Libertà d'informazione

Donne in carcere. Molte costrette all’illegalità da figure maschili

di Francesca Vuotto – Il progetto di Ossigeno “Salviamo la Faccia”  fa riemergere storie difficili: esperienze personali e violenze subite almeno una volta da parte di uomini 

Il progetto “Salviamo la Faccia”, che ha avuto inizio a marzo, si concluderà in autunno con due spettacoli teatrali, uno spot e un cortometraggio di cui saranno  protagoniste le donne recluse che hanno partecipato attivamente al progetto “Salviamo la Faccia”.

A questo punto del percorso è possibile accennare a qualche considerazione generale su ciò che è emerso dagli incontri in carcere. Innanzitutto che la maggior parte delle donne sono in carcere perché costrette all’illegalità da figure maschili: mariti, figli, zii, etc. Molte di loro hanno subito violenza almeno una volta nella loro vita da parte di un uomo. Non per tutte è stato facile parlarne e soltanto alcune hanno deciso di venire allo scoperto. Molte ancora provano paura e avvertono un senso di colpa.  La cultura di origine appare prevalente.

Appare  altrettanto evidente che l’attività svolta con il progetto “Salviamo la faccia” aiuta le recluse a guardare sé stesse con maggiore consapevolezza. La riflessione, il confronto, il riconoscimento, l’espressione orale o teatrale, il contatto con la natura e con il proprio corpo (nel laboratorio di erboristeria), l’elaborazione di frasi quali “riaffermazione identitaria” da stampare sulle magliette attraverso la serigrafia, sono sicuramente attività che segnano un cambiamento nell’esperienza di vita di queste donne.

Per “salvare la faccia” le donnenon si fe rmano alla superficie. Scavano nel profondo, raccontano le une alle altre la diversità che le contraddistingue per origine, provenienza, lingua, cultura. Così recuperano e salvano la propria dignità interiore. Il carcere può diventare momento di rieducazione, di riappropriazione di sé, possibilità di confronto e occasione per sperimentare altre attività, per immaginare un futuro diverso.

Il progetto “Salviamo la Faccia” è nato dalla collaborazione fra l’associazione Ossigeno per l’Informazione Onlus e il CPIA 1 (Centro provinciale Istruzione Adulti), e con il sostegno del Dipartimento per le pari Opportunità della Presidenza del Consiglio. Destinatarie degli interventi sono le detenute della sezione femminile del carcere di Rebibbia e le transessuali del Nuovo Complesso. L’obiettivo è quello di coinvolgere le recluse in una riflessione sulla violenza di genere e, al contempo, di sviluppare la consapevolezza dei propri diritti e di rafforzare le proprie potenzialità (empowerment).

Da sottolineare il lavoro comune, la sinergia e la collaborazione con la direttrice della Casa Circondariale, Ida del Grosso, con la direttrice del Nuovo Complesso, Rosella Santoro, con la dottoressa Maria Carla Covelli e con le educatrici Sabrina Maschietto e Rosaria Marziale. La loro collaborazione non è marginale.

Il progetto coinvolge sedici detenute dell’area transessuale e circa cinquanta delle sezioni femminili, comprese quella delle collaboratrici di giustizia, quella di massima sicurezza, quelle delle detenute comuni.

Da marzo ai primi di giugno sono state tenute oltre cento ore di lezioni in cui si sono affrontati i temi della violenza di genere (dalla violenza sessuale ai maltrattamenti in famiglia, dallo stalking alla violenza psicologica o “economica”) e i reati previsti dal codice penale e il modo attraverso i quali contrastare la violenza: la querela, la procedura d’ufficio e strumenti concreti quali indicazioni di sportelli e centri antiviolenza, contatti telefonici di pronto intervento e di ascolto e ospedali con sezioni specializzate nella cura dei danni subiti dalle donne.

Altri momenti sono stati dedicati al dopo “carcere”, alla possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro: come costituire una  cooperativa, come lanciare una start up, l’analisi dei diversi modelli di impresa.

Contemporaneamente, sono stati attivati i laboratori sensoriali e di espressione: circa 40 ore di erboristeria nelle serre per le detenute comuni del reparto femminile. Con l’erboristeria le recluse affrontano la cura di sé, attraverso lo studio delle piante per la fitoterapia e la cosmesi: un’occasione di formazione e di lavoro. Inoltre, trecento ore sono state dedicate all’attività teatrale, coinvolgendo tutte le detenute. Per le transessuali è stato attivato un laboratorio di serigrafia (80 ore) ed è in corso di esecuzione un grande murales nello spazio adibito alle ore di aria.

Francesca Vuotto

Read in English

Licenza Creative Commons I contenuti di questo sito, tranne ove espressamente indicato, sono distribuiti con Licenza Creative Commons Attribuzione 3.0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *