Mehari a Bruxelles. Fiorenza: “Inaccettabili minacce a cronisti”

Il coordinatore di Libera Campania ricorda che nel nostro Paese sono finora più di 300 i giornalisti minacciati

Di seguito l’intervento di Geppino Fiorenza, coordinatore di Libera in Campania, pronunciato a Bruxelles il 4 dicembre 2013 durante l’inaugurazione della mostra “In viaggio con la Mehari” al Parlamento Europeo .

“La Mehari parla da sola, è lei ad averci messo in moto. Oggi si conclude la prima parte del suo viaggio, iniziato a Napoli il 23 settembre 2013. La sua storia è commovente: quando Marco Risi iniziò a girare il fim Fortapàsc sulla storia di Giancarlo Siani, di questo giornalista coraggioso, pensava di usare un’altra auto, ma poi la vera auto si  ‘presento’ da sola ed ebbe la parte. Fu ritrovata in un agriturismo di Filicudi, in Sicilia. Risi decise allora di utilizzarla per il film. Poi con Paolo Siani abbiamo deciso di farla camminare, portandola in alcuni luoghi importanti.

“Abbiamo iniziato da Napoli, facendole fare il percorso che la camorra, bestiale e violenta, non permise a Gianfranco, giornalista non ancora ‘titolare’, iscritto all’Ordine, ma giornalista vero, ‘giornalista-giornalista’ come si dice nel film, di completare il 23 settembre del 1985: quello da casa sua alla redazione del Mattino. Tanti amici ci hanno aiutato a portarla in giro, fra i quali Roberto Saviano, Luigi Ciotti, Alfredo Avella, Giovanni Minoli e altri ancora.

“Dopo ventotto anni dalla tragica uccisione di Giancarlo, nelle scuole tanti ragazzi parlano ancora di lui, conoscono la sua storia. Giancarlo non era un eroe: era un giornalista che raccoglieva notizie e informazioni, mettendole in fila una dopo l’altra e scrivendo articoli. Con il suo articolo del 10 giugno 1985 rivelò che il clan Nuvoletta-Marano, per liberarsi del boss Gionta, decise di farne arrestare il capo mentre era latitante. Da infami, anche se non vorerbebro essere considerati tali, allora decisero di uccidere Giancarlo, il gironalista che li aveva mascherati.

“La sua storia ci insegna un’altra lezione importante: che il nome degli assassini può disperdersi, mentre quello delle vittime può continuare a vivere.

“Giancarlo purtroppo non è una vittima isolata. Noi infatti non ricordiamo solo lui, ma tutte le vittime della criminalità e in particolare i 26 giornalisti italiani uccisi da mafie e terrorismo dei quali ogni volta leggiamo i nomi per ricordarli, perché non vogliamo che questi nomi sia cancellati dall’indifferenza. Ricordandoli diciamo anche che ai giorni nostri in Italia moltissimi giornalisti vengono minacciati a caua el loro lavoro, dei loro articoli. Dall’inizio del 2013 sono oltre 300. Questo non ha senso! Com’è possibile che mentre noi  facciamo camminare questa macchina come un simbolo della legalità e della libertà, in Italia centinaia di giornalisti siano minacciati? Questi giornalisti si espongono per rivelare comportamenti oscuri di poteri che magari oggi non arrivano a uccidere, ma agiscono con le intimidazioni e le minacce di ogni genere”.

Noi siamo stati la settimana scorsa a Roma dai presidenti delle Camere Pietro Grasso e Laura Boldrini, presentando loro delle istanze a sostegno dei familiari delle vittime e del riconoscimento a loro di questo status e perché in Italia venga adottata la direttiva europea per le vittime di reato: occorre sostenere non solo le vittime della criminalità organizzata, ma anche quelle della criminalità comune, che oggi non vengono tutelate. Un’altra questione su cui abbiamo posto l’accento è poi quella sui beni confiscati e su altre questioni.
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MF

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