Mehari a Bruxelles. Paolo Siani: “Cosa chiediamo all’Europa”

Il fratello del giornalista ucciso a Napoli nel 1985. L’intervento di fronte la sede del Parlamento europeo

“Voglio ringraziare veramente tutti. Questa macchina porta fin qui dolori, sofferenze e sconfitte. Chi passerà di qui nei prossimi due giorni vedrà un’auto che vuole tornare a Napoli carica di impegno civile e politico, lo stesso impegno che abbiamo chiesto in Italia e che ora chiediamo all’Europa: un impegno affinché  la legalità sia al primo posto dell’agenda di chi ci governa.

“Questa macchina porta qui anche le buone pratiche che si sono fatte in questi anni in questo campo proprio nella Regione Campania. Nel 1985, subito dopo la morte di mio fratello Giancarlo, eravamo pochi a fare questa lotta. Oggi invece l’auto arriva qui a Bruxelels sorretta da un movimento straordinariamente grande, come espressione di numerose iniziative comuni. La Campania è cambiata. Credo che oggi in Italia si faccia una buona, seria, vera antimafia sociale. Stiamo davvero costruendo un tessuto connettivo in cui la legalità fa da padrone. La nostra battaglia non si ferma qui. Va avanti e io dico: se facciamo questo, anche la morte di Giancarlo sarà stata meno vana”.

Successivamente, il giorno dopo, il 5 dicembre 2013, Paolo Siani ha pronunciato un intervento all’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles. Ha detto:

“La Mehari si è rimessa in moto. A questa macchina Giancarlo era molto affezionato, ne era orgoglioso. Negli anni ’80 era una autovettura particolare. Per acquistarla andò a Bologna spendendo tutti i soldi che aveva. Quando partì per portarla a Napoli aveva i soldi contati per acquistare la benzina. Fu ucciso dentro la sua Mehari.

“Poi quest’auto fu venduta, non so neanche a chi. Noi familiari ne perdemmo le tracce. È riapparsa nel 2009, senza che nessuno l’avesse cercata. Pochi giorni prima che il regista Marco Risi iniziasse a girare il film “Fortapàsc” un amico mi telefonò. Mi disse che un suo amico a Filicudi, alle Isole Eolie, aveva la macchina di Giancarlo. Mi chiese se ero interessato a riaverla. Ovviamente la mia prima reazione fu che non volevo vederla neppure da lontano. Chiesi però a Marco Risi se poteva servirgli per le scene del film. Non ebbe dubbi. Mi disse: “Vado a prenderla ovunque si trovi”. Così la prese. La portarono a Roma. Era stata rivernicaita di rosso. La riverniciarono di verde. La macchina era in buone condizioni generali. Si limitarono a cambiare le gomme e la batteria e la macchina tornò come nuova. Su quell’auto sono state girate alcune scene del film. Poi la Mehari è rimasta ferma per anni in un garage di Napoli. Ci accorgemnmo con sopresa che ogni volta che, per qualche motivo, la spostavamo per le strade di Napoli, c’era sempre qualcuno che la riconosceva come la macchina di Giancarlo. Ci chiedevano: “Questa è la macchina di Giancarlo? Dove la portate?”. Ricordo che una volta al Vomero l’avevamo portata a un autolavaggio. Il proprietario la riconobbe. Volle lavarla lui personalmente e non volle essere pagato.

“Così cominciammo a capire che questa macchina aveva dentro qualcosa, era un simbolo riconoscibile, portava con sé un messaggio forte. Poi abbiamo istituito un concorso per ragazzi ed è venuta fuori l’idea di farne un monumento da erigere in una piazza di Napoli. Quest’anno abbiamo fatto un’ulteriore riflessione e abbiamo deciso di rimetterla in moto. Per prima cosa le abiamo fatto fare il percorso che da quel 23 settembre 1985, il giorno in cui fu ucciso, Giancarlo non potè più fare: dall’abitazione della mia famiglia alla redazione del Mattino. Abbiamo invitato alcuni personaggi simbolo per fare insieme quel percorso. Roberto Saviano ha accettato con entusiasmo, è stato il primo a guidarla. Hanno accetatto: Alfredo Avella, presidente del comitato dei familiari campani delle vittime della criminalità, il magistrato che ha condotto le indagini portando all’ergastolo i mandanti e gli esecutori dell’omicidio, poi Gianni Minà, Giovanni Minoli, don Luigi Ciotti… Per quei disgraziati che hanno deciso di fare fuori Giancarlo, rivedere la Mehari di Giancarlo in giro per le strade di Napoli è stato uno schiaffo. Per noi è stata una grande rivincita.

“L’auto è arrivata fin dentro il giornale in cui lavorava mio fratello, quel giornale che all’inizio non aveva capito la gravità di quell’omicidio, ma poi con il passare degli anni l’ha capito.

“Dopo la tappa al “Mattino” il viaggio è proseguito. La Mehari raccoglie in sé tante storie, sofferenze, dolore, ma anche riscatto e voglia di rivincita. Abbiamo aderito alla proposta di esporla alla Camera dei Deputati e poi al Senato. Prima che partisse per Bruxelles i Carabinieri l’hanno vegliata a Roma per due giorni all’interno del loro Comando Generale con un simbolico picchetto d’onore.

“Non ci siamo limitati ad esporre la Mehari negli spazi del Parlamento italiano. Abbiamo chiesto ai presidenti delle Camere una cosa precise: l’impegno per la legalità sia al primo posto nell’agenda di chi ci governa.

“Ora siamo qui, a Bruxelles, nel cuore dell’Europa per dire che la criminalità organizzata può essere sconfitta solo se si capisce che non è un problema solo dell’Italia, solo se vengono messe in atto politiche di contrasto a livello europeo. Ieri il presidente del Parlamento Europeo Martin Schultz è stato molto affettuoso con noi. Ci ha accolto, ci ha dato il benvenuto e ha detto una cosa straordinaria: “Voi non siete soli. Io sto con voi e faro di tutto affinché le leggi ci consentano di sconfiggere la criminalità organizzata””.

MF

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