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Lecce. Calvario diffamazione. Nove anni per assoluzione in appello

Marilù Mastrogiovanni fu querelata nel 2005 dall’editore Pagliaro. Ma ancora pende una richiesta di 260 mila euro di danni e un esposto all’Ordine

A nove anni dai fatti, a Lecce, è stata confermata in appello la sentenza con la quale il Tribunale ha assolto la giornalista Marilù Mastrogiovanni dall’accusa di diffamazione a mezzo stampa “perché il fatto non sussiste”. L’accusa era stata formulata dal pm Antonio De Donno, a seguito di querela di Paolo Pagliaro, editore della tv Telerama. Ancora pende invece una richiesta di risarcimento danni da 260mila euro e un’esposto all’Ordine dei giornalisti di Bari presentati dallo stesso Pagliaro.

Nel 2005 l’editore querelò la giornalista dichiarandosi diffamato da una sua inchiesta dal titolo “Pagliaro, l’impero virtuale”. Negli articoli Mastrogiovanni aveva denunciato una serie di illiceità perpetrate dall’editore. Tra le altre: contributi previdenziali non versati per i giornalisti, abusi edilizi nelle sedi delle tv, mancata registrazione delle testate, mancata indicazione dei direttori responsabili.

Pagliaro querelò sette volte Mastrogiovanni, formulò una ventina di diffide, presentò un esposto all’Ordine regionale dei Giornalisti e chiese 260 mila euro di risarcimento danni. Una delle querele fu archiviata dal gip Annalisa De Benedictis che definì gli articoli di Mastrogiovanni un “serio e diligente lavoro di ricerca”.

Mastrogiovanni aveva descritto gli artifici contabili grazie ai quali Pagliaro e la sua tv Telerama erano riusciti a conquistare una postazione alta nella classifica delle televisioni locali stilata dal Corecom, e a ottenere ingenti finanziamenti pubblici ai sensi della legge 448/98. Dopo la pubblicazione di quegli articoli il Corecom e la Guardia di Finanza avviarono accertamenti, rimodularono la classifica delle tv e revocarono i finanziamenti pubblici non dovuti.

Il giudice di secondo grado, confermando la sentenza del tribunale, ha stabilito che la prima querela fu “un indebito atto di pressione, pur avendo un’esteriore apparenza di legalità, in quanto formulata non con l’intenzione di esercitare un diritto ma con lo scopo di coartare l’altrui volontà e conseguire risultati non conformi a giustizia”.

Si legge nella sentenza: “Osserva il Tribunale, come la ricostruzione sin qui operata della manifesta pretestuosità della querela avanzata da Pagliaro nei confronti della Mastrogiovanni consente di dare riscontro positivo”. E ancora: “Un’azione solo strumentale, può essere per sé idonea ad influire sulle scelte e le condotte professionali future del convenuto, tale da mettere in serio pericolo il diritto di cronaca (art. 21 Cost.), strumento ritenuto essenziale in una moderna società democratica, in quanto idoneo a “bloccare” ulteriori inchieste specie se il giornalista non ha le capacità economiche di sopportare i menzionati costi”.

Ciò che ha scritto la giornalista, ha stabilito il giudice, risulta documentalmente provato. Mastrogiovanni è stata difesa dall’avvocato Massimo Manfreda in sede penale e da Roberto Fusco per la parte civile.

ASP

 

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