Libertà d'informazione

Indagato Pino Maniàci. Il commento dell’on. Fava

“Spieghi la ridicola vanità delle sue parole”, ha scritto il vice presidente della Commissione Antimafia su Facebook, riferendosi alle intercettazioni

Il direttore di Telejato, Pino Maniàci, è indagato dalla Procura di Palermo per estorsione ai danni dei sindaci di Borgetto e Partinico (Palermo) dai quali avrebbe preteso soldi e favori in cambio di una linea soft della sua tv. Il giudice ha disposto per lui il divieto di dimora nelle province di Palermo e Trapani. L’onorevole Claudio Fava, vice presidente della Commissione Parlamentare Antimafia che nel 2014 – nell’ambito della ricerca su mafia e informazione – aveva ascoltato in audizione il giornalista, ha commentato così la vicenda su Facebook:

I PENNACCHI DI PINO

Quando qualcuno gli ha impiccato i cani, ho preso un aereo e sono andato a Partinico per dargli solidarietà, conforto, amicizia. Adesso leggo, come voi, che Pino Maniàci avrebbe usato tutto questo (le amicizie, le solidarietà, gli attestati di stima) per gonfiarsi come un tacchino. Dei cento euro forse pretesi da un sindaco se ne occuperanno i giudici per dirci se fu estorsione, bravata o solo minchioneria. Ma di ciò che ci riferiscono le intercettazioni, la risposta non la voglio dai giudici ma da Maniaci. Non chiacchiere su complotti e vendette mafiose: risposte!
Voglio che dica – a me e agli altri che in questi anni hanno messo la loro faccia accanto alla sua – se quelle trascrizioni sono manipolate o se è vero che all’amica del cuore raccontava “…a me mi hanno invitato dall’altra parte del mondo per andare a prendere il premio internazionale del cazzo di eroe dei nostri tempi”. Uno di quei premi del cazzo era intitolato a Mario Francese, giornalista palermitano ammazzato dalla mafia. Glielo consegnarono sei anni fa. Ci dica Maniàci che è tutto falso, intercettazioni, verbali, parole sue e degli altri: tutto! Oppure quel premio lo restituisca subito. Tra tutti i miserabili pennacchi che l’antimafia può mettersi sul cappello, la morte di un giornalista è il più osceno.
Quando ai Siciliani ci ammazzarono il direttore non arrivarono scorte della polizia né premi né visite di cortesia né telefonate dei presidenti del consiglio. Ma andammo avanti lo stesso, imparando a fare ogni mese (e per molti anni) un altro buco nella cintura. E quando a Catania un procuratore corrotto (quello sì!) fece mettere sotto controllo i nostri telefoni, se ne tornò dai suoi padrini mafiosi con le corna basse: perché nelle telefonate dei giornalisti dei Siciliani (ragazzi, non veterani di guerra…) c’era solo il rigore delle parole, la limpidezza dei comportamenti, il senso profondo del mestiere che facevamo. “Quello che non hai capito tu è la potenza di Pino Maniàci! Ormai tutti e dico tutti si cacano se li sputtano in televisione… si fa come dico io e basta, decido io, non loro, loro devono fare quello che dico io, se no se ne vanno a casa!”. Che c’entra, non dico l’antimafia, ma il giornalismo con questo sproloquio? Nulla c’entra! Per cui Maniàci spieghi: non i supposti complotti contro di lui ma la ridicola vanità di queste sue parole. Spieghi, oppure scompaia dalle nostre vite per sempre.
A noi resta il torto di una nostra colpevole ingenuità: esserci fidati in buona fede dei fumi d’incenso. Che con la lotta alle mafie non c’entrano mai nulla.

Claudio Fava

RDM

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