gruppi di uomini di panza, ma una rete ben piazzata tra criminalità, politica, imprenditoria e ampi pezzi di cosiddetta società civile?

Come vive, per esempio Rosaria Capacchione? Perché degli altri abbiamo detto, oppure sappiamo. Enzo Palmesano che continua imperterrito nonostante gli attacchi continui. Roberto Saviano, assurto a fama stellare, sotto scorta pesante, costretto alla fuga continua. Raffaele Cantone, il magistrato che dopo nove anni ha lasciato la Procura di Caserta per il Massimario della Cassazione e ora sta a Roma, forse finalmente per la pace dei suoi figli dopo quasi un decennio di guerra. Come vive Rosaria, una macchina della polizia sempre sotto al giornale, sotto casa o fuori dal ristorante da più di un anno? Lei che è stata presa di mira proprio da Francesco Bidognetti e Antonio Iovine, associata a Saviano e Cantone. Uno s’aspetta di trovare la super cronista difesa da barriere invalicabili, curva sui dossier, pronta sulla pista. Io la trovo in fondo alla sede de «Il Mattino» a Caserta, che è lì a disegnare pagine, inserire moduli e format, ha solo uno scatto quando le chiedono di inserire anche il tamburino delle farmacie e, a quel punto (non senza qualche ragione), manda tutti quanti a quel paese.

Perché Rosaria Capacchione ne sa più di tanti magistrati («e che vuoi, faccio questo lavoro da vent’anni, ho una memoria di ferro, quelli vengono stanno qui qualche anno, come fanno a competere? »), ma il suo lavoro di vice caposervizio nella redazione locale del «Mattino» non glielo leva nessuno, nonostante le imprecazioni, gli sbuffi e talvolta le incazzature. Paura dice di non averne. Se sia vero non lo so. Dice di essere fatalista: «scorta o non scorta, se decidono, lo fanno quando vogliono ». Tanto è vero che qualche tempo fa le sono entrati in casa portandosi via soltanto la targa di un premio a lei dedicato. Giusto il modo per dire, appunto, possiamo fare quello che vogliamo.

Rosaria ha naso, Rosaria conosce il territorio. Nella strage di Castelvolturno ha capito subito che non era un regolamento di conti tra camorra e spacciatori neri. I morti ammazzati erano ghanesi, e loro non spacciano. Gli spacciatori sono normalmente nigeriani. «E poi le facce che ho visto quella sera erano volti distrutti dal dolore, volti stupiti, annichiliti, non l’espressione di rabbia rassegnata di chi vede cadere qualcuno che prima o poi poteva essere ammazzato». Paura no, dice. Ma nemmeno il desiderio la curiosità di parlare con i capi. «Solo una volta ho parlato con Raffaele Cutolo, ma lui s’era pentito. Lui mi raccontava: io sono stato il capo della Nuova Camorra organizzata, ma adesso non voglio più averci nulla a che fare. Lì sì, che sono stata a sentire. Era il racconto dall’interno di chi, però, aveva deciso di smettere. Con questi qui che cosa vuoi che parli a fare. A parte il fatto che mi vogliono ammazzare, questi non hanno proprio niente da dire. Tanto i capi, come le loro donne, si proclamano vittime di un complotto. Che cosa vuoi fare? Dare voce a queste assurdità?». Certo ora, con la scorta, lavorare è diventato più difficile. Difficile tanto con le fonti istituzionali, quanto con le altre. «Se tu vedi un giudice o un pm, in un attimo lo sa tutta la Procura, tutto il Tribunale. No davvero, non è facile. Tanto meno con le altre fonti, le uniche di camorra che io frequenti, quelle di mezzo peso, ma quelle che ti lasciano capire chi comanda, chi è in guerra con chi, quelle che a mezze parole, in una lingua che neppure un casertano potrebbe comprendere, mi lasciano intendere, perché vogliono accreditare questo o screditare quell’altro».

Naturalmente Capacchione ha i suoi trucchi, oltre al telefono, per potere continuare a lavorare con un margine di libertà. E altrettanto naturalmente non sarò io a raccontarli qui. Il segreto, o piuttosto il metodo, mi pare di capire, sia lo studio accurato della carte processuali, delle ordinanze di rinvio a giudizio, dei verbali quando arrivano. Quella mole di documenti incrociata col suo archivio e con la sua memoria, nello sforzo, appunto, di ricostruire sempre un quadro d’insieme, tessera dopo tessera. Ma a che pro combattere questa battaglia sostanzialmente da sola? Capacchione lamenta giustamente l’assenza dei grandi media nazionali, pronti a fiondarsi per la sentenza al processo Spartacus o per la strage di Castelvolturno, salvo scordarsi Caserta e la Camorra per i tre anni successivi. E allora non è una battaglia persa? «No» – risponde – «la battaglia non è affatto persa, tanto meno perduta in partenza. Prima di tutto perché non è la battaglia di un giornalista o di pochi colleghi contro le mafie. E soprattutto perché chi decide se vuole vincere la guerra è solo e soltanto lo Stato. Ed è lo Stato che sta facendo di tutto per perderla, particolarmente da quando è passato dal tema della “legalità” a quello della “sicurezza”. È ovvio che la sicurezza sia tema fondamentale, chi lo può mettere in dubbio? Eppure il nodo è più fondo e drammatico. Se un’impresa vince un appalto pubblico e viene pagata venti o ventiquattro mesi dopo, come vuoi che faccia a resistere. L’unica impresa che può partecipare e vincere quella gara è un’azienda appoggiata dalla camorra. Questo è il tema della legalità».

Dove il tema, con ottima sintesi cronistica, ritorna là dove non può che iniziare. Che ci fa un cronista, o un giornale, da solo, se la criminalità organizzata è fuori dall’agenda della politica e dello Stato?

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